ROMA, domenica, 29 marzo 2009 (ZENIT.org).- Come molti, anch'io utilizzo un sistema di "alerts" per ricevere nella casella di posta elettronica una rassegna delle pagine web che contengono determinate parole chiave. E devo confessare che ultimamente gli "alerts" relativi ad "eugenetica" (in tutte le sue "declinazioni": eugenismo, eugenetiche eccetera) sono aumentati.

Sembra, dunque, che questa parola stia prendendo sempre più piede nelle "conversazioni" elettroniche: l'eugenetica è in alcuni siti condannata come il male peggiore dell'umanità, in altri è declinata in una sorta di decalogo per futuri genitori, in altri ancora è legata strettamente al progresso delle scienze genetiche.

Cosa, dunque, è eugenetica e come si può accostare all'aborto?

Etimo e... ingredienti

Il termine eugenetica deriva dal greco antico e significa "buona/desiderabile nascita". Nonostante l'apparente lontananza cronologica, la parola eugenetica viene usata per la prima volta nel 1883 da Sir Francis Galton nel suo Inquiries into Human Faculties, con questo significato: "scienza per il miglioramento della specie umana dando alle razze e ceppi di miglior sangue una maggiore probabilità di prevalere sopra i meno dotati".

La preoccupazione di "migliorare la specie umana" non è certamente nuova né è stata "inventata" da Galton. E Galton non ha nemmeno inventato il metodo per perseguire questo fine: già Platone, nella sua Repubblica esprimeva la necessità di migliorare la "qualità" della polis concedendo ai più valenti maggiori possibilità di avere figli. Niente di nuovo sotto il sole? Non proprio. Se per Platone (ed altri più o meno contemporanei: Aristotele, il diritto Romano, le consuetudini spartane eccetera) l'eugenetica era qualcosa di empirico, di tentativo, all'epoca di Galton si introduce un elemento, per così dire, "scientifico". Ma questo è già uno degli ingredienti della moderna eugenetica: conviene, dunque, elencarli uno per uno.

a. Scientismo. Come tutti gli "-ismi", anche lo scientismo è una degenerazione della parola originante. Intendiamo per scientismo quel particolare approccio alla realtà che implica che tutto sia misurabile (materialismo), ossia che esista solo ciò che è misurabile (riduzionismo materialista) e che, infine, tutto ciò che statisticamente sia normale diventi per ciò stesso normativo (riduzionismo etico). Si tratta, con tutta evidenza, di un uso ideologico (ossia non realistico) della scienza e in quanto tale criticabile e, di fatto, criticato dalla stessa scienza. Concretamente lo scientismo riduce l'uomo ad una sorta di "macchina", estremamente complessa ma pur sempre macchina. Ed ogni malattia di questo organismo è trattata come se fosse un guasto ad una macchina: finché la riparazione vale la pena la si tenta, quando è troppo "cara" si preferisce rottamare la macchina per acquistarne, eventualmente, una nuova.

Si assiste, così, ad una strana uguaglianza: la malattia ed il soggetto portatore si identificano, tanto più quanto la prima è grave (e, diciamolo, quanto più il secondo è piccolo o comunque debole). I parametri per giudicare la persona sono dunque eminentemente medici, ed è sufficiente una diagnosi (con tutto ciò che questo termine comporta, ivi inclusi i rischi di errore diagnostico...) per prendere determinate decisioni. Ma non è forse vero che l'uomo è più del suo corpo e certamente più della malattia? Non che la salute non sia un bene, ma certamente non è il bene più prezioso in assoluto, non così alto da doverlo ottenere a tutti i costi. Vi sono dimensioni della persona che esulano dalla "misurazione" e che sono comunque fondanti per la vita. Ma di questo lo scientismo non sembra tenere conto.

