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Lectio Divina sulle letture per la II Domenica di Pasqua o della divina Misericordia – Anno C – 3 aprile 2016

Monsignor Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso l’UNESCO a Parigi, offre oggi la seguente meditazione sulle letture per la II Domenica di Pasqua o della divina Misericordia – Anno C – 3 aprile 2016.

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Rito Romano

II Domenica di Pasqua o della divina Misericordia – Anno C – 3 aprile 2016
At 5,12-16; Sal 117;Ap 1,9-11.12-13.17-19; Gv 20,19-31

Rito Ambrosiano

At 4,8-24; Sal 117; Col 2,8-15; Gv 20,19-31

1) Il perché del dubbio degli Apostoli.

Contemplando il mistero della Risurrezione di Cristo, Sant’Agostino scrisse: “Noi non avevamo nulla di nostro da cui ricevere la vita. Come Lui non aveva nulla da cui ricevere la morte. Donde lo stupefacente scambio: fece sua la nostra morte e nostra la sua vita”. La Liturgia di questa II Domenica di Pasqua trasforma in preghiera l’intuizione di questo Santo così: “Dio di eterna misericordia, che nella ricorrenza della festa pasquale infiammi la fede del popolo a te consacrato, aumenta in lui la grazia che gli hai donato, perché tutti, con un’intelligenza giusta, comprendano da quale Battesimo sono stati purificati, da quale Spirito sono stati rigenerati, da quale Sangue sono stati redenti” (Colletta della Messa).

Poi, la liturgia della Parola di questa Domenica ci propone il bel vangelo dell’apparizione di Cristo risorto agli Apostoli e poi anche a San Tommaso, l’incredulo. Se Dio ha permesso che questo Apostolo dubitasse ancora, è per confermare la nostra fede nel mistero fondamentale della Risurrezione di Cristo. A questo riguardo San Leone Magno affermò: “Lo Spirito di verità non avrebbe permesso queste esitazioni nei cuori dei suoi predicatori se questa diffidenza questi tentennamenti pieni di curiosità non avesse affermato i fondamenti della nostra fede, se questi “disturbi” non fossero stati guariti nella persona degli apostoli. In loro siamo stati premuniti contro le calunnie degli empi e contro gli argomenti della sapienza terrena. Ciò che loro hanno visto ci illumina, ciò che hanno ascoltato ci dà indicazioni, ciò che hanno toccato ci rende più fermi, più saldi. Loro hanno dubitato perché il nostro dubbio non fosse più possibile”.

La fragile, debole fede di San Tommaso fu rafforzata dalla misericordia di Cristo risorto che apparve una seconda volta nel Cenacolo principalmente per lui, non solo mostrando le sue piaghe “gloriose” ma chiedendo a questo apostolo di metterci il dito dentro. Ciò implicò un atto di fede immediato: “Signor Mio e Dio mio”. Nell’oscurità e nonostante tutte le difficoltà e gli ostacoli, anche ciascuno di noi è chiamato a toccare con il dito della fede le sante stigmate di Cristo e a proclamare la sua risurrezione e la sua divinità. E questo può essere fatto in modo tutto particolare ricevendo la comunione eucaristica grazie alla quale, sotto il velo del sacramento, possiamo –per così dire- toccare la sostanza del Risorto.

