di Mariaelena Finessi

ROMA, domenica, 4 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “Facendo la radiografia dell'Africa è inevitabile incontrare le donne quali cuore pulsante di quella pentola in ebollizione che è il Continente Nero. Le donne rappresentano il punto di massima brillantezza della "perla nera" profeticamente scoperta e valorizzata secoli fa da Daniele Comboni”. È a questa frase dell'africanista congolese, nonché deputato al parlamento italiano Jean Léonard Touadi che si aggancia suor Elisa Kidanè, consigliera generale delle missionarie comboniane, per spiegare cosa in realtà si aspettano le donne africane dalla II Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi che si svolge in Vaticano dal 4 al 25 ottobre.

Intervenendo il 1° ottobre a Roma, presso Palazzo Valentini, per un convegno sull'importanza dell'appuntamento episcopale, la reverenda Kidanè – che al Sinodo ricoprirà il ruolo di “esperta” - parte dalla considerazione che fu la stessa di Comboni, ovvero che «molti dei fallimenti all’inizio dell’opera missionaria del XIX secolo erano da iscriversi alla mancata considerazione dell’elemento femminile».

Chiara dunque la posizione della reverenda di origine eritrea: «Che sia data la possibilità di esercitare il nostro ruolo di educatrici, di promotrici, di protagoniste della vita». Il suo, altrimenti detto, è un accorato appello a favore di tutte quelle donne che, come riconosce lo stesso Instrumentum laboris (lo strumento di lavoro che raccoglie i “desiderata” delle chiese locali in Africa), “continuano ad essere sottoposte a molte forme di ingiustizia”, donne alle quali “viene spesso attribuito un ruolo inferiore” (nn. 59-61, cfr. n. 117).

«Non mi sento e non ho la pretesa di essere portavoce della donna d’Africa», spiega la religiosa, «ma dalla mia piccola esperienza sono certa di ciò che vorremmo». Innanzitutto, «che la Chiesa ci guardasse con gli occhi di Gesù», il quale «seppe riconoscere nella donna una leale co-protagonista del suo Progetto di Salvezza perché è a Lei che consegnò il ministero dell’annuncio della Buona Notizia, quel “Vai e dì loro che sono risorto”».

Quindi «un chiaro riconoscimento del ruolo della donna all’interno della Chiesa stessa», un «effettivo cambio di mentalità da parte di quest'ultima nei nostri riguardi, particolarmente riconoscendo il contributo che le donne danno alla teologia». D'altra parte «vorremmo che i nostri vescovi non avvertissero il timore di avere come consigliere delle madri, delle donne sagge. L’hanno fatto i Padri della Chiesa, e sappiamo i benefici che ne hanno tratto loro e di riflesso la Chiesa stessa».

Nell'elenco delle rivendicazioni, suor Kidanè inserisce pure «uno spazio all’interno dei luoghi in cui si “cucinano” progetti per lo sviluppo e leggi di qualsiasi genere e a tutti i livelli». In altri termini, lamenta, «le sacrestie iniziano ad esserci troppo strette». Tra i cambiamenti auspicati, anche «una pari opportunità di formazione professionale per le suore e le donne laiche». E «affinché si ampli la visione della donna, vista non solo come madre o sorella», anche una «partecipazione alla formazione integrante della persona all’interno dei seminari». Tutto questo viene chiesto, precisa la suora, «non per una mera rivendicazione femminista, ma perché come madri del continente sentiamo l’urgenza di alzare la nostra voce».

Le rivendicazioni si fanno più vibranti quando la reverenda punta il dito contro coloro che hanno depredato l'Africa, e che ancora oggi continuano ad offendere la dignità di un'intera popolazione: «Non ne possiamo più – dice - di vedere i nostri figli e figlie trattati come zimbello dei paesi che fino ad ieri hanno fatto man bassa delle nostre materie prime, ed ora ci rigettano in mare, come merce scaduta o di seconda mano. Non ne possiamo più di convegni mondiali, di summit dove si parla e parla e parla, ma di fatto poco e niente arriva nelle nostre case».

