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Mons. Follo: Educare la mente e  il cuore all’attesa

Rito Romano – I Domenica di Avvento. – Anno C – 2  dicembre 2018

Rito Romano – I Domenica di Avvento. – Anno C – 2  dicembre 2018

Ger. 33, 14-16; 1Tess. 3, 12-4, 2; Lc. 21, 25-28, 34-36

Innalzate nei cieli lo sguardo.

 

Rito Ambrosiano – III Domenica di Avvento.

Is 45,1-8; Sal 125; Rm 9,1-5; Lc 7,18-28

Grandi cose ha fatto il Signore per noi.

 

 

 

            1) Un cuore d’Avvento.

Anche quest’anno 
l’Avvento, l’attesa del Salvatore si ripresenta puntuale alla considerazione dei cristiani, quasi una scadenza abituale, eppure mai ripetitiva, perché esso segna la nuova tappa di un cammino, che rende sempre più forte e chiara la fede nel Redentore che viene. Si tratta di un cammino che si fa sequela sempre più perfetta, fino a che non si giunga all’incontro ultimo e definitivo col Signore Gesù.

Nel vangelo di questa prima Domenica di Avvento tutto è descritto come se si trattasse di una catastrofe cosmica, che scuote le stelle e getta gli uomini nella massima confusione (Lc 21, 25-26).
Luca non intende necessariamente annunciare la fine del mondo. Egli ricorre al genere letterario delle apocalissi per dire che la caduta di Gerusalemme sarà una tappa decisiva per instaurare il Regno di Dio sul mondo.
La conclusione che i primi cristiani hanno tratto dall’avvenimento della distruzione di Gerusalemme è: la fine della Città Santa non ha coinciso col ritorno finale del Signore. Dunque, il ritorno del Signore non è facile da prevedere, però i segni del suo accadere possono essere riconosciuti da chi ha “un cuore d’Avvento” (Don Primo Mazzolari), un cuore tutto proteso verso Dio che viene e che si dona.

Un cuore d’Avvento che si prepara bene per accogliere degnamente il Salvatore, il desiderato dalle genti, l’atteso vivamente dal Popolo eletto. Cristo è quel ” germoglio” di cui Geremia parla, l’uomo nuovo, l’inviato da Dio, che ristabilisce la giustizia, non una giustizia punitiva, ma un dono di misericordia che ridona dignità di figlio ad ogni uomo, e riannoda la comunione con quel Dio che è Padre.

Nell’odierna Liturgia della Parola di Dio –dono sempre nuovo che ci fa comprendere la fedeltà di Dio- ci è proposto questo messaggio di preparazione alla venuta del Signore, dell’Emmanuele: il Dio con noi. Il testo del Vangelo è emblematico al riguardo e non ammette confusioni di alcun genere. Cristo verrà sulle nubi del cielo con la potenza divina che gli appartiene. Siamo certi di questa venuta e per questo siamo chiamati a prepararci nella preghiera, che nel caso specifico non è solo il moltiplicare i tempi di preghiera, ma vivere in un atteggiamento orante costante. Infatti solo chi si pone con l’umiltà del cuore davanti a Dio e pone la sua fiducia in Lui può attendere la venuta di Cristo senza paura e scossoni.

Però, oltre alla preghiera, è necessaria una vita buona, che si concretizza in comportamenti e atteggiamenti degni della luce, come ci ricorda l’Apostolo Paolo: “E’ ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno” (Rm 13, 11b.12-13a).

 

2) Un cuore d’Avvento che si fa culla.

L’invito dell’Avvento è principalmente: “Alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina” (Lc 21,28), apriamo dunque l’intelligenza ed il cuore per accogliere Colui che è atteso dal mondo intero: Gesù. Alziamo gli occhi al Signore e viviamo nell’attesa, vigilanti nella preghiera perché ogni momento è gravido di salvezza.