Nella prima apparizione agli Apostoli Gesù mostrò le mani trafitte dai chiodi e il fianco trapassato dalla lancia, per “di-mostrare” che Lui è davvero il Crocifisso morto e risorto. Praticamente, in questo mostrare le mani e il fianco, Lui presenta la sua carta d’identità, la quale certifica che il Risorto che sta in mezzo a loro è quell’uomo che hanno visto morire in croce. Mostrando questo documento di identità, Gesù ci insegna anche che le sue mani che hanno lavato i piedi, sono le mani che sono state inchiodate in Croce, perché Lui sempre è a servizio dell’uomo. Il “potere” delle mani di Cristo Signore è di lavare i piedi e di lasciarsele inchiodare perché la nostra angoscia trovi rifugio in quelle mani “bucate” dall’amore: in croce Cristo si lascia inchiodare per servire e salvare l’uomo con il suo amore. “Le mani trafitte sono necessarie per sciogliere le mani misericordiose del Padre” (Jacques Maritain). Ed è lì che conosciamo il Signore e vediamo la sua misericordia in azione. E’ in queste mani che vediamo tutta la vita di Gesù, tutto ciò che Lui ha fatto. Contempliamo il segno del suo amore estremo in quelle mani inchiodate al servizio d’amore. Esse ci accolgono ogni volta che l’abisso del peccato ci minaccia: sono un’altissima manifestazione della misericordia di Dio. Le ferite gloriose di Cristo aperte anche in Paradiso sono un mistero profondo. : sono sempre aperte! “Perché da lì (da quelle piaghe) esce Dio verso l’uomo e da lì l’uomo entra in Dio. Sono il luogo di comunione tra l’uomo e Dio. Lì noi scrutiamo il mistero di Dio e da lì il mistero di Dio, nel suo amore, esce verso di noi” (P. Silvano Fausti, SI).

Sarà la contemplazione di queste mani che ci farà capire – sempre di più e sempre meglio – chi è il Signore per noi: il vero Dio e il Vero uomo che si è lasciato trafiggere a morte per amore nostro. Contempliamo stupiti le ferite d’amore di Dio che ci crea e ricrea e da cui fluiscono la pace e la gioia.

La gioia è il segno della presenza di Dio, che condivide con noi la sua pace. La gioia e la pace non solo sono il segno della presenza del Risorto, ma sono il segno che ciascuno di noi è partecipe già da ora della Risurrezione di Cristo.

La gioia di essere amati e perdonati diventa missione in obbedienza amorosa alla Parola di Gesù che dice: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi. Andate nel mondo e portate a tutti il perdono di Dio” (cfr Gv 20, 21-23). Oggi, Gesù il risorto, l’inviato dal Padre a rivelare il suo amore verso gli uomini, manda noi, figli nel Figlio, a portare l’annuncio dell’amore del Padre ai fratelli. La nostra missione è la stessa di Gesù. L’amore è sempre missione e ci manda verso il prossimo. In questo esodo pasquale siamo mandati verso l’altro per portargli con la misericordia l’amore di cui ha bisogno per ricominciare ad amare. A questo riguardo Papa Francesco insegna: “Bisogna uscire da noi stessi e andare sulle strade dell’uomo per scoprire che le piaghe di Gesù sono visibili ancora oggi sul corpo di tutti quei fratelli che hanno fame, sete, che sono nudi, umiliati, schiavi, che si trovano in carcere e in ospedale. E proprio toccando queste piaghe, accarezzandole, è possibile adorare il Dio vivo in mezzo a noi” (3 luglio 2013).

2) Il dubbio di San Tommaso.

L’informazione dell’assenza di San Tommaso alla prima apparizione di Gesù agli Apostoli, introduce la seconda parte del brano del vangelo di oggi, la quale porta a termine il cammino di fede richiesto a noi che leggiamo il racconto fatto da San Giovanni. Ognuno di noi è invitato a mettersi nei panni di Tommaso, anche noi non c’eravamo quando Gesù è apparso ai discepoli, anche noi dobbiamo fondare la nostra fede sulla testimonianza degli apostoli. E’ questo il senso della frase finale: “Tu (Tommaso) hai creduto perché hai visto. Beati coloro che non hanno visto e hanno creduto” (Gv 20,29).

A questo punto, penso sia importante proporre un’interpretazione circa San Tommaso, che ha lottato con il dubbio. Prima di tutto è da tenere presente che c’è dubbio e dubbio. C’è il dubbio di chi si allontana dalla verità, di chi cerca il pretesto o il diversivo per non credere, per lasciar l’interrogativo della mente e del cuore in sospeso, una domanda a cui non si vuole dare risposta per non cambiare vita. E’ il dubbio scettico, relativistico che dilaga in modo particolare oggi e che è caratteristico dei periodi di decadenza. E’ il frutto della sazietà materiale e della debolezza spirituale e morale, che mal sopporta o non sopporta più del tutto la tensione all’assoluto e la spinta dell’amore incondizionato di Dio.

