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Non ti nascondo le mie ferite, tu sei il medico, io sono il malato

Evitare, dimenticare o reprimere, non serve a nulla, anzi: le piaghe diventano ogni giorno più profonde. Allora, lasciamoci medicare da Dio per raggiungere la pace vera

“Il problema è che io non riesco più ad amare…né me stessa, né la vita”.

È Cecilia che scrive così, nella mia pagina Facebook In te mi rifugio. In Cecilia vedo tutti quanti noi quando, feriti dalle frecce avvelenate della vita, ci convinciamo che oramai abbiamo troppe tossine in circolazione per riuscire a fare qualcosa di buono. Tristi ed avviliti, invece di cercare soluzioni, chiudiamo gli occhi. Non vogliamo né guardare, né essere guardati. Indossiamo maschere e ci perfezioniamo in strategie per non far vedere le ferite che ci portiamo addosso.

Sono essenzialmente cinque, le ferite che ci impediscono di essere ciò che realmente siamo ed hanno cinque nomi ben precisi: “rifiuto”, “abbandono”, “ingiustizia”, “umiliazione” e “tradimento”. Cinque ferite che ci creano traumi, angosce, sofferenza, anoressia, shock, crisi di ansia, depressione, bulimia, paura…

Le strategie di cui parlavamo sopra, ci fanno illudere che, se fuggiamo, riusciremo a salvarci dall’assalto di queste emozioni così brutte.  Invece la parola d’ordine dovrebbe essere: “Mai fuggire ma passarci attraverso”.

Evitare, dimenticare o reprimere, non serve a nulla, anzi: le piaghe diventano ogni giorno più profonde. Allora, guardiamole senza timore queste nostre ferite. Illuminiamole con la luce della consapevolezza e medichiamole con l’unguento di Dio. La consapevolezza serve ad aprirci agli aiuti che suonano alla nostra porta (che sia una psicologa o la migliore amica, un libro profondo o una guida spirituale…).

Ma lasciarci medicare da Dio ci fa raggiungere la pace vera, quella di cui parla Gesù nelle ultime ore di vita che ebbe a disposizione su questa terra. “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore” (Gv 14).

Tutte le nostre ricerche di armonia interiore, di pace profonda, di notti tranquille, di minuti sereni, di amore dato e ricevuto, di perdoni sparsi qua e là… Tutto questo è frutto della guarigione spirituale. Ultimamente ho letto questa preghiera meravigliosa. Chi l’ha scritta aveva ben chiare le ferite di Cecilia e di tutti noi, ma aveva anche bene in mente lo sguardo di Dio su di noi che mai disprezza la fragilità.

Voglio donarti, Signore, la ferita che si ripete.

A volte spero che quelli che si sono sentiti feriti da me non se lo ricordino.

Spero di compensare il male con il bene, ma neanche così si rimedia.

La cosa peggiore è che continuo a cadere, continuo a ferire.

A volte mi è quasi impossibile vedere la bontà in me, la tua bontà.

E sento che è incompatibile essere allo stesso tempo miseria e bontà.

Non so cosa vuoi, Signore, con questo, non so cosa vuoi facendomelo vedere con tanta chiarezza.

Forse vuoi solo che mi accetti, ma non so fare neanche questo.

Ma credo di essere cosciente della mia miseria, anche di quegli angoli nei quali non oso entrare.

So che Tu sei anche lì. Solo questo mi consola”.

Quel “so che Tu sei anche lì” trabocca di consolazione e di guarigione.

È come leggere la frase del poeta Jorge Luis Borges La terra è un paradiso. L’inferno è non accorgersene e scoprire che quella terra sei tu. È buttare alle ortiche il pensiero insulso che ti convince che l’unguento del Signore sia riservato alla guarigione di chi se l’è meritato. È non cadere nel tranello di satana che, vagando alla ricerca di prede facili e fragili, vuol convincerci che il nostro destino sia morire agonizzanti, lontani da Dio.  È credere fermamente che “io posso ogni cosa in Colui che mi fortifica” (Fil 4,13).  È vero: siamo esseri pieni di contraddizioni e portatori sani di ferite quotidiane, ma Colui che ci ha chiamati alla vita, è entusiasta di toglierci i pesi morti che ci mettiamo sulle spalle.

Possiamo gettare via quelle ridicole foglie di fico che hanno usato, fin dall’inizio, anche Adamo ed Eva, nel tentativo di coprire ciò che non piaceva a loro.  Possiamo uscire da quel minuscolo cespuglio dove ancora ci nascondiamo, impauriti, ogni volta che Dio ci passa accanto.

“Professoressa, sto leggendo la Bibbia” mi ha detto ieri Kamal, il mio bellissimo alunno islamico, aggiungendo: “Ma anche lì c’è scritto che non si può mangiare maiale” E da lì è partita una profonda riflessione sul fatto che la religione, con le sue regole, può mettere a posto la nostra coscienza, ma la fede in Dio può mettere a posto la nostra vita. Non nascondiamogli le ferite che ci portiamo appresso: mettono in imbarazzo noi, non Lui. Leggiamo quanto sono belle le seguenti parole di sant’Agostino e rilassiamoci un po’ tra le braccia di Dio. Sono parole che contengono tutte le contraddizioni di questo santo che “avrebbe voluto…” ma poi “non riusciva”. Come san Paolo si ritrovava a dire di sé stesso “non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (Rom 7,19).

NON TI NASCONDO LE MIE FERITE

Quando mi sarò unito a Te con tutto il mio essere,

non sentirò più dolore o pena;

la mia sarà vera vita, tutta piena di Te.

Tu sollevi in alto colui che riempi di Te.

Io, invece, che non sono ancora pieno di Te,

sono di peso a me stesso.

Gioie di cui dovrei piangere contrastano in me

con pene di cui dovrei gioire;

non so da che parte stia la vittoria;

false tristezze contrastano in me

con gioie vere,

e non so da che parte stia la vittoria.

Abbi pietà di me, Signore!

Non ti nascondo le mie ferite.

Tu sei il medico, io sono il malato;

Tu sei il Signore, io il povero.

(Sant’ Agostino)

 *

[Fonte: www.intemirifugio.it]

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