b. Bomba demografica ed ambientalismo. Sembrerà strano, ma non è a partire dagli anni '70 che si pensa di essere in troppi sulla Terra... Già secoli prima che Paul Ehrlich pubblicasse il suo Population Bomb, illustri saggi dell'Antica Grecia e della Roma imperiale si lamentavano del sovraffollamento: l'Europa contava in quel periodo pochi milioni di abitanti. E sembrerà strano a molti sapere che la prima commissione di tutela dell'ambiente contro l'inquinamento è nata in Inghilterra nel 1285. È però solo con Malthus (siamo nel tardo ‘700, quando questo Pensatore pubblica il suo Saggio sulla popolazione) che la problematica demografica assume una connotazione sistematica. Le sue teorie (smentite sia dai fatti che da numerosi studi) ancora oggi hanno una forte presa, e possono essere riassunte grossomodo così: la popolazione cresce con un ritmo molto maggiore rispetto alla crescita della disponibilità delle risorse.

L'idea è semplice: se da un campo di grano, ad esempio, si possono ottenere al massimo 100 tonnellate di farina, questo è il massimo che si può chiedere a quell'appezzamento. Ora, se con 100 tonnellate di farina si sfamano 1.000 persone (i numeri sono veramente casuali), questo è il numero massimo di persone che potranno gravitare attorno a quel campo. Spostiamo il ragionamento da un campo all'intero ecosistema ed il gioco è fatto: se l'ecosistema può produrre 100 e con questo ci si sfama 1.000, allora oltre questo limite di popolazione non si può andare. Ovviamente i calcoli sono complessi, perché la Terra è estremamente differenziata, facendo così aumentare il numero delle variabili in gioco ed in questo processo di computo non si può non tener conto della questione ambientale: ci va una attenzione particolare ad uno sfruttamento sostenibile (questa è la parolina "magica") del suolo e delle risorse, così da poter ottenere il giusto e rispettare l'ambiente.

Ora, a costo di voler sembrare controcorrente, mi permetto di far notare alcune incongruenze. Innanzitutto non è detto che da quell'appezzamento di terreno si possa sempre e solo ottenere 100. Non sono un esperto in materia, ma ritengo che le coltivazioni odierne abbiano una resa molto maggiore di quelle medievali ed infinitamente superiore rispetto a quelle dell'Uomo di Neanderthal. Attraverso ibridazioni (che avvengano sul terreno o in un laboratorio poco conta: sono sempre geni di una specie che vanno a finire all'interno di un'altra razza) e continue migliorie l'uomo è infatti riuscito ad ottenere colture con basso scarto e con necessità di irrigazioni sempre minori. Dobbiamo comunque ritenere che, pur arrivando magari a 1.000 o 2.000, ad un certo punto si toccherà il limite massimo teorico di produzione di quel determinato appezzamento. Ma, uscendo dall'esempio del terreno: è proprio necessario basarsi sempre sulla stessa risorsa? Non è ipotizzabile cambiare risorse e risolvere così il problema (quasi) alla radice? Faccio un esempio molto banale: duecento anni fa con la sabbia, al massimo, ci si costruiva un muro o una bella casa o un castello. Oggi con la stessa sabbia, opportunamente trattata, ci si producono i microchip ed altri componenti elettronici che permettono a me di scrivere queste parole e a voi di leggerle. Ad essere precisi il computer è composto anche di plastica, un derivato del petrolio, altro elemento che fino a qualche secolo fa era ritenuto di scarto...

c. Evoluzionismo ed evoluzionismo sociale. Punto cardine dell'evoluzionismo è che tutte le specie viventi derivano da uno stesso progenitore (alcune scuole, però, ammettono l'esistenza di più progenitori: la cosa non cambia di molto per il nostro discorso). A forza di "prove ed errori", da questo unico essere si sono evoluti (cioè diretti verso una forma più perfetta) tutti gli esseri che oggi popolano la Terra e che, sempre attraverso questo processo di mutazione casuale, popoleranno la Terra del futuro. In pratica una caratteristica morfologica che si sia prodotta casualmente in un esemplare e che risulti particolarmente idonea per la sopravvivenza dello stesso verrà passata alle generazioni successive per il fatto che il soggetto "mutato" avrà maggiori possibilità di sopravvivere (e dunque di procreare) rispetto agli altr i.

