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P. Raniero Cantalamessa, O.F.M. Cap., ha tenuto la terza Predica di Avvento - Foto © Vatican Media

P. Raniero Cantalamessa O.F.M. Cap.: “Dio nessuno lo ha mai visto…”

Terza Predica di Avvento 2018

Terza Predica di Avvento Alle ore 9 di questa mattina, nella Cappella Redemptoris Mater, alla presenza del Santo Padre Francesco, il Predicatore della Casa Pontificia, P. Raniero Cantalamessa, O.F.M. Cap., ha tenuto la terza Predica di Avvento sul tema: “L’ anima mia ha sete del Dio vivente” (Salmo 42, 2).

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Il Dio vivente è la vivente Trinità, abbiamo detto l’ultima volta. Ma noi siamo nel tempo e Dio è nell’eternità. Come superare questa “infinita differenza qualitativa”? Come gettare un ponte su un tale abisso infinito? La risposta è nella solennità che ci apprestiamo a celebrare: “Il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi”.

Tra noi e Dio – ha scritto il grande teologo bizantino Nicola Cabasilas-  si ergevano tre muri di separazione: quello della natura perché Dio è spirito e noi siamo carne, quello del peccato, quello della morte. Il primo di questi muri  è stato abbattuto nell’incarnazione, quando natura umana e natura divina si sono unite nella persona di Cristo; il muro del peccato è stato abbattuto sulla croce, e il muro della morte nella risurrezione[1]. Gesù Cristo è ormai il luogo definitivo dell’ incontro tra il Dio vivente e l’uomo vivente. In lui, il Dio lontano si è fatto vicino,  è divenuto l’Emmanuele, il Dio-con-noi.

Il cammino di ricerca del  Dio vivente che abbiamo intrapreso in questo Avvento ha avuto un precedente illustre: “L’itinerario della mente a Dio” (Itinerarium mentis in Deum) di san Bonaventura. Come filosofo e teologo speculativo, egli individua sette gradini per i quali l’anima ascende alla conoscenza di  Dio. Essi sono:

La visione di lui attraverso i suoi vestigi nell’universo.

La contemplazione di Dio nei vestigi suoi in questo mondo sensibile.

La contemplazione di Dio attraverso la sua immagine impressa nelle facoltà naturali.

La contemplazione di Dio nella sua immagine rinnovata dai doni di grazia.

La contemplazione della divina unità nel suo primo nome che è l’Essere

La visione della beatissima Trinità come il Bene.

Il rapimento mistico dell’anima in cui cessa l’opera dell’intelletto mentre l’amore trapassa totalmente in Dio.

Dopo aver passato in rassegna i vari mezzi che abbiamo per elevarci alla conoscenza del  Dio vivente e i “luoghi” dove possiamo incontrarlo,  san Bonaventura giunge alla conclusione che il  mezzo definitivo, infallibile e sufficiente è la persona di Gesú Cristo. Così termina infatti il suo trattato:

Orbene: all’anima non rimane che andare al di là di tutto questo con la contemplazione, e passar oltre il mondo sensibile, non solo, ma persino oltre se stessa. In questo passaggio Cristo è via e porta; Cristo è scala e veicolo  come propiziatorio posto sopra l’arca di Dio e sacramento nascosto nei secoli.

Il filosofo Blaise Pascal, nel suo famoso Memoriale, giunge alla stessa conclusione: il  Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe “lo si trova soltanto per le vie insegnate dal Vangelo”. Il motivo di ciò è semplice: Gesú Cristo è “il Figlio del  Dio vivente” (Mt 16,16). La Lettera agli Ebrei fonda su questo la novità del Nuovo Testamento:

“Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo” (Ebr 1, 1-2).

Il Dio vivente non ci parla più per interposta persona, ma di persona perché il Figlio “è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza” (Ebr 1,3). Questo dal punto di vista ontologico e oggettivo. Dal punto di vista esistenziale, o soggettivo, la grande novità è che ora non è più l’uomo che, “a tentoni” (Atti 17, 27),  va alla ricerca del  Dio vivente; è il  Dio vivente che scende alla ricerca dell’uomo, fino a dimorare nel suo stesso cuore.  È lì che d’ora in poi lo si può incontrare e adorare in spirito e verità: “Se uno mi ama, dice Gesú, osserva la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23).

 “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”

Chi ha fatto di questa verità –cioè che Gesú Cristo è il supremo rivelatore del  Dio vivente e il “luogo” dove si entra in contatto con lui – il cuore del suo vangelo è Giovanni. Ci affidiamo a lui perché ci aiuti a fare della ricerca del Dio vivente qualcosa di più che una semplice “ricerca”, ma una “esperienza” di lui, ad averne non solo la conoscenza, ma un vivo “sentimento”.

