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Fonte migliore d’informazione su Paolo di Tarso sono certamente le sue lettere, che si distribuiscono nel periodo dal 50/51 al 58 d.C., quando l’apostolo stava dispiegando una incessante attività missionaria per cercare, con ogni mezzo possibile, di mantenere i contatti con le Chiese che aveva fondato. Le lettere fanno quindi parte della sua missione; sono la sua voce che raggiunge le comunità cristiane, proseguendo un dialogo avviato, oppure, come ad esempio nella Lettera ai Romani, preannunciando un tema che spera di riprendere nella sua prossima visita. Quando scrive, Paolo continua ad essere missionario del Vangelo e le sue lettere sono come l’altro volto della sua azione apostolica. Vale per lui, la definizione di lettera: «l’altra metà del dialogo (to heteron meros tou dialogou)», che dava lo scrittore Demetrio, del I secolo d.C.

Mi soffermo sulla Lettera ai Romani, che lo studioso Günther Bornkamm ritiene il testamento di Paolo. Da persecutore dei cristiani, Saulo, abbagliato sulla via di Damasco dal fulgore di Cristo e conquistato dal suo amore, è diventato «apostolo per chiamata, scelto per annunciare il Vangelo di Dio» (1,1). Per i riferimenti che contiene a circostanze concrete, questa lettera, la più estesa, non è un trattato teologico atemporale, ma, come del resto le altre, è legata a una storia concreta, che è poi la vita, la predicazione, la lotta e le difficoltà che s’intrecciano nella vicenda umana e missionaria di Paolo. Egli vi approfondisce il tema della giustificazione mediante la fede, sembrandogli urgente chiarire con accuratezza un punto tanto essenziale per l’evangelizzazione dei gentili. La dottrina sulla giustificazione costituisce il nucleo di quello che comunemente viene chiamato il “vangelo di Paolo”.

A Damasco egli aveva compreso che la salvezza è un evento di grazia, legato alla persona di Gesù Cristo. Di conseguenza, il “vangelo”, che esporrà nei suoi scritti – in maniera più argomentata nella Lettera ai Romani, – sarà proprio questo: l’unica via di salvezza è Cristo crocifisso e risorto. E poiché ogni esistenza cristiana comporta un combattimento spirituale per non ricadere sotto il giogo del peccato, i credenti debbono compiere opere conformi al dono della grazia ricevuta nel battesimo, manifestando così la propria comunione con Gesù.

Ritroviamo l’assoluta centralità di Cristo presente nella vita e nel vangelo di Paolo, anche nell’“apostolo gemello”: Pietro. La Prima Lettera di Pietro si apre, infatti, con questa esortazione: «Siate pronti ad agire, rimanete ben svegli. Tutta la vostra speranza sia rivolta verso quel dono che riceverete da Cristo Gesù, quando egli si manifesterà a tutti gli uomini» (1,13). La stessa preoccupazione pastorale di Paolo è percepibile in questo testo neotestamentario di Pietro. Stiamo parlando di uno dei documenti più importanti del Nuovo Testamento, che aiuta a capire la profondità della riflessione teologica e spirituale e l’impegno apostolico delle Chiese dell’Asia Minore. L’autore sacro vi pone in luce nuove e importanti considerazioni cristologiche, testimoni di un chiaro progresso nella comprensione di Cristo da parte di quelle prime comunità. Attingendo al pozzo della tradizione giudaica dell’Antico Testamento, Pietro focalizza l’attenzione su nuovi aspetti teologici concernenti la figura di Cristo: è “l’agnello senza difetti e senza macchia” (1,19) che ci libera dalla schiavitù del male; è il “servo sofferente” (2,21-25), che, rifacendosi alla tipologia del quarto canto del Servo (Is 53), offre la chiave interpretativa di tutto l’aspetto teologico e parenetico della lettera; è la “pietra viva” (2,4) – si tocca qui uno dei temi più originali della lettera e cioè il Cristo risorto, fondamento del nuovo tempio di Dio nel mondo – è infine “il pastore” (2,25; 5,1-4). Al Cristo si legano naturalmente alcuni temi ecclesiologici, tipici della Prima Lettera di Pietro, che affiorano in maniera esplicita o implicita nei documenti del Concilio Vaticano II, in particolare, nelle costituzioni Lumen gentium e Gaudium et spes.