I due fattori chiave di questo processo sono evidentemente i grandi numeri ed il tempo. Grandi numeri perché, evidentemente, il caso non ha, per definizione, un progetto: produce mutazioni in maniera del tutto random. E non è sempre detto che una mutazione sia, solo perché è una mutazione, vincente: quante giraffe con le gambe lunghe ed il collo corto e quante con le gambe corte ed il collo lungo sono dovute nascere per ottenerne una con le gambe ed il collo entrambi lunghi? Ma ancor di più: quanti "protopesci" sono dovuti estinguersi per poter ottenere una mutazione tale da dotare il nuovo individuo di polmoni anziché di branchie? Ecco, dunque, che oltre ai grandi numeri è necessario un grande tempo: le mutazioni non sono istantanee e, se va bene, si producono da una generazione all'altra. Realisticamente, però, sono necessarie parecchie generazioni perché una mutazione (che ricordiamo è casuale) diventi sufficientemente "stabile" perché possa aversi in tutte le generazioni future (i genetisti chiamano queste caratteristiche "dominanti"). Insomma: per passare da un essere unicellulare ad un uomo (o, se vogliamo, ad un delfino, ad un bonobo, ad una gallina...) sono dovute intervenire tante e tali modificazioni vincenti (e, ancora una volta: casuali) da richiedere miliardi di "vittime" e miliardi di anni.

Alcuni studiosi (relata refero: non entro nel dibattito) hanno calcolato che non sarebbero nemmeno sufficienti gli anni di vita della nostra Terra. Quali sono le conseguenze di questo processo per il nostro discorso? A livello antropologico se l'uomo discende dalle scimmie, si deve riconoscere che tra gli esseri "inferiori" (un termine oggi politicamente scorretto) e l'uomo non vi è salto, non vi è sostanziale differenza. Ma vi è di più: se discendiamo dalle scimmie perché non dovrebbe essere valida anche per noi la "morale" delle scimmie (e qui, allora si scopre che molte specie animali hanno comportamenti omosessuali, sono poligame, infanticide, che uccidono o abbandonano gli esemplari più deboli o anziani...)? O, ancora più radicalmente: se tutto è in evoluzione, perché anche il concetto di "bene" e di "male" non dovrebbero essere in evoluzione e, dunque, frutto di evoluzione essi stessi? E qui si scopre come gli "antichi" fossero a favore di questa o quell'altra pratica (dall'aborto all'omosessualità) mentre noi oggi ne siamo contro.

Insomma: l'evoluzionismo "pialla" l'uomo al livello delle altre specie viventi dal punto di vista biologico ed antropologico, mentre la sua variante "sociale" lo "pialla" dal punto di vista della trascendenza. Ora, ogni tentativo di negare la dimensione trascendente dell'uomo è storicamente fallito: la natura umana è fatta per il trascendente, ha una naturale "sete" di infinito. I filosofi hanno descritto questo status di dipendenza dall'Assoluto, Cristo ha svelato questa sete e si è proposto come acqua viva.

*Docente della Facoltà di Bioetica dell'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum

[La seconda parte dell'articolo verrà pubblicata domenica 5 aprile]

L’effetto dell’ambiente sull’evoluzione

di Carlo Bellieni*

ROMA, domenica, 1° febbraio 2009 (ZENIT.org).- Il numero di febbraio 2009 di National Geographic dedica una monografia a Charles Darwin, nel bicentenario della nascita: mostra i progressi che dopo Lamarck e Darwin il pensiero sulla mutazione della vita sulla terra – che nessuno dei due scienziati aveva ancora battezzato “evoluzione” – ha avuto nei secoli.

