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Chiesa e Moschea a Beirut

Chiesa e Moschea a Beirut - Wikimedia Commons

Dalla Turchia alla Francia, l’Islam che odia il Natale

Mentre molti esponenti islamici rinnovano gli auguri ai cristiani in questa festività, si registra anche un crescendo di intolleranza

“Nell’Islam, non solo non è haram (proibito), ma fare gli auguri per la festività del Natale rappresenta un atto di buona educazione, di condivisione dello spirito di benevolenza, di gentilezza, di rispetto verso i cristiani e verso il nostro profeta Gesù”. Così si legge sul sito IslamItalia, che si presenta come “riferimento italiano di islamologia e spiritualità islamica”.

E sono infatti numerosi, in Italia e nel mondo, gli episodi in cui autorità musulmane esprimono pubblicamente cordiali parole di augurio all’indirizzo dei cristiani in prossimità di questa festa centrale nel calendario liturgico.

Sullo stesso sito, si legge a tal proposito che la comunità islamica di Venezia ha rinnovato la decisione di scendere in strada per consegnare mazzi di rose ai passanti, in segno di auguri di buone feste. Gesti altrettanto simbolici e di maggiore eco avvengono solitamente nel mondo sciita: in Iran l’Imam Khamenei, in occasione del Natale 2015, visitò le famiglie dei martiri cristiani della guerra contro l’Iraq; in Libano Hassan Nasrallah, leader del movimento politico Hezbollah, rivolge ogni anno uno speciale augurio “ai nostri amici cristiani”.

Non tutti gli islamici, tuttavia, dimostrano altrettanta tolleranza verso il Cristianesimo. Non nel teocratico Iran, né negli avamposti libanesi del “Partito di Dio”, bensì nel cuore d’Europa e nella laica Turchia esistono e allignano realtà dell’Islam che vivono con insofferenza l’avvicinarsi del Natale.

In Francia e Belgio, ad esempio, dove ormai in alcune zone la presenza di minareti sembra adombrare i campanili delle chiese, molti imam hanno proibito ai musulmani di rivolgere auguri per Natale e Capodanno. Lo denuncia in un post su Facebook l’imam di Nimes, Hocine Drouiche, vice-presidente della Conferenza degli imam di Francia.

Drouiche sottolinea che questi predicatori non sono espressioni di un Islam “di pace e del vivere in comune”. Secondo l’imam, “i Bataclans, gli Hyper Cachers e le Nizza (luoghi dei recenti attentati terroristici in Francia, ndr) nascono da queste direttive odiose”.

Si intravede però qualche lume di speranza. Per fortuna – aggiunge – “esistono anche dei musulmani aperti, che ti accolgono con un sorriso grande e ti augurano felice anno nuovo”.

A quest’ultima categoria non sembra appartenere la Diyanet, l’Autorità per gli Affari Religiosi, l’organo che gestisce l’amministrazione del culto islamico in Turchia. Riferisce su La Stampa l’esperta Marta Ottaviani che il clima ostile al Natale e al Capodanno si è sempre più aggravato dal 2002, anno in cui il presidente Recep Tayyip Erdogan prese il potere per la prima volta.

Se un tempo le campagne contro queste due festività, viste come un’ingerenza occidentale e un affronto all’Islam, erano appannaggio di minoritari gruppi conservatori, oggi vengono diffuse e rilanciate persino dall’Autorità per gli Affari Religiosi.

Il quotidiano Cumhuriyet – “uno dei tre rimasti nel Paese a non essere controllati dal presidente della Repubblica”, scrive la Ottaviani – denuncia che nel sermone di venerdì 30 dicembre, 80mila imam hanno invitato a non assumere “atteggiamenti contrari alle loro usanze e agli ambienti di provenienza”.

Manifestazioni e cartelli affissi  nelle strade di Istanbul rivendicano questa idiosincrasia turca verso Natale e Capodanno. Curioso che in uno dei cartelli venga raffigurato un giovane in fez che sferra un colpo sul viso di Babbo Natale, interpretato forse come un agente di una multinazionale americana, quando invece – ironia della sorte – rappresenta San Nicola, originario proprio della Turchia.

Le vie di fatto, purtroppo, non restano relegate alle immagini. Nel bazar di Eminonu, a Istanbul, sono decisamente diminuite le luminarie che già da novembre lo riempivano negli anni scorsi. Sembra che quei pochi bottegai che non vi hanno voluto rinunciare, abbiano dovuto subire insulti e minacce.

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