Per non perdere la forza e immediatezza della sua testimonianza ispirata, evitiamo di imporre ai testi qualsiasi cornice interpretativa. Passiamo semplicemente in rassegna le parole più esplicite nelle quali è Gesú stesso che si presenta come il definitivo rivelatore di  Dio. Ognuna di queste parole è capace, da sola, di portarci sull’orlo del mistero e farci affacciare su un orizzonte infinito.

Giovanni 1, 18: Dio, nessuno lo ha mai visto:il Figlio unigenito, che è  Dio ed è nel seno del Padre,è lui che lo ha rivelato”. Per comprendere il senso di queste parole, bisogna rifarsi a tutta la tradizione biblica sul  Dio che non si può vedere senza morire. Basta leggere Esodo 33, 18-20: “Gli disse (Mosè): «Mostrami la tua gloria!». Rispose: «Farò passare davanti a te tutta la mia bontà e proclamerò il mio nome, Signore, davanti a te. A chi vorrò far grazia farò grazia e di chi vorrò aver misericordia avrò misericordia». Soggiunse: «Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo».

C’è un tale abisso tra la santità di  Dio e l’indegnità dell’uomo che questi dovrebbe morire vedendo  Dio o soltanto udendo la sua voce. Perciò Mosè (Es 3,69) e anche i serafini (Is. 6, 2) si velano la faccia davanti a Dio. Restando in vita, dopo aver visto Dio, si prova una sorpresa riconoscente (Gen 32, 31). E’ un raro favore che  Dio concede a Mosè (Es 33,11) ed Elia (1 Re 19,11 s.) che saranno significativamente ammessi a contemplare la gloria di Cristo sul Tabor.

Giovanni 10,30. Io e il Padre siamo una cosa sola”. È l’affermazione forse più carica di mistero di tutto il Nuovo Testamento. Gesú Cristo non è solo il rivelatore del  Dio vivente: è lui stesso il  Dio vivente! Il rivelatore e rivelazione sono la stessa persona. Da questa affermazione la riflessione della Chiesa partirà per arrivare alla piena ed esplicita fede nel dogma trinitario. Quello che noi traduciano con l’espressione “una cosa sola” è un sostantivo neutro (hen in greco, unum in latino). Se Gesú avesse usato il maschile eis, unus si sarebbe dovuto pensare che Padre e Figlio sono una sola persona  e la dottrina della Trinità sarebbe esclusa alla radice. Dicendo “unum”, una cosa sola, i Padri ne dedurranno giustamente che Padre e Figlio (e, come si affermerà più tardi, lo Spirito Santo) sono una stessa natura, ma non una sola persona.

Giovanni 14, 6: Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Qui dobbiamo soffermarci un po’ più a lungo. “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”. Lette nel contesto attuale del dialogo interreligioso, queste parole pongono un interrogativo che non possiamo passare sotto silenzio. Che pensare di tutta quella parte dell’umanità che non conosce Cristo e il suo Vangelo? Nessuno di essi va al Padre? Sono essi esclusi dalla mediazione di Cristo e quindi dalla salvezza?

Una cosa è certa e da essa deve partire ogni teologia cristiana delle religioni: Cristo ha dato la sua vita “in riscatto” e per amore di tutti gli uomini, perché tutti sono creature del Padre suo e suoi fratelli. Non ha fatto distinzioni. La sua offerta di salvezza è universale. “Quando sarò innalzato da terra (sulla croce!), attirerò tutti a me” (Gv 12, 32); “Non c’è altro nome dato agli uomini in cui è stabilito che siano salvati”, proclama Pietro davanti al Sinedrio (Atti 4, 12).

Alcuni, pur professandosi credenti cristiani, non riescono  anche oggi ad ammettere che un fatto storico particolare, come è la morte e risurrezione di Cristo, possa aver cambiato la situazione dell’intera umanità di fronte a Dio. Sostituiscono perciò l’evento storico con una principio universale “impersonale”, riproponendo l’antico cammino della gnosi. Essi dovrebbero porsi, credo, un’altra domanda, e cioè se credono davvero nel mistero con cui l’intero cristianesimo sta o cade: l’incarnazione del Verbo e la divinità di Cristo. Una volta ammessa questa, non appare più assurdo per la ragione che un atto particolare possa avere una portata universale. Sarebbe strano piuttosto pensare il contrario.