L’idea portante del pensiero di Darwin nacque dalla constatazione delle somiglianze e delle differenze tra le specie di animali – tartarughe, struzzi – nei Paesi del sud America da lui visitati con la nave Beagle; ciò lo portò a supporre che le diverse specie fossero scaturite non da creazioni separate, ma da una “trasmutazione” (così la chiamava) dovuta ad un influsso di ambienti diversi. Ma fu leggendo i lavori sulla crisi dovuta alla presunta sovrappopolazione scritti dal contemporaneo Thomas Malthus che Darwin trasse l’idea che questa “trasmutazione” fosse dovuta ad una lotta per la sopravvivenza del più adatto, in cui l’ambiente non aveva un ruolo di indurre la “trasmutazione”, ma di selezionare i soggetti che avevano la “trasmutazione” più adatta per vivere in esso. Erano idee innovative, ma che hanno parzialmente fatto il loro tempo. Intanto perché Darwin ancora sapeva poco di genetica. Matt Ridley sul National Geographic conclude l’articolo suddetto scrivendo che “le idee di Darwin sul meccanismo dell’ereditarietà erano sbagliate e confuse” perché pensava che le caratteristiche individuali fossero il risultato della mistura di quelle dei genitori, non rendendosi conto che invece fossero sì una mistura, ma delle caratteristiche di generazioni e generazioni precedenti, come invece capì “l’umile frate Gregor Mendel, padre della genetica moderna”.

Ma la genetica, spiega la biologa Mary Esteller sulla rivista Lancet del dicembre 2008, oggi ci fa fare un passo avanti. Se gli studi di Mendel aggiungevano ai dati di Darwin l’importanza della trasmissione e della selezione non solo dei caratteri dominanti, ma anche di quelli recessivi, e se Watson e Crick mostravano sessant’anni fa che questi caratteri son pezzetti di un lungo filamento di basi che si chiama DNA che passano di padre in figlio, oggi sappiamo che  possiamo ereditare non solo caratteri congeniti, cioè presenti nel DNA al momento del concepimento, ma anche caratteri acquisiti per via dell’influsso ambientale sul DNA durante la vita. E questo ha un peso rilevante per i motivi che a breve vedremo.

Si tratta di una nuova branca della biologia detta epigenetica, che tratta dell’influsso dell’ambiente sul patrimonio genetico. Mary Esteller scrive: “Noi non siamo i nostri geni. I geni sono solo una parte della vicenda. Non possiamo prendercela solo coi geni per il nostro comportamento o per la nostra suscettibilità alle malattie”. E continua spiegando che questo si vede bene nei gemelli monozigoti che svilupperanno malattie genetiche in epoche diverse pur avendo lo stesso corredo di DNA, e anche dal fatto che “uno dei risultati più sorprendenti della comparazione dei genomi di varie specie animali è quanto simili essi siano. Il genoma del topo non differisce molto da quello dell’uomo. Come possiamo allora spiegare le differenze?”.

Susannah Vermuza sulla rivista Genome del 2003 spiega che “la ricerca mostra con evidenza che in natura avviene l’eredità di caratteristiche acquisite” ed Eva Jablonka insieme a Marion J. Lamb nel volume Evolution in Four Dimentions (MIT Press, 2005) spiegano che questa ereditarietà dei caratteri acquisiti avviene per via di azioni epigenetiche, cioè non per mutazioni del DNA, ma per un silenziamento di alcuni geni indotto dall’ambiente, che agisce tramite l’azione di gruppi metilici e di istoni – rispettivamente molecole semplici e proteine – sul DNA. Questo rende ragione anche del perché le tante cellule dell’organismo, tutte con un DNA uguale, si comportano in modo diverso – e sono realmente diverse -: proprio perché in ognuna, pur avendo gli stessi geni, solo alcuni di questi possono parlare, ogni cellula esprimendo solo alcuni dei tanti geni che possiede. E questo spiega anche perché nonostante i due animali abbiano DNA molto simili, il topo abbia un aspetto molto diverso dallo scimpanzé: gli stessi geni sono presenti in entrambi gli animali, ma le cellule del topo ne usano alcuni, quelle dello scimpanzé altri.

