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Papa Ciudad Juarez

CTV

“Mai più morte e sfruttamento!”. La speranza di Bergoglio nella Lampedusa d’America

A Ciudad Juarez, ultima tappa del viaggio in Messico il Papa saluta i migranti oltre la frontiera con gli Usa e assicura: “C’è sempre una via d’uscita e un’opportunità”

Da un lato gli Stati Uniti d’America, dall’altro il Messico. In mezzo Papa Francesco che, oltre alla storia, disegna la geografia. È festa oggi a Ciudad Juarez, quella che in tanti hanno ribattezzato la “Lampedusa d’America”, situata di fronte alla città texana di El Paso, città simbolo del calvario di chi insegue il sogno di una vita migliore. 

Papa Ciudad Juarez

Papa in Ciudad Juarez

È festa in un luogo dove ogni giorno, da anni ormai, si respira morte. Solo negli ultimi 15 anni, secondo le stime, oltre 5.500 persone sono rimaste uccise alla frontiera tra Messico e Usa, spazzati via dalle sabbie del deserto. Un deserto segnato dalla rete metallica: un “muro” a tutti gli effetti, di quelli di cui Bergoglio ha profetizzato la caduta. Prima o poi.

Ma Ciudad Juarez, ultima tappa del viaggio del Pontefice, odora anche della morte di tante, tante – troppe – donne. Qualcuno la chiama brutalmente “patria del femminicidio”, dato che vi scompaiono tre donne ogni due giorni. Rapite, torturate, uccise, e nel 97% dei casi i delitti rimangono senza colpevoli. Proprio in vista della visita di Francesco, i familiari delle donne scomparse avevano dipinto delle croci nere su sfondo rosa sui pali della luce, lungo la strada dal penitenziario al Colegio de Bachilleres. Un modo per manifestare il proprio dolore, senza l’autorizzazione delle autorità messicane, e “per non occultare la verità al Papa” contro il femminicidio diventato un caso internazionale. Tutte le croci, però, sono state cancellate una ad una.

Ma Bergoglio non dimentica nessuna delle vittime, quelle della migrazione come quelle delle violenze. Appena giunto nella grande area fieristica dove è allestito il palco per la Messa (80 km dalla frontiera), si reca sulla passerella di sei metri che segna il confine e si ferma in preghiera davanti alla grande croce in legno, su cui è rappresentata la Sacra Famiglia di Nazareth in fuga verso l’Egitto. Ai piedi del monumento vi sono delle scarpe bianche appartenute a quei migranti inghiottiti nella polvere. Bianchi sono pure i fiori che Francesco depone alla fine, dopo aver benedetto le croci. 

Poi nell’omelia, ricorda che “qui a Ciudad Juárez, come in altre zone di frontiera, si concentrano migliaia di migranti dell’America Centrale e di altri Paesi, senza dimenticare tanti messicani che pure cercano di passare ‘dall’altra parte’. Un passaggio – aggiunge – carico di terribili ingiustizie: schiavizzati, sequestrati, soggetti ad estorsione, molti nostri fratelli sono oggetto di commercio del transito umano”.

“Non possiamo negare la crisi umanitaria che negli ultimi anni ha significato la migrazione di migliaia di persone, sia in treno, sia in autostrada, sia anche a piedi attraversando centinaia di chilometri per montagne, deserti, strade inospitali”, afferma il Papa. E definisce la migrazione forzata, al giorno d’oggi “un fenomeno globale”, una vera “tragedia umana”. “Questa crisi – dice – che si può misurare in cifre, noi vogliamo misurarla con nomi, storie, famiglie. Sono fratelli e sorelle che partono spinti dalla povertà e dalla violenza, dal narcotraffico e dal crimine organizzato”.

“A fronte di tanti vuoti legali, si tende una rete che cattura e distrugge sempre i più poveri”, sottolinea il Pontefice. Questi “non solo soffrono la povertà bensì soprattutto queste forme di violenza” e di “ingiustizia” che “si radicalizza nei giovani”. Loro, “come carne da macello”, osserva Bergoglio, “sono perseguitati e minacciati quando tentano di uscire dalla spirale della violenza e dall’inferno delle droghe. E che dire delle tante donne alle quali con la violenza è stata ingiustamente tolta la vita!”.