Il torto più grande, nel sottrargli tanta parte dell’umanità, non lo si fa a Cristo o alla Chiesa, ma a quell’umanità stessa. Non è possibile partire dall’affermazione che “Cristo è la suprema, definitiva e normativa proposta di salvezza fatta da Dio al mondo”, senza con ciò stesso riconoscere a tutti gli uomini il diritto  di beneficiare di questa salvezza?

“Ma è realistico –ci si chiede – continuare a credere in una misteriosa presenza e influenza di Cristo in religioni che esistono da prima di lui e che non sentono alcun bisogno, dopo venti secoli, di accogliere il suo vangelo ?” C’è, nella Bibbia, un dato che può aiutarci a dare una risposta a questa obbiezione: l’umiltà di Dio, il nascondimento di Dio. “Tu sei un Dio nascosto, Dio d’Israele salvatore”: Vere tu es Deus absconditus (Is 45,15, Volgata). Dio è umile nel creare. Non mette la sua etichetta su tutto, come fanno gli uomini. Nelle creature non sta scritto che sono fatte da Dio. È lasciato ad esse di scoprirlo.

Quanto tempo ci è voluto perché l’uomo riconoscesse  a chi doveva l’essere, chi aveva creato per lui il cielo e la terra? Quanto ce ne vorrà ancora prima che tutti arrivino a riconoscerlo? Cessa, per questo, Dio di essere lui il creatore di tutto? Cessa di riscaldare con il suo sole chi lo conosce e chi non lo conosce? Avviene lo stesso nella redenzione. Dio è umile nel creare ed è umile nel salvare.  Cristo è più preoccupato che tutti gli uomini siano salvi, che non che sappiano chi è il loro Salvatore.

Più che della salvezza di coloro che non hanno conosciuto Cristo, ci sarebbe da preoccuparsi, credo, della salvezza di quelli che l’hanno conosciuto, se vivono come se non fosse mai esistito, dimentichi del tutto del loro battesimo, estranei alla Chiesa e a ogni pratica religiosa. Quanto alla salvezza dei primi, la Scrittura ci assicura che “Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga” (At 10,34-35). Francesco d’Assisi, a sua volta, fa una affermazione quasi incredibile per i suoi tempi: “Ogni bene che si trova negli uomini, pagani o no, va riferito a  Dio, fonte di qualsiasi bene”.[2]

Il Paraclito guiderà alla verità tutt’intera

Parlando del ruolo di Cristo nei confronti delle persone che vivono fuori della Chiesa, il concilio Vaticano II afferma che “lo Spirito Santo, in un modo conosciuto solo da  Dio, dà a ogni persona la possibilità di entrare in contatto con il mistero pasquale di Cristo”, cioè con la sua opera redentrice (Gaudium et spes, 22.). Siamo giunti così all’ultima tappa del nostro cammino, lo Spirito Santo. Al termine della sua vita terrena Gesú diceva:

Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. (Gv 16, 12-15).

Nello Spirito Santo è ancora Gesù che continua a rivelarci il  Padre, perché lo Spirito Santo è ormai lo Spirito del Risorto, lo Spirito che continua e applica l’opera del Gesù terreno. Poco dopo le parole appena ricordate, Gesú aggiunge: “Queste cose ve le ho dette in modo velato, ma viene l’ora in cui non vi parlerò più in modo velato e apertamente vi parlerò del Padre”. Quand’è che Gesú potrà parlare ai discepoli apertamente del Padre, dal momento che queste sono tra le ultime parole da lui pronunciate da vivo, dopo le quali morirà sulla croce? Lo farà, appunto, mediante lo Spirito Santo che egli invierà dal Padre.

San Gregorio Nisseno ha scritto: “Se a Dio togliamo lo Spirito Santo, quello che resta non è più il Dio vivente, ma il suo cadavere” [3]. E’ Gesù stesso che spiega la ragione di ciò. “E’ lo Spirito -dice- che dà la vita, la carne non giova a nulla” (Gv 6, 63). Applicato al nostro caso, ciò significa: è lo Spirito che dà la vita all’idea di Dio e alla ricerca su di lui. La ragione umana, segnata com’è dal peccato, da sola, non basta. L’uomo che si accinge a parlare di Dio, a qualsiasi titolo, se è un credente, deve ricordare che “i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere, se non lo Spirito di Dio (1 Cor 2,11).

