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Foto: Tomas Castelazo - Commons Wikimedia

Usa, i vescovi contro i muri al confine con il Messico

L’episcopato statunitense fortemente preoccupato per la decisione di Donald Trump di completare la barriera innalzata nel 1994: “Destabilizzerà le comunità e le famiglie”

Una netta presa di posizione quella della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti contro la decisione annunciata ieri dal neo presidente Donald Trump di dare il via al completamento del muro al confine tra Usa e Messico, innalzato durante la presidenza Clinton nel 1994. Il muro sarà lungo nel complesso circa 3200 chilometri. Trump ha promesso anche un irrigidimento delle misure per frenare i flussi migratori verso gli Stati Uniti, e oggi — secondo indiscrezioni della stampa — dovrebbe firmare diversi decreti per sospendere la concessione dei visti a persone provenienti da Paesi a rischio terrorismo come Siria, Sudan, Somalia, Iraq, Iran, Libia e Yemen.

Criticando duramente tali decisioni, il presidente della Commissione per i migranti, mons. Joe Vasquez, assicura in una nota che la Chiesa statunitense farà di tutto per sostenere gli immigrati e le loro famiglie, la cui vita è messa “in pericolo” dalla costruzione di questa barriera. “Invece di costruire muri, io e i miei fratelli vescovi continueremo a seguire l’esempio di Papa Francesco. Cercheremo di costruire ponti tra i popoli che ci permettano di abbattere i muri dell’esclusione e dello sfruttamento”, scrive il presule.

A preoccupare lui e gli altri vescovi statunitensi sono soprattutto le fasce “vulnerabili” di donne e bambini, che potrebbero finire vittime dello sfruttamento e della tratta di trafficanti e contrabbandieri. Senza dimenticare che l’erezione del muro “destabilizzerà molte comunità che vivono pacificamente lungo il confine” e  “dividerà le famiglie e alimenterà il panico e la paura nelle comunità”.

Le misure annunciate da Trump – afferma mons. Vasquez nella nota – “renderanno ancora più difficile alle persone più vulnerabili di avere accesso alla protezione nel nostro Paese”. Da parte della Chiesa Usa non mancherà mai la vicinanza e il sostegno, assicura: “Ogni giorno sperimentiamo il dolore di famiglie che lottano per vivere una vita che abbia una somiglianza di una normale vita familiare. Vediamo bambini traumatizzati”.

 

Da parte sua, il segretario generale della Conferenza Episcopale messicana, Antonio Miranda, vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Monterrey, ha scritto sul suo account Twitter: “Abbiamo bisogno di ponti, non di muri. Non più stranieri, Messico e Stati Uniti, insieme nel viaggio della speranza”.

Intanto sale la tensione tra i due Paesi: il presidente messicano Enrique Peña Nieto ha immediatamente replicato alle parole di Trump sottolineando che il Messico non intende pagare per il muro. “Condanno e mi rammarico per la decisione del governo statunitense di continuare con la costruzione di un confine che per anni ci ha diviso più di quanto ci abbia unito; il Messico dà e chiede il rispetto dovuto come nazione sovrana” afferma il capo di Stato. E spiega che “il Messico offre la sua amicizia al popolo degli Stati Uniti e la sua disponibilità a raggiungere accordi con il loro governo, accordi di cui dovranno beneficiare il Messico e i messicani”.

Quello del flusso migratorio negli Usa dal vicino Messico è un fenomeno lungo ormai decenni. In costante aumento negli anni ’90- 2000, ha raggiunto il picco nel 2007 con circa 12,2 milioni di persone transitate lungo il confine. Dall’inizio della recessione la situazione è andata attenuandosi e, attualmente, si è raggiunta una relativa stabilità. Il numero degli irregolari messicani rimane comunque una percentuale elevata, circa il 52% del flusso migratorio, per un totale di 5,8 milioni di persone.

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