Dunque come Paolo, anche Pietro afferma che ci salva solo l’incontro con il Signore Gesù: un incontro da vivere ogni giorno, specialmente nel momento della prova e della sofferenza (2,18-25). Trova qui logica collocazione il tema della speranza, che non si esaurisce negli orizzonti mondani, ma va oltre e tende a un adempimento costantemente volto a un incontro più pieno. A questa speranza certa, che muove all’agire e che suscita un atteggiamento permanente di conversione, il papa Benedetto XVI ha dedicato l’Enciclica Spe salvi.

La condizione del credente nella storia ondeggia nella costante tensione tra il “già” e il “non ancora”, nella dialettica permanente tra l’indicativo della salvezza («Tu sei figlio di Dio...») e l’imperativo morale («...dunque comportati da figlio di Dio!»). Sì, Cristo ci ha effettivamente liberati – questa è la nostra fede –; ma noi dobbiamo fare attenzione agli assalti del male. Sì, io sono già salvato, in forza della risurrezione; ma non sono ancora fuori dalla lotta. Sì, il Cristo ha già vinto la morte, e siede alla destra del Padre; ma la Chiesa pellegrinante non ha ancora raggiunto la sua patria. Così, spalancato al gratuito dono di Dio, il credente vive la lotta quotidiana della sua esistenza. Emerge con tutta evidenza che a salvarci non è una dottrina, bensì una persona: Gesù Cristo, il cui ritorno nella gloria attendiamo e prepariamo con fiduciosa speranza.

Maestro di sintesi, san Paolo chiude il capitolo 8 della Lettera ai Romani con un inno all’amore di Dio animato dall’insistente domanda “chi?”. Il testo respira una profondità teologica, che giunge al cuore del “vangelo di Paolo”. Se Dio ha immolato il suo Figlio per tutti noi (v. 32), egli argomenta, allora nessuno può separarci dal suo amore, dall’amore che Cristo stesso ci ha meritato sacrificandosi per noi (vv. 38-39). Sta proprio qui la ragione della gioia e di quell’ottimismo che ogni cristiano deve coltivare. «Se nonostante tutto siamo ottimisti», confessava don Franco Delpiano, missionario salesiano nel Mato Grosso, morto a 42 anni, «è perché Cristo è risorto. Immersi nella sua morte e risurrezione, risorgiamo ogni giorno». «Cristo risorto viene ad animare una festa nel più profondo dell’uomo», amava ripetere frère Roger Schutz, Priore di Taizé, ucciso mentre stava pregando, «ma la festa non è per niente un’euforia passeggera. È animata da Cristo in uomini e donne pienamente lucidi della situazione del mondo, e capaci di farsi carico degli avvenimenti più grandi... Allora la lotta diventa una festa: festa del combattimento affinché Cristo sia il primo nostro amore; festa della lotta per l’uomo schiacciato».

Questo è l’inguaribile ottimismo di chi crede all’amore di Dio, “vittoria” sul mondo e “motore” della storia. Chi rimane in questo amore non rinuncia alla lotta, non perde il coraggio di denunciare l’ingiustizia e non si lascia irretire dalle illusioni del male. Chi ama Cristo combatte la buona battaglia della fede e nutre nel cuore una grande speranza aspettando, secondo la promessa, – scrive san Pietro – «nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia» (2Pt 3,13). E la ragione ultima è perché – ricorda san Paolo – «noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati» (Rm 8,37).

