ROMA, domenica, 25 maggio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l'intervento di Carlo Casini, già magistrato di Cassazione e membro del Comitato Nazionale per la Bioetica. Casini è inoltre Presidente del Movimento per la Vita italiano, membro della Pontificia Accademia per la Vita e docente presso l'Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” di Roma.



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La legge 194 che regola l’interruzione volontaria di gravidanza (IGV) prevede la possibilità di una collaborazione mediante apposite convenzioni dei Consultori familiari con le associazioni di volontariato che hanno lo scopo di assistere le maternità in difficoltà sia prima che dopo la nascita. Questa opportunità non è stata utilizzata. Qualche convenzione è stata, invece, stipulata con i presidi ospedalieri dai Centri di aiuto alla vita con risultati significativi in termini di vite umane salvate.

E’ doveroso inquadrare in modo corretto i Centri e servizi ai aiuto alla vita (CAV e SAV) collegati con il Movimento italiano per la vita. La loro attività è documentata annualmente con un rapporto redatto da un Centro di coordinamento di Padova, che raccoglie le schede (evidentemente anonime e di significato esclusivamente statistico e numerico) provenienti dai gruppi locali. Esistono inoltre documentazioni più complete, l’ultima delle quali è stata pubblicata nel 2002 con il titolo “V Rapporto al Parlamento”.

Al Convegno nazionale dei CAV, svoltosi a Roma nel novembre 2007 è stata indicata la cifra di 85.000 bambini nati con l’aiuto dei CAV, a partire dal loro primo germinale sorgere nel 1975. Allora fu replicato alla tesi che giustificava l’aborto come aiuto alla donna, con l’affermazione: “le difficoltà non si superano sopprimendo la vita, ma superando insieme le difficoltà”. I CAV offrono assistenza alla donna specialmente quando vi è un rischio di aborto in termini di aiuto sanitario, legale, psicologico, economico, abitativo, e soprattutto con una amicizia costante e durevole.

Con il tempo l’attività dei CAV si è arricchita di nuovi servizi di carattere nazionale: particolarmente il “Progetto Gemma” e il “Telefono Verde”. Il primo consiste nell’erogazione di una somma minima di 160 euro per 18 mesi tramite il CAV locale (che, ovviamente, vi aggiunge tutti gli aiuti necessari al singolo caso, nei limiti delle sue possibilità). Il singolo finanziamento è fornito da una famiglia, un gruppo, i dipendenti di un ufficio, singole persone in occasione di particolari eventi (specie matrimoni e battesimi), che segnalano al servizio nazionale, unico per tutta l’Italia, la loro disponibilità e che collega l’offerta a una delle richieste provenenti dai CAV.

Lo schema è quello delle adozioni a distanza di bambini poveri del terzo mondo. Infatti “Progetto Gemma” è denominato anche “adozione a distanza ravvicinata” e il suo slogan è: “adotta una mamma, salva il suo bambino”. Il “numero verde (800813000) è anch’esso un unico servizio nazionale, funzionante 24 ore su 24, destinato a ricevere telefonate di donne nel tormento di una decisone che le angoscia, ma anche segnalazioni di amiche, parenti, vicini quando una prospettiva di aborto è già concreta e magari pianificata.

Il telefono, oltre a cercare di risolvere direttamente i problemi, consiglia il contatto con il centro locale più vicino o comunque più capace di prendere in carico con competenza, umanità e professionalità la situazione presentata. Al “Telefono verde” si aggiunge il servizio di “Telefono rosso” (06 3050077). L’esperienza dei CAV si è arricchita anche di una dimensione educativa e culturale, risultata particolarmente efficace anche in termini di prevenzione post-concezionale, realizzata particolarmente, oltre che con incontri formativi di vario genere, anche mediante la diffusione di opuscoli, video e radio-cassette, DVD.

La videocassetta e il DVD dal titolo “La vita umana prima meraviglia”, nei quali la parola “aborto” non è né scritta, né pronunciata, ma dove sono documentate la straordinaria bellezza e la stupefacente organizzazione della vita umana nascente, insomma, l’individualità umana del concepito, sono stati tradotti in sedici lingue.

Occorre collocare nella giusta luce l’attività dei CAV. Il sostegno alla donna incinta nella direzione della nascita non è certamente cosa nuova. Molteplici iniziative sono sempre pullulate in un popolo fortemente contrassegnato dall’umanesimo cristiano e hanno continuato a svilupparsi anche dopo l’entrata in vigore della legge 194, indipendentemente dall’organizzazione del Movimento per la vita. Ma l’originalità dei CAV consiste nel proporre proprio quella alternativa specifica all’aborto che la legge 194 dice di desiderare, ma che non ha affatto strutturato, promosso e, tanto meno, realizzato.

