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Anno della Misericordia… e poi?

Il libro del sacerdote Andrea Mariani aiuta a capire cosa accadrà dopo il 20 novembre

Domenica 20 novembre, in occasione della solennità di Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’Universo, si chiuderà la Porta Santa a San Pietro, sancendo così la conclusione dell’anno giubilare voluto da Papa Francesco. Si aprirà l’epoca della Misericordia?  Si snoda a partire da tale quesito il libro edito da Tau editrice Anno della misericordia… e poi?, scritto dal sacerdote della diocesi di Tortona, Andrea Mariani. Laureato in Teologia Morale e Dottore in Bioetica, diplomato in Prassi Amministrativa Canonica ed Operatore Pastorale familiare e politiche familiari, don Mariani attualmente svolge in suo ministero presso la Diocesi di Brescia ed è docente presso l’Università Pontificia Regina Apostolorum di Roma e l’Università Cattolica Nostra Signora del Buon Consiglio in Tirana (Albania). ZENIT lo ha intervistato.

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Don Andrea, il Giubileo ha talmente segnato i passi del Papa, tanto da far dire a molti che la Misericordia è l’impronta specifica del pontificato di Francesco. Il suo libro dal titolo “Anno della Misericordia… e poi?” sembra chiedersi cosa succederà dopo. Perché?

Misericordia è il nome proprio di Dio. Non è un suo attributo. Confondersi è un rischio nel quale è facile incorrere. Pensare che Dio sia misericordioso e non la Misericordia significa ipotizzare che il Creatore “sparisca” nel momento in cui Papa Francesco il 20 novembre prossimo “chiude” l’anno giubilare straordinario della misericordia (che si è aperto l’8 dicembre del 2015). Nulla vi è di più assurdo. Il “perche” del titolo nel libro intende semplicemente aiutarci a non correre questo pericolo. Dio è l’Amore che ama e perdona sempre. Direi di più. In ogni momento e per ogni persona che desidera tuffarsi nel mare sconfinato dell’amore di Dio, rivelato in Gesù, è sempre tempo di amore e di perdono. Mi auguro che questo Anno della Misericordia ci abbia fatto ri-scoprire la bellezza del sacramento del Perdono quale luogo di Grazia per gustare realmente che Dio ama di un amore sconfinato ed eterno.

La Misericordia guarda al passato dell’uomo o al suo futuro? Insomma, è remissione dei peccati o progetto per l’avvenire?

Se Dio è amore che perdona “sempre” è possibile intendere la Misericordia secondo un “prima” contrapposto ad un “dopo”? È ipotizzabile un Amore divino dentro un orizzonte “passato” in alternativa ad un “futuro”? La risposta è chiara. Passato e futuro si devono distinguere ma non contrapporre. L’uno non cancella l’altro. Ciò che non va dimenticato è il fatto che ogni persona vive pienamente se immersa nella Misericordia che lo “precede” e di cui fa esperienza, perché è dono di amore che gli apre un “futuro” in cui realizzare quel desiderio che possa riempire il suo cuore.  La persona non spera in una idea o in una filosofia. In particolare il credente, raggiunto dalla misericordia, sa che il suo sperare ha un volto preciso: Gesù Cristo. Questi è la Speranza che non delude e che è la presenza che congiunge il presente ed il futuro, capace di garantire ad ogni persona che il suo camminare nella storia ha una meta ben precisa. Si tratta di un cammino che inizia “già” oggi (il presente) e che si realizzerà in pienezza in quell’oltre che è la meta verso cui tutti sono incamminati (il futuro) che è la Presenza di Dio, pienezza di amore che salva ed accoglie.

San Giovanni Paolo II affermò che “al di fuori della misericordia di Dio non c’è speranza per gli uomini”… come commenta questa frase?

Una cosa è certa: non si può vivere senza amore. E Chi non ama, e non si sente amato, non solo non capisce chi è, ma neppure si realizza in pienezza. E questo per il semplice motivo che solo l’amore colma di senso la vita dell’uomo. E l’amore autentico non lo crea l’essere umano; esso ha la sua origine in Dio. La persona quando ama partecipa di questo amore che viene dall’Alto. L’amore umano, quindi, più si lascia plasmare ed abitare da quello di Dio, che è Misericordia, più rende l’uomo carico di speranza. E l’amore, quando assume la forma della misericordia, diviene capace di perdono e rigenera le vita. Dove c’è una persona che sa perdonare il fratello, perché è stata raggiunta dalla Misericordia divina, lì realmente rivive la speranza e colui che perdona semina realmente germi di eternità. Fino a quando l’essere umano accoglie l’infinita misericordia di Dio, che non si arresta di fronte al male, che l’uomo può provocare, gli è data veramente la certezza che la sua vita ha senso perché vive di quella speranza che in Cristo non delude. 