La liturgia ci dice da dove veniamo e dove andiamo. Quando si celebra un Battesimo, c’è all’inizio un dialogo fra il sacerdote e i genitori del neonato: “Cosa chiedete alla Chiesa per questo bambino?”. “La vita eterna”, è la risposta. Fin dall’inizio conosciamo il punto di approdo. L’inizio e la fine sono indissolubilmente uniti. La nostra vita non sarà, dunque, l’odissea di Ulisse ma l’esodo di Israele dalla schiavitù alla libertà in una terra promessa, dove si pratica la libertà dell’amore disinteressato a Dio e del servizio generoso ai fratelli. 
Alle nostre mani, così fragili, al nostro cuore che si fa culla è consegnato Dio che si fa carne, per amore. Se viviamo nella carità, ogni attimo è quello della presenza, della venuta del Signore in noi. Se viviamo la carità, Dio dimora nel nostro cuore sempre: a sera, a mezzanotte, al canto del gallo, al mattino.

In ogni istante è nascosto l’attimo dell’incontro. Vegliare, dunque, per cogliere il senso delle cose. Vegliare sul senso del tempo. Vegliare sui tempi della vita. Perché l’Avvento è il tempo benedetto in cui Dio viene. L’Avvento, tempo di attesa, è tempo di gioia perché ogni venuta di Cristo è dono di grazia e di salvezza, che ci spinge a vivere il presente come tempo di responsabilità e di vigilanza. La “vigilanza” vuol dire la necessità – l’urgenza – di un’attesa viva, operosa e certa, perché sappiamo di poter contare sul Dio fedele.

 

            3) E se fosse il Cuore di Dio ad attenderci?

Nell’Avvento la Chiesa ci chiede di vivere l’attesa di Dio che si fa incontro a noi e ci vuole un cuore veramente puro per riconoscere l’Infinito che si incarna in un Bambino deposto in una mangiatoia. Come non essere lieti di un Dio così vicino, che nasce a Betlemme (città del pane) per farsi Pane di Vita.

Un fatto è certo: noi possiamo vivere ignorando Dio o mettendoLo nell’angolo delle cose da non valutare, e quindi superflue, ma Dio non ci abbandona. Lui, per riguardo alla nostra libertà, che ci ha donata, resta in attesa che noi apriamo gli occhi, sapendo finalmente scoprire il grande inganno che il diavolo ha imbastito avvolgendo e accecando il nostro cuore con le cose. Quante volte, purtroppo rispondiamo al desiderio di infinito con una infinità di cose (Cfr Solgenistin).           Possono essere felicità le cose senz’anima, come il denaro o altro? 
Se siamo sinceri, sentiamo che nella vita ci manca ‘Qualcuno’. Niente ci affascina a lungo, né tantomeno ci riempie.         Alla fine, se siamo onesti, dobbiamo affermare quanto dice il libro dei Proverbi: ‘Vanità, tutto è vanità’. 
Abbiamo davvero bisogno di Chi ci conduca oltre la vanità e povertà di questa terra, ma non sappiamo o non vogliamo metterci in ricerca. 
L’Avvento è proprio il tempo in cui dovremmo aprire porte e finestre della nostra anima per sentire i ‘passi’ di Dio, che sta per venire tra di noi. 
Non è da saggi nascondere a noi stessi la nostalgia del Padre, di quel Padre che ci attende come il Padre misericordioso ha atteso ogni giorno il figlio prodigo. E venne un bel giorno in cui questo figlio perduto (ciascuno di noi) tornò è fu “natale”, perché il figlio morto era tornato alla vita.

Viviamo l’avvento con la certezza di essere attesi da Dio: alla grotta di Betlemme, al Cenacolo, sul Calvario, in Chiesa e, infine, a Casa Sua e nostra.

L’atteggiamento del credente non è quello del sognatore ingenuo, perché non si fonda sulle forze umane o sul caso, ma di chi sa che la vita cambia con l’incontro con la Vita.

L’attesa è di non vivere ripiegati su se stessi, è guardarsi attorno e rendersi conto che ci sono tanti fratelli e sorelle che come noi sono “mendicanti d’amore” e con loro guardare in alto.