Per questo l’esperienza dei CAV, a trent’anni dalla legge 194, può offrire indicazioni preziose per una rivisitazione del testo, specialmente della sua prima parte, che, a parole, dovrebbe disegnare anche una prevenzione post-concezionale dell’aborto. 85.000 bambini aiutati a nascere sono pochi rispetto alla terribile cifra di quasi 5.000.000 di aborti.

Tuttavia, il valore anche di una sola vita umana merita impegno, tanto più se esso, com’è nello stile dei CAV, si svolge accanto alla madre, insieme alla madre, per restituirle la libertà di non abortire e mantenerle quel coraggio e quella fiducia in se stessa, che sono segni caratteristici della giovinezza.

Se gruppi costituiti da poche persone, dotate di pochi, mezzi hanno potuto ottenere risultati così significativi è provato che assai più imponenti potrebbero essere i risultati se a servizio della vita fosse messa la forza dell’intera organizzazione statale con tutte le sue articolazioni.

Sono quattro le indicazioni che emergono dall’esperienza dei CAV. Tutte riguardano l’efficacia di una prevenzione post-concezionale.

- L’importanza di una educazione permanente volta a promuovere il rispetto della vita. Questa linea - che ha come suo primo caposaldo il riconoscimento della pienezza di uguale dignità di ogni essere umano, dal concepimento alla morte naturale - deve essere veicolata nei potenti moderni mezzi di comunicazione sociale, nei testi scolastici, in iniziative di vario genere promosse dallo Stato e dagli enti locali.

- L’efficacia di un aiuto economico, anche piccolo ma garantito, non effettuato indistintamente a pioggia, ma misurato sui bisogni di una situazione concreta e quindi affidato a centri e servizi pubblici o privati che possano decidere di volta in volta e accompagnare l’aiuto materiale con un’amicizia costante e durevole.

- L’efficacia della attribuzione ai consultori e ad eventuali altri controllati centri di aiuto alle gestanti di poteri di iniziativa, definendo una metodologia che non consiste esclusivamente nell’attesa passiva di una richiesta di consiglio e di aiuto, ma consenta di provocare - nelle forme più corrette e rispettose – l’incontro con la donna in difficoltà, anche sulla base di segnalazioni provenienti dall’ambiente in cui ella vive, o, meglio ancora, dallo stesso personale sanitario con cui la donna ha avuto contatti nel primo colloquio o per la fissazione dell’intervento.

- L’efficacia del volontariato, non sostitutivo dei compiti primari dello Stato riguardo alla protezione della vita e della maternità, ma dimostrativo di un operoso amore per la vita che è capace di suscitare risorse più persuasive di un colloquio burocratico.

Per chiunque volesse approfondire il tema si consiglia la lettura del libro di Carlo Casini: "A trent'anni dalla Legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza" (edizione Cantagalli, 158 pagine, 7,50 Euro).

[I lettori sono invitati a porre domande sui differenti temi di bioetica scrivendo all’indirizzo: bioe tica@zenit.org. La dottoressa Navarini risponderà personalmente in forma pubblica e privata ai temi che verranno sollevati. Si prega di indicare il nome, le iniziali del cognome e la città di provenienza]

Depressione e cancro

ROMA, domenica, 18 novembre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l’intervento del dott. Tonino Cantelmi, psichiatra e psicoterapeuta, Direttore della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Cognitivo-Interpersonale di Roma.

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L’umore è sotto i tacchi, alzarsi la mattina ed iniziare la giornata è faticoso, viene voglia di piangere, il cervello è percorso da pensieri foschi ed inquietanti, il sonno non è riposo ed una vago dolore interiore si tramuta in tremiti non visibili: è la depressione, la patologia psichica che sembra voler segnare l’inizio di questo terzo millennio se, come previsto dall’OMS, sarà già nei prossimi anni la prima causa di invalidità civile nei Paesi cosiddetti civilizzati.

E’ come se l’incredibile accelerazione dei nostri tempi evidenziasse in maniera impietosa la fragilità dell’uomo di oggi: il disagio psichico in generale appare in crescita e l’OMS calcola che almeno un adulto su cinque nel corso della vita presenterà un qualche disturbo psichico necessitante cura. La depressione sembra essere nel complesso una delle patologie psichiche più frequenti. Ovviamente alcune condizioni appaiono più rischiose di altre: per esempio la separazione, le perdite ed il lutto sono situazioni particolarmente significative per il manifestarsi della depressione.