Lei sostiene che misericordia e verità sono due facce della stessa medaglia, e che appare con evidenza nell’incontro di Gesù con Zaccheo. Quindi non è vero che per essere misericordiosi bisogna “dimenticare” e rinunciare alle esigenza della verità…

E’ vero che a prima vista, appare una sorta di incompatibilità fra misericordia e verità. E’ facile pensare che dove opera la misericordia si debba necessariamente sorvolare sulla verità, sacrificandone le sue esigenze, ma non è così. Nella vicenda di Zaccheo (Lc 19, 1-10) che incontra Gesù, troviamo la risposta. Zaccheo prende coscienza del suo peccato, si converte e compie opere di penitenza; ecco la verità.  E questo avviene dopo essere stato oggetto della misericordia sovrabbondante di Gesù. La misericordia divina è per lui il luogo della sua identità. Detto altrimenti, ogni persona che si accosta a vivere il sacramento del Perdono non si rivolge alla misericordia divina con la verità delle sue colpe, ma è Dio-Misericordia che gli rivela ciò che è davanti ad essa e lo spinge alla conversione.  Vi è, quindi, un capovolgimento nell’intendere il rapporto: non è la verità di sé che fa accedere alla misericordia di Dio, ma la misericordia alla verità. Già questa semplice intuizione aiuta a coniugare – senza contrapporre – misericordia e verità. Con ciò, come nel caso di Zaccheo, si comprende che Gesù non vuole sminuir la gravità del peccato, al contrario, il Signore afferma che la misericordia di Dio è antecedente alla confessione del peccato di Zaccheo. In altri termini, una cosa è certa: Dio-Misericordia accoglie immediatamente il peccatore. Il cuore dell’incontro con il peccatore non è il peccato che ha commesso, ma l’amore che perdona.

È possibile accostare la misericordia con la giustizia?

Occorre guardare al mistero della Croce. Così si esprime Papa Francesco durante la Via Crucis al Colosseo il 29 marzo del 2013: “Cari fratelli e sorelle, (…) in questa notte deve rimanere una sola parola, che è la Croce (…) di Gesù. (…) A volte ci sembra che Dio non risponda al male, che rimanga in silenzio. In realtà Dio ha parlato, ha risposto, e la sua risposta è la Croce di Cristo: una Parola che è amore, misericordia, perdono”. Guardare la Croce significa gustare la potenza redentrice di Gesù. Il messaggio è evidente: il Dio di Gesù Cristo è il Dio che perdona: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 33-34). In queste parole in cui risuona la dolce e fiduciosa preghiera di perdono, Gesù compie la giustizia senza farsi giustizia, ma con la sapienza della croce proclama che la vera giustizia ha il volto della misericordia. La giustizia per il credente, pertanto, non è mai semplicemente una giustizia umana. Il linguaggio della Croce scompagina lo schema del dare e ricevere che non può regolare la stessa esistenza umana. Chi non ha bisogno del perdono? Chi può vivere basandosi sulle rigide e ferree regole della giustizia. Questa non può non ricevere luce e senso dalla misericordia, che comprende e apre strade per cambiare la propria vita, colpevole, in una vita buona, secondo la volontà dell’amore di Dio che accoglie e salva. 

Le opere di Misericordia, sia corporali che spirituali, sono l’agire morale del cristiano, un progetto da strutturare sull’esempio del Maestro di Nazareth? È attraverso il Suo insegnamento che l’uomo può mostrare il volto misericordioso dell’esperienza morale?

E’ lo stesso Papa Francesco che ci offre la risposta. Scrive nella Misericordia Vultus al n. 15 (la Bolla di indizione del Giubileo Straordinario della Misericordia): “È mio vivo desiderio che il popolo cristiano rifletta durante il Giubileo sulle opere di misericordia corporale e spirituale. Sarà un modo (…) per entrare sempre di più nel cuore del Vangelo. (…) Non dimentichiamo le parole di san Giovanni della Croce: “Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore”. E la vita morale, come insegna San Giovanni Paolo II, è proprio questione di amore. Il Papa polacco scrive nella Lettera enciclica Veritatis Splendor al n. 11: “La vita morale si presenta come risposta dovuta alle iniziative gratuite che l’amore di Dio moltiplica nei confronti dell’uomo. È una risposta d’amore”. Le opere di misericordia sono una strada per rispondere al meglio alla domanda sul bene: in tal modo la vita della persona diviene realmente bella e buona, perché compie il bene. E ciò è possibile grazie alla presenza di Cristo che si affianca alla persona, da Lui amata ed è invitata, dal Maestro di Nazareth, a vivere l’amore verso chi è più povero. Affermare che la vita morale è una esistenza di amore cambia tutto: l’essere umano intuisce che agire bene significa innanzitutto riscoprire il vero volto di Dio che, in Gesù, lo ama infinitamente. In questo modo, la stessa norma della verità morale, perché radicata nel mistero di Cristo, ha sempre il volto della misericordia, della guarigione e del cammino.

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