In definitiva, Paolo invita i cristiani a incorporarsi, attraverso il battesimo, alla morte e alla risurrezione del Signore. Egli invita a vivere, già adesso, la vita nuova dell’amore, preparando, nell’impegno quotidiano, l’incontro definitivo con il Risorto. Questi due aspetti, dialettici tra di loro, impongono ai battezzati di vivere, di credere e di sperare a partire dalla morte e risurrezione del Signore. Nel mistero pasquale, infatti, si chiarisce il senso ultimo della fede e della speranza cristiana. E sse sono insieme dono di Dio, perché la risurrezione di Cristo ha vinto in modo irreversibile il male del mondo; ma sono anche impegno dell’uomo, perché si manifesti il pieno compimento delle promesse.

In sintesi, che risposta darebbe Paolo alla domanda cruciale su cosa significa vivere a partire dalla morte e risurrezione del Signore? Oggi, come a tutti i cristiani lungo i secoli della storia, risponderebbe che vivere a partire dalla morte e risurrezione significa portare dentro di sé un inguaribile ottimismo, la certezza che l’amore è più forte della morte, e che le scelte di bene, anche le meno appariscenti e le più smentite, mandano avanti la storia dell’uomo e del mondo. Vivere a partire dalla morte e risurrezione significa avere il coraggio di denunciare le piccole e le grandi ingiustizie dell’uomo, e riconoscere che in ogni gesto di liberazione – da qualunque parte essa venga – è presente il Signore della vita. Vivere a partire dalla morte e risurrezione è, infine, sentirsi parte di una “grande speranza”, che non è soltanto speranza nel mondo e nell’uomo, ma in quei cieli nuovi e in quella terra nuova che attendono ogni uomo di buona volontà, e che sono il dono di Dio.

Card. Tarcisio Bertone

Segretario di Stato di Sua Santità Benedetto XVI

La Chiesa alle sue origini

ROMA, venerdì, 8 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il contributo del Cardinale Carlo Maria Martini, Arcivescovo emerito di Milano, contenuto nel “Codex Pauli”, un’opera unica dedicata a Benedetto XVI al termine dell’Anno Paolino.

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La cristianità primitiva ci ha lasciato un racconto sui primi sviluppi del movimento cristiano. Citato verso il 180 dagli Atti dei Martiri di Lione e dalla Epistula Apostolorum, esso è menzionato nel Canone Muratoriano (seconda metà del II secolo) sotto il titolo di Acta omnium Apostolorum e ne viene indicato anche il nome dell’autore, cioè Luca. Il titolo usuale del libro è “Atti degli Apostoli”. Tale titolo non gli è stato però attribuito dall’autore, che aveva concepito questo libretto come la seconda parte di un’opera complessiva sulle origini cristiane (cfr. Lc 1,1-4 e At 1,1).

Negli Atti è narrata la diffusione del messaggio della risurrezione di Gesù secondo una linea di progressione geografica che parte da Gerusalemme e, attraverso la Giudea e la Samaria, si estende fino alle regioni della Siria e dell’Asia Minore, e di là alla Grecia, per terminare a Roma. La missione di far percorrere questo itinerario alla Parola di Dio è narrata nei primi dodici capitoli e viene affidata a Pietro. L’azione di Pietro raggiunge il suo momento culminante quando egli ammette al battesimo il pagano Cornelio, centurione romano, senza obbligarlo ad abbracciare la legge di Mosè (At 10,1 – 11,18). A partire dal capitolo 13, il compito di attuare questa predicazione è affidato principalmente a Paolo, che viene così a porsi nel centro della narrazione. Paolo può allargare i confini della sua missione verso le terre più lontane dell’Asia Minore, della Macedonia e della Grecia. Dopo una intensa attività missionaria e dopo una serie estenuante di processi, Paolo viene condotto a Roma. La narrazione si chiude con la descrizione di Paolo prigioniero a Roma.