La vita quotidiana può appesantire il cuore, ma se la si vive nella dedizione a Dio e nella condivisione con il prossimo il cuore resta leggero. In questo ci sono di esempio le Vergini consacrate, che imitano la consacrazione di Maria Vergine e Madre. La Madonna, “la Vergine dell’attesa e Madre della speranza” (Benedetto XVI), è la protagonista dell’avvento e la “Porta”, che il Figlio ha varcato per entrare nel mondo.

Questa donne consacrate sono chiamate a vivere nella vigilanza (Rituale della Consacrazione delle Vergine, n. 21, nella preghiera conclusive delle litanie, prima della decisione della verginità il Vescvo prega per loro così: « Conducile nella via della salvezza, perché loro desiderano ciò che ti piace e siano sempre vigilanti per compierlo ». Di conseguenza, le Vergini consacrate sono chiamate a perseverare nel loro zelo verso Dio, donandosi a Cristo, e contribuiscono così a donare Cristo ai fratelli ed alle sorelle, servendo Dio e la Chiesa (Rituale di Consacrazione n. 36:: « Lo Spirito Santo, che fu dato alla vergine Marie e che oggi ha consacrato i vostri cuori, vi animi con la sua forza per il servizio di Dio e della Chiesa »).

 

 

 

Consigli pratici:

1) Oltre alla preghiera ed alla mortificazione nel mangiare, allestiamo un presepe in casa. Ciò ci aiuterà ad alzare lo sguardo, a fare memoria dell’inizio dell’abitare di Dio in mezzo a noi, a non soffocare la nostalgia di Dio, evitando la sclerosi degli occhi e del cuore.

 

 

2) Per chi ha più tempo propongo i Sermoni sull’Avvento di San Bernardo di Chiaravalle:

http://it.scribd.com/doc/10918675/San-Bernardo-Sermoni-Avvento

 

oppure

 

3) Per chi ha meno tempo suggerisco la lettura di questa poesia di Clemente Rebora con commento di Mons. Luigi Giussani:

http://www.tracce.it/default.asp?id=266&id2=263&id_n=7791

 

Dall’immagine tesa

vigilo l’istante

con imminenza di attesa –

e non aspetto nessuno:

nell’ombra accesa

spio il campanello

che impercettibile spande

 un polline di suono –

e non aspetto nessuno:

fra quattro mura

stupefatte di spazio

più che un deserto

non aspetto nessuno:

ma deve venire;

verrà, se resisto,

a sbocciare non visto,

verrà d’improvviso,

quando meno l’avverto:

verrà quasi perdono

di quanto fa morire,

verrà a farmi certo

del suo e mio tesoro,

verrà come ristoro

delle mie e sue pene,

verrà, forse già viene

il suo bisbiglio.

 

 

 

 

 

Avvento significa “venuta, arrivo” ed è subito chiaro di chi aspettiamo l’arrivo, la venuta: del Signore Gesù.

 

 

Lettura Patristica

San Gregorio Magno (540 circa – 604)

Sermo 1, 1-3

 

Fratelli carissimi, il nostro Signore e Redentore, volendoci trovare preparati e per allontanarci dall’amore del mondo, ci dice quali mali ne accompagnino la fine. Ci scopre quali colpi ne indichino la fine, in modo che se non temiamo Dio nella tranquillità, il terrore di quei colpi ci faccia temere l’imminenza del suo giudizio. Infatti alla pagina del santo Vangelo che avete ora sentito, il Signore poco prima ha premesso: “Si leverà popolo contro popolo e regno contro regno; vi saranno terremoti, pestilenze e carestie dappertutto” (Lc 21,10-11); e poi ancora: “Ci saranno anche cose nuove nel sole, nella luna e nelle stelle; sulla terra le genti saranno prese da angoscia e spavento per il fragore del mare in tempesta” (Lc 21,25); dalle cui parole vediamo che alcune cose già sono avvenute e tremiamo per quelle che devono ancora arrivare. Che le genti si levino contro altre genti e che la loro angoscia si sia diffusa sulla terra l’abbiam visto più ai nostri tempi che non sia avvenuto nel passato. Che il terremoto abbia sconquassato innumerevoli città, sapete quante volte l’abbiam letto. Di pestilenze ne abbiamo senza fine. Di fatti nuovi nel sole, nella luna e nelle stelle, apertamente per ora non ne abbiam visto nulla, ma che non siano lontani ce ne dà un segno il cambiamento dell’aria. Tuttavia prima che l’Italia cadesse sotto la spada dei pagani, vedemmo in cielo eserciti di fuoco, cioè proprio quel sangue rosseggiante del genere umano, che poi fu sparso. Di notevoli confusioni di onde e di mare non ne abbiamo ancora avute, ma poiché molte delle cose predette già si sono avverate, non c’è dubbio che avvengano anche le poche, che ancora non si sono avverate; il passato è garanzia del futuro.