Non fu questo il dubbio di San Tommaso. Lui aveva sofferto come gli altri Apostoli per la perdita del Maestro. Cercava sinceramente la verità, ma la voleva definitiva e di uno spessore che resistesse all’attacco di qualsiasi dubbio. In un certo senso, Tommaso voleva “verificare” la sua fede, rendendola salda. Per questo voleva vedere e toccare il suo Gesù nel “segno” dei buchi lasciati dai chiodi e mettere la mano nel costato aperto dalla lancia. Fu l’amore esasperato dal dolore, e non lo scetticismo che gli fece dire degli “spropositi”. Se Gesù era risorto scoperchiando il masso del sepolcro, se era entrato a porte chiuse superando la barriera fisica delle porte chiuse, perché doveva avere ancora le mani e i piedi e il costato piagati? E’ tipico dell’amore sragionare, e sono gli “spropositi” dell’amore che tengono in piedi questo mondo malato, consunto dai dubbi della ragione che vuol essere una misura e non una finestra aperta sulla realtà.

In fondo, San Tommaso aveva ragione. Di fronte all’amore spropositato di Cristo occorreva un’evidenza fisica, assoluta dell’identità tra il Cristo morto in Croce e il Risorto. Ci voleva una prova che attestasse ai sensi di San Tommaso l’effettiva continuità tra i buchi dei chiodi, la ferita del costato e le loro impronte gloriose. Queste sono le prove sensibili della morte: se Gesù era risorto, non gli facevano più male ma dovevano splendere nell’evidenza della nuova vita. Il Cristo esaudisce San Tommaso alla lettera e gli dice di toccare il Suo corpo, di contemplare le Sua ferite, segni di amore.

Ma cosa ha contemplato San Tommaso? Ha visto ciò che è contrario alla ragione: piaghe che non davano sangue ma luce e gioia, cioè un morto tornato alla vita con un corpo glorioso. In questo senso la cosa non avrebbe dovuto aiutarlo a credere: il che conferma che il dubbio di San Tommaso non era il frutto di scetticismo, ma dell’attesa accorata dell’amore tormentato. Il riconoscimento immediato di Cristo da parte di questo Apostolo mostra le fede di San Tommaso. La certezza dei sensi è un punto di partenza per affermare: “Signore mio e Dio mio”, per riconoscere la vera umanità di Cristo dicendo “Signore mio”, e aderendo alla divinità del Verbo incarnato, morto e risorto, affermando: “Dio mio”.

Chiediamo al Signore Gesù che confermi e accresca anche in noi una fede, che non abbia più bisogno di miracoli, una fede che viva dell’amore.

Un esempio contemporaneo di questa fede ci è testimoniata dalle Vergini consacrate nel mondo. Queste donne dicono a Cristo: “Signore mio e Dio mio”, offrendosi completamente, anima e corpo a Lui. Queste vergini inoltre testimoniano a tutto il popolo di Dio che l’unione con il Cristo-sposo, implica una profonda felicità della vita. San Paolo accenna a questa felicità, quando dice che chi non è sposato si preoccupa in tutto delle cose del Signore e non si trova disunito tra il mondo e il Signore (cf. 1Cor 7,39-35). Ma si tratta di una felicità che non esclude e che non dispensa affatto dal sacrificio, poiché la castità consacrata comporta delle rinunce attraverso le quali chiama a conformarsi maggiormente a Cristo crocifisso. San Paolo ricorda espressamente che nel suo amore di sposo Gesù Cristo ha offerto il suo sacrificio per la santità della Chiesa (cfr. Ef 5,25). Alla luce della croce comprendiamo che ogni unione al Cristo-sposo è un impegno di amore al Crocifisso Risorto. In questo modo chi professa la castità consacrata testimonia che è possibile partecipare al sacrificio di Cristo per la redenzione del mondo. E ciò va fatto con il lieto e completo dono di se stessi. Questa offerta è resa permanente nella consacrazione, così che il “pane” della loro vita e il “vino” del loro amore unito alla carità di Cristo permette di vivere l’alleanza con Cristo come spirituale e vero matrimonio d’amore.

About Francesco Follo

Monsignor Francesco Follo è osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi.

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