Vi è oggi un sostanziale accordo tra gli studiosi nel ritenere che l’autore degli Atti degli Apostoli è lo stesso che ha scritto il terzo vangelo. L’accordo tra gli studiosi non è più unanime quando si pone il problema se l’autore sia da identificare con uno di coloro che raccontano in prima persona plurale nelle cosiddette “sezioni noi” (At 16,10-17; 20,5-21; 27,1-28,16). Accettando questa identificazione si viene ad ammettere che l’autore è stato compagno di Paolo in alcuni viaggi, ed è stato quindi testimone oculare di parte degli avvenimenti che riferisce. Si raggiunge così la testimonianza dell’antica cristianità che ha attribuito gli Atti a un compagno di viaggio di Paolo, cioè a Luca, menzionato nell’epistolario paolino (cfr. Col 4,14; Fm 24; 2Tm 4,11).

Tuttavia, sulla base della diversa mentalità dell’autore degli Atti e di quello delle Epistole, non si può rinunciare alla fondata tradizione che gli Atti sono opera di uno che ha conosciuto san Paolo. Tra i compagni di viaggio dell’Apostolo, Luca è certamente quello che, a voler tenere conto delle notizie antiche e dell’analisi interna dell’opera, ha le più fondate probabilità per essere designato come l’autore degli Atti.</p>

Luca ha composto il suo libro servendosi di elementi di origine diversa. Benché tutti gli studiosi siano d’accordo nel ritenere che l’autore utilizza per il suo racconto vari tipi di informazioni, tuttavia è molto difficile determinare quale forma avessero le fonti che Luca ha potuto utilizzare. Nel secolo scorso furono fatti vari tentativi per definire con criteri stilistici i documenti scritti che sottostanno ad At 1-15 (come l’esistenza di una fonte antiochena e di una doppia fonte gerosolimitana), ma senza risultati definitivi. Il moltiplicarsi di teorie diverse e tra loro inconciliabili produsse un certo scetticismo. Oggi si tende ad analizzare le singole unità letterarie prese in se stesse, senza pretendere di ricostruire dei veri e propri documenti scritti.

Il materiale che l’autore ha raccolto attingendo a diverse fonti di informazione venne da lui elaborato in un racconto unitario. In esso si distingue una prima epoca dominata dalla figura di Pietro, mentre la seconda ha come protagonista l’apostolo Paolo. Tra le due epoche se ne coglie come una intermedia, di grande importanza, in cui si mostra il passaggio provvidenziale dai giudei ai pagani, e insieme la continuità che permane tra i due gruppi, entrambi inseriti nell’unico disegno divino di salvezza. Riguardo alla struttura degli Atti risultano inadeguate le divisioni che hanno per base soltanto i due personaggi principali del racconto, Pietro e Paolo, perché le loro vicende si intersecano e sono frammiste con quelle di altri personaggi di rilievo (come Stefano e Filippo). Neppure è adeguata la divisione che vorrebbe basarsi sulle parole programmatiche di Gesù in At 1,8: «Mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e in Samaria e fino all’estremità della terra».

È comunque possibile dividere il libro nelle cinque parti seguenti: a) Le origini della Chiesa a Gerusalemme (1,1 – 5,42). b) Una nuova e più violenta persecuzione sorge a causa di Stefano (6,1 – 12,25). c) Missione di Barnaba e Paolo in Asia (13,1 – 15,35). d) Missione di Paolo nelle principali città della Grecia e nella grande città di Efeso (15,36 – 20,38). e) Arrivo di Paolo a Gerusalemme, suo imprigionamento e viaggio a Roma, nel centro del mondo conosciuto allora, dove egli annuncia con libertà la Parola di Dio (21,1 – 28,31).

