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Civil unions between homosexuals

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Unioni civili: perché un “simil-matrimonio” è inammissibile

La Chiesa cattolica, più per ragione che per fede, ritiene che nella coppia omosessuale manchi radicalmente il presupposto per la relazione coniugale che è la comunione vitale nella diversità

Il ddl Cirinnà è molto discusso perché tocca questioni delicatissime che coinvolgono direttamente gli aspetti più fondanti e decisivi dell’umano e del futuro della società. È sconcertante e avvilente vedere un ddl così delicato ridotto a una bandiera ideologica e a piccole lotte di bottega politica. Invece il ddl Cirinnà pone una grande questione che chiama direttamente in causa la questione antropologica, la concezione della famiglia, della generazione e dell’educazione dei figli.

Purtroppo i nostri centri accademici non sono molto presenti in tale dibattito e così, a mio avviso, vengono meno al ministero della carità intellettuale che dovrebbe, fra le tante cose, supportare particolarmente due delle opere di misericordia spirituale, oggi specificamente urgenti e preziose, come consigliare i dubbiosi e insegnare agli ignoranti. Una Facoltà teologica, come la nostra, ha molto da approfondire per fare misericordia in questo anno. Mi permetto alcuni brevi cenni di riflessione che richiedono logicamente molto più spazio e competenza.

Innanzitutto lo status quaestionis è segnato da una parte da coloro che, contrari al riconoscimento dei matrimoni gay e alla loro adozione di figli, sostengono che questi minacciano la famiglia naturale, fondamento della società, costituita da un uomo e una donna e ledono il diritto dei bambini ad avere un padre/maschio e una madre/femmina. Dall’altra parte ci sono coloro che, favorevoli ai matrimoni gay, sostengono che sia un problema di riconoscimento dell’uguaglianza di diritti contro la discriminazione e che per il benessere dei figli ciò che conta non è il genere maschile/femminile, ma la capacità di amare e di accudimento.

Accenno al fatto che l’evidenza intrinseca oggettiva dovrebbe essere il criterio della verità in quanto garantisce che le cose stanno proprio così come l’intelligenza afferma. Riconoscere tale evidenza supporta ogni tipo di scienza e forma la base di un sapere condiviso.

Ora sulla questione delle unioni omosessuali con effetti giuridici simili, incluso il diritto ad adottare bambini, a quelli del matrimonio, il dibattito pubblico è particolarmente vivace. La posizione della Chiesa cattolica, che su questa tema ha avuto precisazioni e approfondimenti nel tempo, ha una sua logica e, giustamente, non accetta pressioni esterne che vogliono fare passare e legittimare gli atti omosessuali equivalenti all’espressione dell’amore coniugale. Una cosa è il rispetto e l’amore verso persone omosessuali, come verso tutte le persone, eliminando eventuali discriminazioni, altra cosa è l’evidenza di due verità fondamentali che vanno riconosciute sulla base del buon senso.

La prima è che non può esistere un matrimonio, o un simil-matrimonio, tra due persone dello stesso sesso che unendosi non possono procreare. È evidente che alla coppia omosessuale, anche la più affiatata e stabile, manca il carattere della coniugalità intesa come intima e totale comunione di persone. La Chiesa cattolica quindi ritiene, per ragione e non tanto per fede, che nella coppia omosessuale manchi radicalmente il presupposto per la relazione coniugale che è la comunione vitale nella diversità. Tale evidenza antropologica, insanabilmente carente nella coppia omosessuale, ispira la Chiesa a non approvare forme legislative di equiparazione più o meno esplicita, tra matrimonio e convivenze omosessuali. Non si può riconoscere il diritto al matrimonio a tutti coloro che si amano per il solo fatto che si amano. Occorre che ci siano dei presupposti antropologici per la relazione coniugale che è la comunione nella differenza sessuale. La dualità dei sessi appartiene alla costruzione antropologica dell’umanità. La fecondità è un segno e un frutto dell’amore coniugale, della reciprocità, della e nella differenza.

Da questa verità deriva l’altra: non si può negare a un bambino il diritto di avere un padre e una madre. La mancanza naturale di fecondità della relazione omosessuale è una conseguenza della mancanza di differenza sessuale e, quindi, segno di incompiutezza della coppia omosessuale rispetto a quella eterosessuale. La stessa impossibilità fisica di generare figli nella coppia eterosessuale è molto diversa da quella omosessuale, in quanto nella coppia eterosessuale c’è una fecondità potenziale e un’apertura originaria, che manca strutturalmente nella coppia omosessuale. Un bimbo adottato da una coppia di omosessuali non trova il contesto antropologico di cui ha bisogno per uno sviluppo psicoaffettivo armonioso e sano.

Dal ddl Cirinnà emerge che, più che l’interesse del minore, si vuole permettere a una coppia omosessuale di “procurarsi” un figlio e di puntare sul matrimonio delle persone dello stesso sesso, come più volte ribadito dalla senatrice Monica Cirinnà, prima firmataria del ddl. Il bambino ha in realtà il bisogno fondamentale, e quindi ha diritto di sapere, di essere il frutto dell’amore e dell’unione di un uomo, suo padre, e di una donna, sua madre, in virtù della differenza sessuale dei suoi genitori. Il bambino non è un oggetto ma un soggetto di diritto. Parlare invece di diritto a un figlio implica una strumentalizzazione inaccettabile del figlio.

La famiglia è solo quella fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna ed è sola questa famiglia a garantire normalmente lo sviluppo delle persone e il futuro della società, come riconosce del resto la nostra costituzione repubblicana. Concretamente e razionalmente è difficile sostenere che la famiglia possa fondarsi sull’unione tra persone dello stesso sesso.

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Fra Domenico Paoletti, OFMConv è docente di Teologia fondamentale e Preside della Pontificia Facoltà teologica “San Bonaventura” Seraphicum.

Il testo integrale dell’editoriale di fra Paoletti è disponibile sul n°36, anno IV, della newsletter San Bonaventura informa.

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