VENEZIA, venerdì 28 ottobre, 2011 (ZENIT.org) - È partita mercoledì e durerà fino al 1 novembre la missione di evangelizzazione di strada, promossa dal Patriarcato di Venezia e dalla parrocchia di San Cassiano.

Canali di gioia per te è stato realizzato da Nuovi Orizzonti e si sviluppa attraverso contatti, testimonianze e incontri nelle carceri, maschile e femminile, scuole, SERT, parrocchie, ma soprattutto strada e centri di aggregazione giovanile, toccando anche la città di Mirano.

L’iniziativa è animata da 100 i missionari provenienti da diverse parti d’Italia, motivati dalla Gioia e dalla passione per la Vita. L’ultima missione avvenuta nella città di Venezia, nel 2009 ha prodotto oltre 50.000 contatti, ai quali sono seguite singole e estemporanee missioni che hanno coinvolto giovani capaci di seguire nuovi percorsi nella loro vita.

Il 31 ottobre, notte di Halloween, in cui si cerca di esorcizzare la morte, i missionari proporranno di vivere la vita, senza maschere, ma vivendo Colui che è la Vita. In Erberia, con lo spettacolo del Joymix Team e La luce della Notte a San Giovanni Elemosinario, le porte rimarranno aperte fino alle luci dell’alba: nel cuore della movida veneziana, una notte in cui si esalta la morte, dai bui colori, si colorerà di speranza e di amore.

La Comunità Nuovi Orizzonti, fondata da Chiara Amirante, si pone l’obiettivo di intervenire in tutti gli ambiti del disagio sociale: per questo, realizza azioni di solida­rietà a sostegno di chi vive situazioni di grave difficoltà.

Nuovi Orizzonti svolge inoltre la sua attività tenendo presenti tutte le realtà di emarginazione sociale, in modo particolare nel mondo giovanile: per esso pro­pone specifici interventi innovativi e un proprio programma di ricostruzione integrale della per­sona che unisce la dimensione psicologica a quella umana e spirituale.

Il movimento propone infine i valori della solidarietà, della condivisione, della spiritualità, della coope­razione come elementi essenziali per una piena realizzazione della persona.

Intervento ad Assisi del Segretario Generale del CEC

ASSISI, giovedì, 27 ottobre 2011 (ZENIT.org).- Di seguito, pubblichiamo il testo dell’intervento del Rev. Dott. Olav Fykse Tveit, Segretario Generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC), alla Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo svoltasi questo giovedì ad Assisi.

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Santità,
Eminenze, Eccellenze, distinti leaders religiosi,

San Francesco ci offre l’ispirazione su come la fede in Dio, il dialogo aperto e l’incontro sincero possano portare a contributi significativi per una pace giusta.

Il mondo ha bisogno di costruttori di pace a partire dalla fede. Le comunità di fede, come le 349 chiese del Consiglio Ecumenico delle Chiese, hanno bisogno di giovani “portatori di cambiamento” del mondo. Francesco era un giovane quando si arrese a Dio. La sua passione per la bontà della creazione e l’esempio di radicale audacia per la pace mostrano l’importanza della fede e il coraggio dei giovani.

Ciò che Francesco ha compiuto da giovane, nei suoi vent’anni, è per noi un richiamo salutare all’importanza del ruolo che i giovani devono e possono svolgere sia nelle comunità di fede che nel più ampio contesto sociale. Senza questo, non saremmo qui oggi.

Anche oggi, la pace nel mondo richiede le idee e il contributo dei giovani. Un grande ostacolo ad una pace giusta è oggi rappresentato dall’alto livello di disoccupazione tra i giovani in tutto il mondo. Si ha la sensazione che stiamo mettendo in gioco il benessere e la felicità di una generazione. Abbiamo bisogno della visione e del coraggio dei giovani per i cambiamenti necessari.

