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Lonely man

Lonely man - Pixabay (Unsplash)

L’epoca contemporanea, dove il desiderio diventa diritto…

In “Diritti distorti. La legalizzazione dei desideri”, il giornalista Pier Giorgio Liverani spiega alcune attuali rivendicazioni come effetti “della filosofia del desiderio e del piacere, della decadenza morale”

In quella che il sociologo Zygmunt Baumann ha definito “società liquida”, dove i confini e i riferimenti sociali si perdono a beneficio dell’individualismo, la rivendicazione del singolo si trasforma nell’unico criterio dell’agire umano.

Sempre più spesso si assiste alla pubblica pretesa da parte di minoranze di maggiori “diritti”. I quali, tuttavia, resi indifferenti al bene altrui, sono in realtà dei meri desideri, dei capricci rivestiti di un’aurea più nobile. Sono, per dirla con Pier Giorgio Liverani, dei “diritti distorti”.

È questo il titolo del suo ultimo volume (“Diritti distorti. La legalizzazione dei desideri”, Ares), in uscita in libreria nei prossimi giorni. L’autore, giornalista e scrittore, già direttore di Avvenire, di cui oggi è opinionista, traccia un quadro di un’epoca, quella contemporanea, nella quale l’uomo pretende di farsi uguale a Dio, facendo assurgere a supremo bene la realizzazione di ogni suo desiderio. Affrontando temi di stretta attualità come il ddl sulle unioni civili, Liverani ne parla a ZENIT nell’intervista che segue.

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Dott. Liverani, dove affondano le radici dei diritti?

I diritti, quelli definiti “umani” e considerati fondamentali, cioè che disegnano la dignità, l’intangibilità e l’uguaglianza di ogni essere umano, hanno le radici nella morale, nella filosofia, nella religione, nella storia e nella coscienza dei singoli, dei popoli e dell’umanità. I due codici più antichi (i primi nella storia) e tra loro parzialmente corrispondenti risalgono al secondo millennio prima di Cristo. Sono i Dieci Comandamenti biblici: non uccidere, da cui il diritto alla vita; non rubare, da cui il diritto di proprietà; non essere un falso testimone e via dicendo. E la Stele di Hammurabi, entrambi incisi su pietra a dimostrazione della loro perennità. Su questi “princìpi” hanno lavorato le varie civiltà perfezionando i sistemi giuridici da non violare.

Il primo “luogo” in cui affondano le radici dei diritti che lei ha citato è la morale…

Esiste una correlazione tra diritti e morale, anche se non totale: i diritti dell’uomo precedono la stessa vita degli uomini e le antiche scritture religiose (la Bibbia ebraica e cristiana nell’Antico Oriente, la Stele di Hammurabi a Babilonia, il Codice di Manu in India, il Corano in Arabia) ispirano ancora oggi molte norme importanti delle varie legislazioni. Tant’è vero che, pur diversificandosi, assai spesso le violazione dei diritti sono considerate anche peccati: per esempio violare i diritti alla vita, alla famiglia, alla proprietà. Purtroppo questa correlazione è talvolta caduta intenzionalmente. Per esempio, il diritto alla vita è ancora oggi violato dalla pena di morte, dall’aborto volontario, dall’eutanasia, dalla droga e anche dalla contraccezione legalizzata.

Cicerone affermava: “In realtà noi non possiamo distinguere una legge buona da una cattiva in nessun altro modo se non in base ad una norma della natura”. I diritti e la morale si reggono su una legge naturale?

Certamente e in linea di massima sì: noi diciamo “naturale” intendendo qualcosa che ci preesiste come tutti i fenomeni della natura. “Naturale” potrebbe essere tradotto con “divino”, come divine sono considerate tutte le leggi di natura, i Comandamenti, gli altri Testi, anche quelli che non ho ricordato. La Natura, se rispettata ed esclusi alcuni fenomeni tragici difficili da qualificare sotto un profilo filosofico e di fede, è strutturata per il bene dell’uomo. Purtroppo molte leggi umane sono pensate e strutturate in modo che giovino ad alcuni e danneggino altri. Esempio: la schiavitù, i matrimoni tra persone omosessuali, che stravolgono la famiglia e influiscono negativamente sulla formazione dei figli, naturali o adottati che siano.

Per parafrasare il titolo del suo libro, attraverso quali processi culturali si è giunti a “distorcere” i diritti?

I “distorti”, cioè i cosiddetti“diritti civili”, sono un prodotto della filosofia del desiderio e del piacere, del materialismo generalizzato, della decadenza morale, un prodotto della evoluzione “culturale” della società. Essi dipendono dalla tecnica divenuta quasi una religione, dalla storia e dalla contingenza, dalle ideologie politiche. Nascono come desideri di una società ormai sazia e ubriaca di tecnica che guarda soltanto a se stessa, quando muoiono gli ideali e ci si affida alle ideologie prive di ogni “valore”, quando muore ogni serio progetto politico. Insomma quando sulla solidarietà e sulla corresponsabilità prevalgono l’individualismo e l’egoismo. Si identificano facilmente come una risposta a bisogni generalmente artificiali e comunque privati e personali.

Come discernere un diritto da un “diritto distorto”?

Un “distorto” è sicuramente l’aborto, che sopprime il diritto alla vita del concepito per inventare un preteso “diritto” materno che si dice superiore a quello di non uccidere. “Distorta” è anche la pretesa di parificare al matrimonio l’incontro di due persone del medesimo sesso e di avere “figli” in modi del tutto tecnici e innaturali e, per di più, mediante accordi commerciali che mortificano la dignità di tutte le persone coinvolte. “Distorta” è l’Onu che vuole imporre il diritto di aborto ai Paesi dove una puntura di zanzara può compromettere la salute di un figlio in grembo. È il preteso “diritto” di avere un figlio a qualsiasi costo, anche affittando un utero estraneo. Di tutto ciò e di altro ancora parla il mio libro “Diritti Distorti”, che va in questi giorni nelle librerie e che spero dia fastidio a tutti i Cirinnà dei Parlamenti, dei giornali, degli altri media e sulle piazze… E poi, i “diritti distorti”, si riconoscono dal distintivo “civile”, inutile e contraddittorio.

“Diritti distorti” che sono alla base del ddl Cirinnà quindi…

È molto grave che istituzioni autorevoli come il Senato e la Camera dei Deputati e lo stesso Governo non riescano a comprendere che ciò che il progetto di legge Cirinnà tenta di raggiungere è al di fuori di ogni logica giuridica e contrario alla stessa nostra Costituzione. Questa, nel suo articolo 3, vieta ogni discriminazione perché i cittadini sono tutti eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza e di condizioni personali e sociali. Ora è noto che le persone omosessuali sono tali per il loro orientamento sessuale, che però non muta la sostanza delle persone ed è una “condizione personale” che non muta il loro sesso: esse restano maschi e femmine con particolari “orientamenti” come tanti e senza assolutamente un valore costituzionale. Hanno dunque, come tutti gli altri cittadini, il diritto di sposarsi, ma come tutti, tra uomini e donne. Nulla e nessuno vieta loro di comportarsi nel privato come credono. Altrimenti per loro si creerebbe un inimmaginabile “diritto in più” discriminando così tutti gli altri cittadini.

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