La malattia in generale e la patologia neoplastica in particolare costituiscono un evidente fattore di rischio. Infatti alla depressione sembrano particolarmente esposti i pazienti affetti da patologie oncologiche: secondo molti studi un paziente ogni 5 presenta una patologia depressiva. Ancora più strisciante, in ambito oncologico, è la cosiddetta depressione sottosoglia, cioè un quadro depressivo non pienamente espresso sul piano sintomatico, ma già in grado di interferire con la vita del paziente.

Ad alcuni può sembrare scontato che una patologia di così forte impatto emotivo come quella neoplastica si associ alla depressione. Eppure questo riconoscimento non è affatto scontato. Infatti numerosi studi hanno dimostrato che la depressione è sottovalutata nel paziente affetto da patologia neoplastica. I motivi sono molteplici, ma il dato conclusivo è che la depressione è spesso non riconosciuta e quindi non trattata. In parte ciò è anche collegato allo stigma che si associa alla sofferenza mentale, alla vergogna ad esprimere la propria sofferenza emotiva, le proprie paure e le angosce, quasi come se ciò fosse segno di una debolezza da nascondere. In parte lo scarso riconoscimento della depressione è legato alla necessità di concentrare energie e terapie sulle problematiche neoplastiche e alla tendenza a spiegare le sofferenze emotive come un inevitabile prezzo da pagare. Infine alcuni sintomi della depressione vengono attribuiti alla patologia neoplastica ed alle terapie mediche in atto. Nel complesso comunque, in percentuali anche pari al 50%, la depressione non viene diagnosticata correttamente.

I criteri per la diagnosi di depressione, in generale, sono costituiti dalla presenza di umore depresso, anedonia (mancanza di piacere per le attività che comunemente davano piacere al paziente), perdita dell’energia vitale, della motivazione e apatia, irrequietezza o al contrario inibizione, alterazioni sessuali, alterazioni dell’appetito e del sonno (insonnia o al contrario eccesso di sonno), idee di morte, disturbi cognitivi (difficoltà nella concentrazione, perdita delle capacità attentive, disturbi della memoria), chiusura in se stesso, irritabilità, pessimismo, sensi di colpa e perdita della stima in se stessi. Ovviamente i quadri clinici hanno una variabilità fenomenologia individuale, una espressività sintomatica di intensità diversa e una percezione soggettiva della sofferenza che fanno sì che ogni paziente depresso sia diverso dagli altri. In ogni caso però la depressione sottrae al paziente la capacità di lottare e di sperare, deteriora i rapporti interpersonali e peggiora in modo significativo la capacità di reagire alle avversità .

Molti definiscono la depressione come la patologia della speranza: un depresso si percepisce infatti proprio come una persona inaiutabile. E quali sono le conseguenze della depressione quando non viene riconosciuta e trattata? Sono molte e gravi: non trattare la depressione significa per esempio incrementare la sofferenza soggettiva, peggiorare la qualità della vita, aumentare la disabilità e persino peggiorare la risposta alle terapie. Alcuni studi evidenziano come la depressione sia associata ad una maggiore percezione ed intensità del dolore neoplastico, poiché amplifica la sintomatologia algica attraverso meccanismi neurotrasmettitoriali. Molte e complesse sono le interazioni tra sistema immunitario e depressione e queste rendono ancora più forte il legame fra depressione e patologia oncologica. In generale molti studi evidenziano che la depressione provoca un deterioramento della risposta immunologica antitumorale. In alcuni casi è stato evidenziato come la depressione possa precedere l’esordio di una sintomatologia neoplastica, lasciando inferire complicate interconnessioni tra la patologia depressiva e quella oncologica.

Non c’è dubbio: l’esame di tutte le ricerche condotte sinora sul rapporto fra depressione e cancro porta a poter affermare che trattare la depressione è doveroso e che sottovalutarla ha conseguenze dannose per il paziente. Ci sono molte risorse per la terapia della depressione, piuttosto efficaci e sicure. Gli antidepressivi oggi disponibili sono connotati da un ottimo profilo di sicurezza e tollerabilità, anche in condizioni di comorbidità con patologie organiche significative. Permangono molti pregiudizi sull’uso degli antidepressivi (fanno dormire, danno dipendenza, cambiano il carattere, ecc…), ma si tratta per l’appunto di pregiudizi, facilmente superabili con una corretta informazione. Peraltro sono molteplici le prove di efficacia a favore della psicoterapia ad orientamento cognitivo: molti studi controllati evidenziano l’efficacia della psicoterapia cognitiva nei disturbi depressivi, a volte con risultati sovrapponibili ai trattamenti farmacologici. In altri termini la depressione non è invincibile e tutti possono riconquistare la voglia di combattere.