Papa Ciudad Juarez

Papa in Ciudad Juarez

Da dire c’è una sola parola: misericordia. La misericordia che – afferma il Santo Padre – “scaccia sempre la malvagità, prendendo molto sul serio l’essere umano. Fa sempre appello alla bontà sopita, anestetizzata, di ogni persona. Lungi dall’annientare, come molte volte pretendiamo o vogliamo fare noi, la misericordia si avvicina ad ogni situazione per trasformarla dall’interno”.

È la stessa misericordia che Dio mostra a Ninive, la grande città che “si stava autodistruggendo” a causa di degradazione, violenza e ingiustizia. Lì il Signore muove il cuore di Giona, inviandolo come suo messaggero per aiutare questo popolo “ubriaco di sì stesso” a comprendere “che con questo modo di comportarsi, di regolarsi, di organizzarsi stanno generando solo morte e distruzione, sofferenza e oppressione”. 

“Questo è propriamente il mistero della misericordia divina”, evidenzia il Papa, “si avvicina e invita alla conversione, invita al pentimento; invita a vedere il danno che a tutti i livelli si sta causando. La misericordia entra sempre nel male per trasformarlo”. Così essa manifesta la speranza che “c’è sempre la possibilità di cambiare”: “Siamo in tempo per reagire e trasformare, modificare e cambiare, convertire quello che ci sta distruggendo come popolo, che ci sta degradando come umanità”, dice il Pontefice. “La misericordia ci incoraggia a guardare il presente e avere fiducia in ciò che di sano e di buono è nascosto in ogni cuore”. 

E come Giona, che trovò davanti alla sua chiamata “uomini e donne capaci di pentirsi, capaci di piangere”, Bergoglio chiede per tutti gli abitanti di Ciudad Juarez il “dono delle lacrime”, il dono di “piangere per l’ingiustizia, piangere per il degrado, piangere per l’oppressione”. Perché “sono le lacrime che possono aprire la strada alla trasformazione; sono le lacrime che possono ammorbidire il cuore, sono le lacrime che possono purificare lo sguardo e aiutare a vedere la spirale di peccato in cui molte volte si sta immersi”.

Papa Ciudad Juarez

Papa in Ciudad Juarez

Queste lacrime “riescono a sensibilizzare lo sguardo e l’atteggiamento indurito e specialmente addormentato davanti alla sofferenza degli altri. Sono le lacrime che possono generare una rottura capace di aprirci alla conversione”. 

“Mai più morte e sfruttamento!”, esclama quindi il Successore di Pietro, “c’è sempre tempo per cambiare, c’è sempre una via d’uscita e un’opportunità, c’è sempre tempo per implorare la misericordia del Padre”. “Scommettiamo sulla conversione”, insiste, perché già “ci sono segni che diventano luce nel cammino e annuncio di salvezza”.

Lo sono, ad esempio, il lavoro di tante organizzazioni della società civile in favore dei diritti dei migranti o l’impegno di religiosi, sacerdoti e laici “che si spendono nell’accompagnamento e nella difesa della vita”, aiutando in prima linea e “rischiando molte volte la propria”. Queste persone, osserva Francesco, “con la loro vita sono profeti di misericordia, sono il cuore comprensivo e i piedi accompagnatori della Chiesa che apre le sue braccia e sostiene”. Allora gioiamo, perché questo – conclude – “è tempo di conversione, è tempo di salvezza, è tempo di misericordia”.

Un ultimo pensiero, il Pontefice lo rivolge alle centinaia di persone che hanno seguito la Messa dietro la rete metallica, dall’altro lato della frontiera, specie quelli che si sono radunati nello stadio dell’Università de El Paso, nota come Sun Bowl, guidate dal vescovo Mark Seitz. “Grazie all’aiuto tecnologico – dice – possiamo pregare, cantare e celebrare uniti a questo amore misericordioso che il Signore ci dà e che nessuna frontiera può impedirci di condividere”.

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