Vediamo come i giovani guidino oggi i processi di democratizzazione e di pace in molti Paesi. Dobbiamo riconoscere che non siamo sempre stati capaci nel dare il giusto tributo e nel sostenere l’apporto che i giovani possono offrire nelle nostre comunità. Noi anziani qui presenti abbiamo bisogno di lavorare insieme per la pace tra generazioni e di dare ai giovani in tutto il mondo una reale speranza per il futuro.

Il mondo ha bisogno di incontri tra i capi delle comunità religiose. Nel mezzo di una guerra di cui Gerusalemme era la meta finale, Francesco venne per condividere esperienze di fede con il Sultano in Egitto. Come molti crociati, egli venne per convertire l’altro. Si trovò invece cambiato, convertito, lui stesso.

Siamo qui per lasciare che la conversione di Francesco ci parli e per fare sì che la conversazione tra di noi divenga una sorgente di giustizia e di pace. C’è da guadagnare di più mediante il rispetto per l’altro. Una pace sostenibile richiede che vi sia uno spazio, uno spazio sicuro e senza pericoli, non solo per me,ma anche per l’altro. I cristiani devono ricordarsi che la croce non è per le crociate, ma è un segno di come l’amore di Dio abbracci tutti, anche l’altro.

Per il Consiglio Ecumenico delle Chiese un preciso impegno per i prossimi anni sarà quello di lavorare per una pace giusta a Gerusalemme e per tutti i popoli che vivono in Gerusalemme e attorno a quella città che ha Shalom – Salaam nel suo nome. È la città che per il suo nome è chiamata ad essere una visione di pace,ma che nel corso della storia è divenuta così spesso un luogo di conflitto. Mentre visitavo il Pakistan qualche giorno fa, mi sono reso conto di come altri popoli stiano soffrendo a motivo di scontri tra interessi diversi, come conseguenza del fatto che il conflitti attorno a Gerusalemme non sono ancora risolti. Questa città, santa per Ebrei, Cristiani e Musulmani, è un simbolo visibile del nostro anelito, dei nostri migliori e più alti desideri, del nostro amore per la bellezza e del nostro desiderio di servire Dio. Ma è anche un potente richiamo a come le cose migliori possano anche volgersi per il peggio. Nel corso della storia, gli esseri umani hanno trovato così difficile amare senza cercare al tempo stesso di possedere in maniera esclusiva.

Preghiamo, come leaders religiosi, per la giustizia e la pace per Gerusalemme e per tutti coloro che là vivono. In un modo misterioso, Gerusalemme non si limita a svelarci queste realtà circa la condizione umana, ci sfida anche a confrontarci con esse. I Cristiani credono che ogni essere umano sia creato ad immagine di Dio, affermando di conseguenza l’inalienabile dignità umana di ogni persona e l’unità dell’umanità. Siamo chiamati a partecipare al ri-stabilimento della pace per Gerusalemme per ri-creare e riparare il mondo di Dio. Siamo responsabili davanti a Dio e gli uni davanti agli altri per la pace nel nostro tempo e per ciò che diciamo o che non diciamo per raggiungerla. Seguiamo insieme l’esempio di San Francesco e di altri, giovani e vecchi, uomini e donne, per suscitare fra noi il coraggio di costruire una pace giusta.

L'Arcivescovo di Canterbury all'incontro di Assisi

ASSISI, giovedì, 27 ottobre 2011 (ZENIT.org).- Riportiamo il testo del discorso pronunciato dal dottor Rowan Douglas Williams, Arcivescovo di Canterbury, questo giovedì partecipando ad Assisi alla Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo, sul tema “Pellegrini della verità, pellegrini della pace”.

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Vostra Santità, Santità, Beatitudini,
Fratelli e sorelle in Cristo, Cari amici,

è un grande onore essere con voi a celebrare l’anniversario della prima Giornata di preghiera per la pace tenutasi in questo luogo sotto la guida del Beato Giovanni Paolo II. Il defunto Pontefice credeva fermamente che la cura degli esseri umani per la giustizia e la stabilità nella nostra epoca richiedeva una testimonianza comune da parte delle persone religiose, escludendo ogni compromesso circa le proprie particolari convinzioni e tradizioni. Gli anni trascorsi da quel primo raduno hanno confermato questa convinzione nel modo più deciso possibile.

