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“In Siria più che i soldi, serve fermare il traffico d’armi”

Il presidente di Caritas Libano interviene alla Conferenza internazionale dei Paesi donatori. Intanto Turchia e Arabia Saudita stanno inviando le proprie truppe in Siria?

Alla Conferenza internazionale dei Paesi donatori per la Siria sono stati raccolti finora 8 miliardi circa. Una cifra importante. Tuttavia – rileva ad AsiaNews padre Paul Karam, direttore di Caritas Libano, impegnata nell’accoglienza delle numerose famiglie siriane che fuggono dalla guerra – “la cosa più importante, il punto iniziale è fermare questa guerra. Bisogna far tacere le armi, oggi e non domani, l’urgenza aumenta ogni giorno che passa. Sino a che vi sarà la guerra non si potranno mai risolvere i problemi anzi, il conflitto è destinato a intensificarsi”.

Il sacerdote, che in questi giorni si trova a Londra per partecipare alla Conferenza, avverte che “sino a che vinceranno gli interessi personali e si continuerà ad alimentare il traffico di armi, a pagarne il prezzo sarà la popolazione civile, i poveri, quanti lavorano ogni giorno per guadagnare il pane quotidiano per sopravvivere e dare un’educazione ai figli”.

Secondo p. Karam, “è importante intervenire sotto l’aspetto sanitario, garantire l’educazione dei bambini per dare loro un futuro, ma la cosa più importante è fermare la guerra. Questa è una responsabilità della comunità internazionale, che deve trovare una soluzione per bloccare il traffico di armi. Non si può continuare così… si trovano sempre i soldi per le armi, per distruggere, e non per fermare le violenze e aiutare la popolazione. Dobbiamo fermare questa tragedia”.

Il presidente di Caritas Libano ha definito “un fallimento” i negoziati di Ginevra. “Il Medio oriente è un vulcano in subbuglio – conclude il sacerdote – speriamo che la comunità internazionale si svegli, rilanciando la solidarietà fra i popoli e l’aiuto ai migranti”.

Il vertice dei Paesi donatori, il quarto, intende rispondere all’appello lanciato dalle Nazioni Unite che per il futuro chiedono 7,73 miliardi di dollari per la Siria, cui si aggiungono 1,23 miliardi per gli stati coinvolti nella crisi. Presenti almeno 70 fra capi di Stato e di governo, oltre al segretario generale Onu Ban Ki-moon e almeno 90 rappresentanti delle ong e degli enti attivi sul campo e in prima fila nelle operazioni di aiuto e soccorso.

Mentre a Londra si continua a discutere, sullo scacchiere mediorientale proseguono i movimenti militari. Il portavoce del dipartimento militare russo, Igor Konashenkov, ha affermato che sulla base di alcuni cambiamenti nelle infrastrutture per i trasporto alla frontiera fra Turchia e Siria, insieme ad altri segni più importanti, è “ragionevole sospettare che la Turchia stia preparando un intervento militare in Siria, Paese sovrano”.

Chi non nasconde la sua intenzione di inviare truppe di terra in Siria è l’Arabia Saudita. La monarchia del Golfo Persico, finora sospettata di aver finanziato l’Isis, “è pronta a partecipare a qualsiasi operazione di terra contro l’autoproclamato Stato islamico in Siria”. Così il colonnello Ahmed Assiri, consigliere del ministero della Difesa di Riad e portavoce della coalizione araba in Yemen a guida saudita, in un’intervista all’emittente al-Arabiya.

 

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