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Migranti, senzatetto, poveri, chi sono i “molesti” di oggi?

Un nuovo volumetto della EMI spiega come trattare con le persone “inopportune” nello spirito delle opere di misericordia

Indifferenza, fastidio, peso: sono alcune delle parole chiave che sorgono nell’incontro con coloro che reputiamo “molesti”, come i mendicanti che chiedono la carità per strada, i migranti che bussano alle nostre frontiere, i poveri che reclamano un salario migliore o un luogo dignitoso dove vivere.

Come è possibile trasformare ciò che ci “pesa addosso” in un atto di misericordia che ci permetta di “saper vivere e abitare tutte queste relazioni cercando di costruire comunione, incontro, condivisione”, invece di rifiuto?

Christian Albini, 42 anni, teologo, insegnante, scrittore e blogger, risponde a queste domande nel suo nuovo libro Sopportare pazientemente le persone moleste. Aver pazienza con gli altri come Dio con noi (Editrice Missionaria Italiana, in libreria da questa settimana). Il testo rientra nella collana Fare misericordia, dedicata alle opere di misericordia e predisposta per l’Anno giubilare.

Molteplici, secondo l’autore, le categorie dei “molesti” che incontriamo sul nostro cammino: i molesti “dannosi”, come gli stalker che terrorizzano le donne, o i molesti “scomodi”, cioè coloro che denunciano situazioni di profonde iniquità reclamando diritti fondamentali – tra questi il magistrato simbolo della lotta alla mafia Giovanni Falcone – e ancora i molesti “provocatori”, la categoria che più “pesa” e “dà fastidio”, che comprende gli esclusi, gli scartati, i migranti, coloro i quali, anche solo con la loro presenza, ci pongono di fronte alla nostra indifferenza e alla nostra incapacità di costruire relazioni umane.

Come possiamo quindi trasformare queste reazioni negative in un’attitudine di forza e di sopportazione? Solo seguendo l’esempio di Dio, scrive Albini, colui che a tutto risponde con la sua misericordia universale. “La nostra sopportazione può essere autentica e trovare le sue radici solo in Dio, a partire dall’esperienza della sopportazione che egli amorevolmente esercita nei nostri confronti” e noi nei confronti degli altri, conclude Albini.

 

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