Le sfide del nostro tempo sono tali che nessun gruppo religioso può pretendere di avere tutte le risorse pratiche di cui ha bisogno per affrontarle, anche se siamo convinti di avere tutto ciò di cui necessitiamo nel campo spirituale e dottrinale. Di tal maniera, noi non siamo qui per affermare un minimo comune denominatore di ciò che crediamo, ma per levare la voce dal profondo delle nostre tradizioni, in tutta la loro singolarità, in modo che la famiglia umana possa essere più pienamente consapevole di quanta sapienza vi sia da attingere nella lotta contro la follia di un mondo ancora ossessionato da paura e sospetti, ancora innamorato dell’idea di una sicurezza basata su di una ostilità difensiva, e ancora in grado di tollerare o ignorare le enormi perdite di vite tra i più poveri a causa di guerre e malattie.

Tutti questi fallimenti dello spirito hanno la loro radice in larga misura nell’incapacità di riconoscere gli estranei come persone che condividono con noi l’unica e medesima natura, l’unica e medesima dignità della persona. Una pace duratura inizia là dove noi vediamo il nostro prossimo come un altro noi stessi – e dunque iniziamo a comprendere perché e come dobbiamo amare il prossimo come noi stessi.

Per i cristiani, il cuore di tutto ciò è la convinzione che in Gesù di Nazareth Dio stesso si identifica con la natura umana, e quindi con ogni singola persona umana. Ogni volto, ora, appare in maniera diversa, per il fatto che Dio ha preso un volto umano. Nel nostro prossimo riconosciamo non solo qualcuno che ha in sé l’immagine di Dio in virtù della creazione, ma qualcuno che ha in sé anche la possibilità di portare la somiglianza di Gesù Cristo in virtù della nuova creazione. E se così è, non possiamo più, in ultima analisi, essere degli estranei. Ciò che interessa la vita di qualunque persona o comunità, interessa la vita di tutti.

Tutti gli uomini religiosi hanno in comune la convinzione che noi, in ultima analisi, non siamo estranei gli uni agli altri. E se non siamo estranei, dobbiamo prima o poi trovare il modo di concretizzare tale reciproco riconoscimento in relazioni di amicizia vere e durature. Siamo qui oggi per dichiarare la nostra volontà – o piuttosto la nostra appassionata determinazione – a persuadere il nostro mondo che gli esseri umani non devono essere degli estranei, e che il riconoscimento è tanto possibile quanto necessario a motivo della nostra universale relazione con Dio.

Termino citando alcuni versi di un grande poeta cristiano della mia terra del Galles, Waldo Williams, maestro, uomo di profonda preghiera ed attivista per la pace nella sua vita adulta. Egli ha scritto un poema intitolato “Cos’è l’uomo?”, e questi sono i versi iniziali:

Cosa significa essere vivi? Dimorare in una grande sala
tra strette mura
Cosa significa riconoscere? Trovare un’unica radice
al di sotto di tutti i rami.

Cosa significa avere fede? Rimanere quieti al focolare
finché siamo pronti a ricevere il nostro ospite.
Cosa significa perdonare? Trovare una via tra le spine
per stare accanto al nostro vecchio nemico.

Possa Dio aiutarci a rispondere a queste domande in questamaniera, con le nostre parole e con la nostra testimonianza.

Discorso di Bartolomeo I alla Giornata per la pace ad Assisi

ASSISI, giovedì, 27 ottobre 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il discorso che Sua Sua Santità Bartolomeo I, Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, ha pronunciato questo giovedì ad Assisi in occasione della Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo.

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Santità, Eminenze, Eccellenze,
Rappresentanti delle diverse religioni del mondo,
Signori e Signore, Cari amici,