Sul Sunday Times del luglio 2008, Steve Jones, professore di genetica all’University College di Londra spiegava così: “C’è sempre maggiore evidenza che fattori ambientali come la dieta o lo stress possono influenzare l’organismo ed essere trasmessi alla prole senza mutazioni del DNA”, ma mutandone l’espressione dei geni (oltretutto questo mette anche in allarme sulle proprie abitudini di vita e alimentari, che possono portare alterazioni dell’espressione del DNA trasmissibili ai figli). Michael Skinner, direttore del Center for Reproductive  Biology alla Washington State University descrisse su Science del 2005 che esponendo topi ad un particolare insetticida, si provocava una diminuzione degli spermatozoi e contemporaneamente un silenziamento di parti del DNA per l’azione dei suddetti gruppi metilici; ma soprattutto mostrò che l’effetto di questo contatto con la sostanza tossica avvenuta in una generazione, durava per almeno quattro generazioni successive.

Appare allora evidente l’effetto dell’ambiente sull’evoluzione, non più solo come selezionatore di mutazioni avvenute per caso, ma anche come induttore di cambiamenti genetici ereditabili. Eva Jablonka e Marion J. Lamb spiegano che “Ogni singola mutazione è casuale, ma la risposta del genoma – l’aumentata velocità di mutazione – può essere adattativa, cioè influenzata dall’ambiente”. Questo rende ragione della sopravvivenza di individui a cambiamenti ambientali bruschi e violenti ma anche improvvisi. Insomma, spiegano che “alcune mutazioni ereditarie sono dovute a istruzione più che a selezione”.

Perché è importante dal punto di vista intellettuale questa nuova pagina della moderna biologia? Perché è rilevante umanamente riscontrare che l’ambiente non è solo un selezionatore ma anche un induttore di cambiamenti ereditabili? Il famoso chimico Enzo Tiezzi, nel suo “Steps Towards an Evolutionary Physics” (WIT Press 2006), scrive che “l’avventura dell’evoluzione biologica è segnata da eventi-possibilità e eventi-scelta. E’ un’avventura stocastica, dal greco stokazomai, che significa, mirare con la freccia al centro del bersaglio”. Infatti le frecce arrivano in ordine sparso sul bersaglio, ma tutte protese verso il centro da parte dell’arciere. E continua “Il sistema combina la possibilità con la selezione. (…) Gli ecosistemi si evolvono stocasticamente per co-evoluzione e auto-organizzazione”, in cui l’ambiente ha la funzione di catalizzatore e organizzatore. Questo ci aiuta a rispondere alle domande che abbiamo posto prima: perché l’ereditarietà epigenetica è importante culturalmente? Perché mostra che l’evoluzione non è cieca.

La teoria sull’evoluzione è stata partorita da teorie nate a contatto del pensiero malthusiano, secondo cui il mondo è una continua e cieca lotta per la sopravvivenza tra cambiamenti casuali; ed è nata non a caso nell’epoca Vittoriana, in cui l’Impero inglese cercava le basi filosofiche e scientifiche del suo diritto a conquistare e governare il mondo di cui doveva dimostrare di essere il frutto migliore e più adatto; l’evoluzione mostra invece oggi il suo “volto umano”: un’armonica copresenza di tanti fattori, tutti cooperanti fra loro per evitare il disordine. Si mettono finalmente in discussione lotta e violenza come motori del mondo. Ci si domanda infatti se è sopravvissuto più agevolm
ente il più violento o invece il più capace di generare solidarietà, e dunque di far gruppo, stando attento ai più deboli della specie.

E’ un passo avanti importante; ma molto c’è ancora da scoprire in questo percorso di ricerca e conoscenza, che ha come nemico il fideismo cieco di chi crede ancora che tutta la realtà sia una casuale lotta, in cui “casualità” e “lotta” finiscono per diventare termini assoluti ed essere quasi divinizzati e, di conseguenza, trasformarsi in termini ideologici.

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*Dirigente del Dipartimento Terapia Intensiva Neonatale del Policlinico Universitario “Le Scotte” di Siena e membro della Pontificia Accademia Pro Vita.