Lo Spirito Santo è il vero “ambiente vitale”, il Sitzt im Leben, in cui nasce e si sviluppa ogni autentica teologia cristiana. Lo Spirito Santo è quello spazio invisibile in cui è possibile avvertire il passaggio di Dio e in cui Dio stesso appare una realtà viva e attiva. Il  Dio vivente, a differenza degli idoli, è un “ Dio che respira” e lo Spirito Santo è il suo respiro. Questo è vero anche nei confronti di Cristo. “Nello Spirito Santo” indica quell’ambito misterioso in cui, dopo la sua risurrezione,  si può entrare in contatto con Cristo e sperimentarne l’azione santificatrice. Egli  vive ora “nello Spirito” (cf. Rom 1, 4; 1 Pt  3, 18). Lo Spirito Santo è, nella storia, “il respiro del Risorto”.

Il grande arco voltaico tra Dio e l’uomo non si chiude, dunque, e l’improvviso lampo di luce non si produce se non dentro questo speciale “campo magnetico” che è costituito dallo Spirito del  Dio vivente. E’ lui che crea nell’intimo dell’uomo quello stato di grazia per cui un giorno si ha la grande “illuminazione”: si scopre che Dio esiste, è reale, fino ad averne “il fiato mozzo”.

A chi cercasse Dio altrove, solo tra le pagine dei libri o tra i ragionamenti umani, bisognerebbe ripetere ciò che l’angelo disse alle donne: “Perché cercate tra i morti colui che è vivente?” (Lc 24, 5). Dallo Spirito Santo -scrive san Basilio – dipende “la familiarità con Dio” [4]. Dipende, cioè, se Dio ci è familiare o invece estraneo, se siamo sensibili, o invece allergici alla sua realtà.

Il rimedio è dunque ritrovare un contatto sempre più pieno con la realtà, anzi con la persona, dello Spirito Santo. Non contentarci neppure di una rinnovata Pneumatologia, cioè di una teologia dello Spirito, ma aspirare a fare di lui anche una  esperienza personale. Milioni di cristiani del nostro tempo hanno fatto una esperienza forte della novella Pentecoste auspicata da san Giovanni XXIII. Ecco come uno di quelli che per primi, nella Chiesa cattolica, fecero questa esperienza, ne descriveva gli effetti a un amico:

“La nostra fede è diventata viva; il nostro credere è diventato una sorta di conoscere. Improvvisamente, il soprannaturale è diventato più reale del naturale. In breve, Gesù è una persona viva per noi. Prova ad aprire il Nuovo Testamento  e a leggerlo come se fosse letteralmente vero ora, ogni parola, ogni riga. La preghiera e i sacramenti sono diventati veramente il nostro pane quotidiano, e non delle generiche pie pratiche. Un amore per le Scritture che io non avrei mai creduto possibile, una trasformazione delle nostre relazioni con gli altri, un bisogno e una forza di testimoniare al di là di ogni aspettativa: tutto ciò è diventato parte della nostra vita. L’esperienza iniziale del battesimo dello Spirito non ci ha dato particolare emozione esteriore, ma la vita è diventata soffusa di calma, di fiducia, gioia e pace”[5].

“E il Verbo si è fatto carne”

Un meditazione sul ruolo di Cristo rivelatore unico del Dio vivente non può concludersi in modo più degno che con il Prologo di Giovanni. Non come un brano di vangelo da commentare – questo lo faremo il giorno di Natale -, ma come un inno di lode che sgorga ora dal nostro cuore a gloria della Santissima Trinità. Che una porzione così rappresentativa della Chiesa, in un luogo come questo, proclami la sua assoluta fede in Cristo Figlio di Dio e luce del mondo riveste un valore salvifico. Su un atto di fede come questo Cristo ha fondato la sua Chiesa e ha promesso che “ le potenze degli inferi non prevarranno contro di essa”. Lo recitiamo insieme in piedi con il cuore colmo di stupore e gratitudine:

1 In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
2Egli era, in principio, presso Dio:
3tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
4In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
5la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta
[…].
9Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
10Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
11Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
12A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
13i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
14E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità
[…].
18Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.

Santo Padre, Venerabili Padri, fratelli e sorelle, Buon Natale!

[1] Nicholas Cabasilas, Vita in Cristo, III, 3.

[2] Celano, Vita prima, XXIX, 83 (FF 463).

[3] S. Gregorio Nisseno, De eo qui sit ad imaginem Dei (PG 44, 1340).

[4] S. Basilio, De Spiritu Sancto, 19,49 (PG 32, 157).

[5] Testimonianza riportata in Patti Gallagher Mansfield, As by a New Pentecost, Amor Deus Publishing, Phoenix 2016, p. 55.

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