La religiosa non sa tacere i soprusi dei potenti: «Vorremmo che i nostri Pastori rivolgessero un monito anche a coloro che sottobanco trafficano armi, diamanti, petrolio con i nostri governanti lasciando sul lastrico i nostri popoli». Quanto alla possibilità di esportare in Africa il modello democratico dei Paesi occidentali, la risposta è ferma: «No, grazie. I popoli dell’Africa possono inventare nuovi modi di fare democrazia se solo glielo permettessero».

L'ultima richiesta della missionaria comboniana tocca le corde dell'anima: «Vorremmo che da questo Sinodo uscisse un documento che avesse tra le sue pagine un capitolo che iniziasse così: “Amatissime sorelle e madri dell'Africa, è soprattutto a voi che ci rivolgiamo, perché siete voi che portate sulle vostre spalle e nel vostro cuore il nostro Continente. Molto prima avremmo dovuto includere nei nostri Piani pastorali la vostra peculiare genialità femminile. Molto prima, giungiamo adesso e abbiamo fretta di ricuperare il tempo perduto”».

Sinodo per l'Africa: quale impatto sulle comunità religiose?

ROMA, lunedì, 28 settembre 2009 (ZENIT.org).- Il tema del secondo Sinodo per l’Africa, “La Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace”, va al cuore del situazione sociale, politica, culturale e religiosa del continente africano.

Lo ha sottolineato il sacerdote kenyota Agbonkhianmeghe E. Orobator, SJ, del Catholic Information Service for Africa (CISA), ricordando che “ovunque si guarda, l’Africa anela alla riconciliazione, alla giustizia e alla pace”.

“Il grido per la riconciliazione echeggia da comunità divise; la richiesta di giustizia si leva da milioni di rifugiati e dagli sfollati interni, l’aspirazione alla pace scorre nelle lacrime dei milioni di vititme della guerra e del conflitto in Africa”, ha spiegato. “Queste grida e questi echi collettivi del continente rappresentano la cornice in cui considerare il tema del Sinodo”.

Secondo il sacerdote, una domanda fondamentale è: “In che modo il tema del Sinodo riguarderà le comunità e gli istituti di persone consacrate in Africa?”.

Per rispondere, avverte, “bisogna essere consapevoli del pregiudizio di vecchia data secondo il quale i religiosi in Africa vivono al margine della vita reale”.

“In verità – ha osservato –, la vita religiosa pone le persone consacrate al cuore delle azioni di Dio nel mondo. Come per la Chiesa, le gioie e le speranze, il dolore e l’angoscia di milioni di africani sono anche quelli degli istituti dei consacrati”.

Da questo punto di vista, “il secondo Sinodo africano rappresenta un ulteriore invito per i religiosi e le loro comunità a impegnarsi più intensamente nel progetto divino di ricreare la terra e costruire un continente africano riconciliato, giusto e pacifico”.

Tre principi

Secondo padre Orobator, in questa riflessione per gli istituti consacrati in Africa sono necessari tre principi, il primo dei quali è il fatto che “la missione di riconciliazione, giustizia e pace è costitutiva della vita, dell’insegnamento e del ministero di Gesù Cristo”.

In secondo luogo, “è importante considerare la vita religiosa nel contesto della comunità chiamata Chiesa”, perché “le comunità religiose, in Africa come in qualsiasi altro luogo, non formano una Chiesa separata”.

Il terzo principio è quello della sacramentalità: “la missione di riconciliazione, giustizia e pace incarna in primo luogo e prima di tutto uno stile di vita, piuttosto che ideologie da imporre agli altri”.

L’importanza dell’esempio

In questo contesto, ha affermato il sacerdote gesuita, “la Chiesa e le comunità religiose in Africa hanno la responsabilità di praticare queste virtù come prerequisito per predicarle”.