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Cristero leaders and their flag

Cristero leaders and their flag - Wikimedia Commons

Messico: morto a 103 anni l’ultimo “cristero”

Juan Daniel Macías Villegas è spirato tra l’affetto dei suoi cari. Ad appena 13 anni si arruolò per difendere la fede cattolica dalla violenza di uno Stato massonico e anticlericale

“Finché sono in vita, non smetto di lottare”. È stato questo l’estremo ruggito di Juan Daniel Macías Villegas, il 18 febbraio scorso, prima di spirare alla veneranda età di 103 anni. Nato e cresciuto a San Julián, nel cuore del Messico, questo anziano con la tempra di un giovane guerriero era l’ultimo combattente rimasto in vita della guerra Cristera. L’ultimo testimone di un cattolicesimo militante, capace di impugnare le armi, nella prima metà del secolo scorso, per difendere la fede minacciata da uno Stato massonico e violentemente anticlericale.

Juan Daniel Macías Villegas nacque il 21 luglio 1912, in un contesto rurale e in seno a una famiglia dalla profonda fede in Dio. Ad appena 13 anni, nel ’26, prese le armi per unirsi ai “cristeros” e ricevette la benedizione dallo stesso sacerdote che lo aveva battezzato appena nato. Malgrado la giovane età, partecipò a diverse campagne militari agli ordini del generale Victoriano Ramirez, tra le fila della divisione denominata “Los dragones del 14”.

Come un moderno Cincinnato, tornò alla vita dei campi una volta firmato il cessate il fuoco tra esercito regolare e insorti nel 1929. Ma anni più tardi, nel 1934, non si tirò indietro quando i suoi vecchi commilitoni sentirono l’esigenza di occupare di nuovo le barricate per iniziare La Segunda, ossia la nuova rivolta causata dalla recrudescenza delle violenze di Stato ai danni di religiosi e dalla pretesa di strappare i giovani alle famiglie per imporre loro una “educazione socialista”.

Furono anni, quelli delle rivolte dei “cristeros”, in cui la persecuzione religiosa – cominciata già dalla fine della colonizzazione spagnola nella metà dell’Ottocento – conobbe nel Paese latino-americano un vertiginoso apice. I cattolici venivano incarcerati, fucilati e fatti sparire. Questa situazione ebbe inizio quando il governo guidato dal generale Plutarco Elías Calles approvò una modifica del Codice penale per restringere la libertà religiosa fino a volerla soffocare.

Come racconta lo scrittore gesuita Brian Van Hove nel suo Blood-Drenched Altars (Altari insanguinati), le nuove misure prevedevano la chiusura di seminari e scuole cattoliche, lo scioglimento di tutti gli ordini religiosi, l’espulsione di sacerdoti stranieri e un “numero chiuso” per quelli messicani, obbligati ad ubbidire alle autorità civili, il divieto di indossare l’abito talare, l’obbligo per alcuni sacerdoti di prendere moglie e il bando di espressioni come “se Dio vuole” o “a Dio piacendo”. Ai dipendenti statali fu inoltre imposto di compiere un’abiura.

Al seguito dell’emanazione di questa modifica del Codice penale, teppaglia fomentata dalle autorità civili attuò una serie di attacchi ai fedeli che uscivano dalle Messe o che partecipavano alle processioni religiose. In un primo momento, di concerto con il Vaticano, la risposta dei cattolici si manifestò attraverso proteste pacifiche. Successivamente però, data la gravità della persecuzione, che costrinse i cattolici a tornare idealmente nelle catacombe, focolai di rivolta si susseguirono in tutto il Paese fino ad infiammare il Messico con una guerra civile. Nel 1927 si formò un vero e proprio esercito ribelle che riuscì a contrastare l’azione soppressiva delle autorità.

Con l’aiuto essenziale di Dio e della Vergine di Guadalupe, i “cristeros” salvarono la fede in Messico. La Chiesa ha elevato agli altari molti martiri messicani, lo scorso 22 gennaio Papa Francesco ha firmato il decreto per la canonizzazione del Beato José Sanchez. Anni di questo brutale conflitto lasciarono tuttavia profonde ferite. Si stima che persero la vita tra le 75 e le 80 mila persone. A fronte di 4 mila e 500 sacerdoti presenti nel Paese all’inizio della ribellione, ne rimasero 334 alla fine delle ostilità. Tutti gli altri furono espulsi dal Paese o uccisi.

Gli occhi Juan Daniel Macías Villegas hanno conosciuto quegli anni di tormento e anche di manifesto amore per Cristo e per la sua Chiesa. E hanno potuto assistere, decenni più tardi, anche agli effetti concreti di quell’impegno coraggioso: nel 1988 una riforma costituzionale ha riconosciuto personalità giuridica alla Chiesa cattolica, ha ristabilito relazioni diplomatiche tra Messico e Santa Sede e ha sancito l’inizio di una nuova fase di dialogo e di pace.

Gli artefici di questo risultato sono stati gente semplice come Juan Daniel Macías Villegas. Guerrieri nell’animo, che mantennero una fede ardente nei campi di battaglia così come nelle attività di tutti i giorni, tra moglie e figli, a dedicarsi alla produzione di latte e di carne nella propria fattoria. Proprio la famiglia di questo anziano “cristero” – riferisce AciPrensa – ha accompagnato il feretro in una processione per le vie del paese che ha preceduto il funerale. Insieme a loro, i membri della Guardia Nacional Cristera, organizzazione cattolica intenta a difendere la memoria dei martiri di quella persecuzione religiosa. Difendere la memoria che consiste nel raccogliere il loro testamento.

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