L’autore ha subordinato il disegno generale dell’opera, la sua struttura e il suo stile a una finalità che egli ha espresso nel prologo a Teofilo con queste parole: «affinché ti renda conto della solidità della dottrina su cui sei stato catechizzato». Lo scopo dell’opera rimane molto generico e soggetto a diverse interpretazioni. Per questo si è discusso assai, soprattutto a partire dal secolo XVIII, sulla finalità di Luca nella sua narrazione. Fino a quel tempo si riteneva che Luca volesse semplicemente presentare un quadro delle origini cristiane e difendere Paolo dai suoi avversari. Si profilava, quindi un approccio degli Atti dal taglio storiografico e apologetico. Ma le finalità di questa opera oggi vengono comprese alla luce dell’orizzonte più ampio prospettato sia dall’esame del terzo Vangelo, sia dall’esame di questo suo “secondo libro”. Appare, così, decisivo il ruolo della comunità destinataria dell’opera lucana. Si tratta probabilmente di una comunità composta in gran parte dai pagani convertiti, preoccupati però di tener viva la coscienza delle radici anticotestamentarie del messaggio cristiano. Il libro è posto così sotto il segno della continuità: tra Antico e Nuovo Testamento, tra attività del Cristo e vita delle Chiese; tra Israele e la Chiesa, tra i giudeo-cristiani e i pagani convertiti. Garante invisibile ma sempre operante di questa continuità è lo Spirito. Nella predicazione universale del Vangelo ai pagani le profezie messianiche trovano il loro pieno adempimento, e si mostra così l’unità e la continuità del disegno divino di salvezza.

Tuttavia lo scopo che si prefiggeva l’autore era certamente quello di comunicare importanti valori dottrinali e un autentico messaggio, valido per ogni tempo. Per avere un quadro sintetico degli elementi dottrinali presenti negli Atti, bisogna partire dall’evento centrale da cui ha origine tutto il movimento cristiano, cioè la risurrezione di Cristo.

Gesù glorificato costituisce l’oggetto della fede della Chiesa (9,13), e la predicazione ha appunto lo scopo di mostrare che egli è il Messia predetto dalle Scritture, colui che è stato costituito giudice dei vivi e dei morti, il Figlio di Dio (9,20). Soltanto per la fede in lui (16,31) e per il battesimo nel suo nome (2,38) è possibile ottenere la salvezza (cfr. 4,12) e il perdono dei peccati (5,31).

Centrale è pure il ruolo dello Spirito Santo che pervade con la sua pr
esenza e il suo influsso tutta la vita e l’espansione della Chiesa primitiva. La manifestazione fondamentale dello Spirito si ha nella Pentecoste, che rappresenta per la dottrina sullo Spirito un po’ quello che la risurrezione rappresenta per la cristologia. Nella presenza, tra i testimoni della Pentecoste, di molti che rappresentano i principali popoli allora conosciuti si manifesta la vocazione universale della Chiesa e si realizza la sua missione di essere un segno di unità tra i diversi popoli. La Chiesa (5,11) appare come la comunità di coloro che hanno creduto nel Cristo Risorto e vivono in unità sotto l’autorità degli Apostoli. Tra gli apostoli Pietro gode di una posizione speciale.

È importante pure ricordare il posto che hanno negli Atti la fede (si veda ad es. 2,44; 3,16; 4,4.32; 5,14, ecc.), il battesimo (cfr. 2,38; 8,36; 10,47, ecc.), l’imposizione delle mani per conferire lo Spirito (8,15 – 17; 19,5-6), l’Eucaristia (2,42.46; 20,7.11) e la preghiera (si veda ad es. 4,24-30; 10,9; 12,5; 16,25). Anche le diverse situazioni che scandiscono il cammino delle comunità cristiane (crescita, persecuzione, dispersione, riconferma della fede) e i loro atteggiamenti (gioia, carità, scambio fraterno dei beni, mutuo aiuto, unione, prontezza a soccorrere anche i lontani, ospitalità, coraggio, apertura di cuore e di orizzonti, ecc.) affiorano di continuo nella narrazione. Si ricava così dalla lettura del libro un quadro ricchissimo della vita dei primi cristiani, quadro che viene presentato alle Chiese di tutti i tempi come modello e come stimolo. Gli Atti degli Apostoli sono perciò «un libro per tutti i tempi, un libro molto attuale per il nostro tempo. Bisogna leggerlo tutto in una volta, così come si leggono avidamente i ricordi di famiglia» (H. Jenny).