Queste cose, fratelli carissimi, le andiamo dicendo, perché le vostre menti stiano vigilanti nell’attesa, non s’intorpidiscano nella sicurezza, non s’addormentino nell’ignoranza e vi stimoli alle opere buone il pensiero del Redentore che dice: “Gli abitanti della terra moriranno per la paura e per il presentimento delle cose che devono avvenire. Infatti le forze del cielo saranno sconvolte” (Lc 21,26). Che cosa il Signore intende per forze dei cieli, se non gli angeli, arcangeli, troni, dominazioni, principati e potestà, che appariranno visibilmente all’arrivo del giudice severo, perché severamente esigano da noi ciò che oggi l’invisibile Creatore tollera pazientemente? Ivi stesso si aggiunge: “E allora vedranno venire il Figlio dell’uomo sulle nubi con gran potenza e maestà“. Come se volesse dire: Vedranno in maestà e potenza colui che non vollero sentire nell’umiltà, perché ne sentano tanto più severamente la forza, quanto meno oggi piegano l’orgoglio del loro cuore innanzi a lui.

Ma poiché queste cose sono state dette contro i malvagi, ecco ora la consolazione degli eletti. Difatti viene soggiunto: “All’inizio di questi avvenimenti, guardate e sollevate le vostre teste, perché s’avvicina il vostro riscatto“. È la Verità che avverte i suoi eletti dicendo: Mentre s’addensano le piaghe del mondo, quando il terrore del giudizio si fa palese per lo sconvolgimento di tutte le cose, alzate la testa, cioè prendete animo, perché, se finisce il mondo, di cui non siete amici, si compie il riscatto che aspettate. Spesso nella Scrittura il capo sta per la mente, perché come le membra son guidate dal capo, così i pensieri sono ordinati dalla mente. Sollevare la testa, quindi, vuol dire innalzare le menti alla felicità della patria celeste. Coloro, dunque, che amano Dio sono invitati a rallegrarsi per la fine del mondo, perché presto incontreranno colui che amano, mentre se ne va colui ch’essi non amavano. Non sia mai che un fedele che aspetta di vedere Dio, s’abbia a rattristare per la fine del mondo. Sta scritto infatti: “Chi vorrà essere amico di questo mondo, diventerà nemico di Dio” (Jc 4,4). Colui che, allora, avvicinandosi la fine del mondo, non si rallegra, si dimostra amico del mondo e nemico di Dio. Ma non può essere questo per un fedele, che crede che c’è un’altra vita e l’ama nelle sue opere. Si può dispiacere della fine di questo mondo, chi ha posto in esso le radici del suo cuore, chi non tende a una vita futura, chi neanche sospetta che ci sia. Ma noi che sappiamo dell’eterna felicità della patria, dobbiamo affrettarne il conseguimento. Dobbiamo desiderare d’andarvi al più presto possibile per la via più breve. Quali mali non ha il mondo? Quale tristezza e angustia vi manca? Che cosa è la vita mortale, se non una via? E giudicate voi stessi, fratelli, che significherebbe stancarsi nel cammino d’un viaggio e tuttavia non desiderare ch’esso sia finito.

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Mons. Francesco Follo è Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’UNESCO a Parigi.

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Monsignor Francesco Follo è osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi.

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