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Pellegrini siriani in Piazza San Pietro - Foto © CTV (Screenshot)

Un sacerdote siriano: “So cosa significa la guerra, la paura di morire, le ho sperimentate di persona”

Padre Raimond Girgis, francescano, superiore del Memoriale di san Paolo a Damasco, fa un appello a Zenit da Amman, in Giordania

Io so cosa vuol dire la guerra, lo spavento, la paura di morire, ho sperimentato tutto di persona”, racconta padre Raimond Girgis, francescano, superiore del Memoriale di San Paolo a Damasco; “la mia chiesa”, aggiunge, “è stata bersaglio per cinque volte di colpi di mortaio”.

Questa intervista, rilasciata alla corrispondente di Zenit Deborah Castellano, è una drammatica testimonianza di come la comunità cattolica siriana ha attraversato gli 8 anni di guerra civile non ancora conclusa. Oggi i cristiani rimasti in Siria sono meno della metà rispetto al 2011. Ma tra tante devastazioni prodotte dal conflitto, “tanti musulmani ci dicono ‘ora sappiamo chi siete voi cristiani, cos’è la carità cristiana’”, testimonia padre Raimond.

Il memoriale sorge sul luogo dove, secondo la tradizione, Saulo di Tarso ribattezzato poi Paolo, fariseo e cittadino romano, cadde folgorato da cavallo e si convertì da persecutore delle prime comunità cristiane della Palestina ad apostolo della resurrezione di Cristo fuori dalla Terra Santa, fino a Roma, dove fu decapitato.

Per padre Raimond oggi è possibile visitare la Siria dall’estero in tranquillità per conoscere la realtà del paese e della chiesa locale, sopratutto. “Abbiamo bisogno del vostro sostegno materiale e morale”, esorta da Amman, dove ha partecipato alla recente conferenza su “Media e loro ruolo nel difendere la verità”, nella prospettiva del dialogo tra popoli religioni in Medioriente. L’incontro è stato promosso dal Consiglio dei patriarchi cattolici dell’Oriente, dal “Catholic Centre for Studies and Media” della Giordania, con la collaborazione della “Piattaforma per il dialogo e la cooperazione tra leader religiosi e istituzioni del mondo arabo” e l’Ufficio giordano del turismo. La corrispondente vaticana di Zenit Deborah Castellano Lubov è stata ad Amman per intervenire alla conferenza durante la sessione su “Media e verità, quale relazione?”.

Ecco la sua intervista fatto ad Amman:

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Padre Raimond, qual è la situazione della Chiesa cattolica in Siria, oggi, dopo così tanti anni di guerra?

Io direi che ci sono aspetti positivi e negativi. Se vogliamo iniziare da quelli positivi, direi che la Chiesa è sempre stata vicina al popolo cristiano; ebbene, oggi è molto più vicina ai musulmani, anche.

Come è avvenuto questo?

In questi anni di guerra la Chiesa ha saputo mostrare il volto della carità, con grande forza, ha testimoniato davvero l’amore di Dio verso i poveri, tutti i poveri, senza fare distinzioni tra cristiani e musulmani. La Chiesa cattolica ha visto in chiunque l’uomo sofferente dei dolori della guerra. Ma tutte le chiese cristiane, aggiungerei, hanno dato una testimonianza di carità, soprattutto gli istituti di vita consacrata, sia maschili che femminili, rimasti sempre vicini alla popolazione sofferente.

Questo non avveniva prima della guerra?

Certamente anche prima della guerra la Chiesa praticava la carità, ma era qualcosa di più “normale”, direi, più “ordinario”. Oggi ci sono servizi di cui gli stessi musulmani fanno richiesta di loro iniziativa, ringraziandoci con il sorriso. Sono stati loro, i musulmani, a dirci tante volte “adesso sappiamo cos’è la carità cristiana, adesso sappiamo chi siete voi cristiani”. E certamente questo è un dato positivo, il nostro essere oggi più vicini all’intero popolo siriano, senza distinzioni, con particolare riguardo ai bambini.

E i lati negativi a cui faceva cenno?

L’aspetto più negativo della situazione attuale è certamente il calo, in termini di numeri, della presenza cristiana nel paese.

Quali sono questi numeri, oggi?

Prima che la guerra scoppiasse c’erano due milioni circa di cristiani in Siria, che oggi son diventati circa 900.000. La vita delle famiglie è meno stabile adesso, piena di problemi: giovani che se ne vanno, anziani che rimangono soli nella propria casa, senza nessuno che li aiuti… Dal punto di vista delle famiglie gli aspetti negativi ora sono tanti. La guerra causa sempre negatività, mai positività, la guerra non produce nemmeno la pace. La pace non è mai frutto della guerra. Per noi cristiani questi nove anni sono stati un tempo di dolore, di sofferenza, di persecuzione. Ma grazie a Dio non sono mancati benefattori europei che ci sono rimasti accanto, italiani, tedeschi, francesi, che ci hanno fornito aiuto materiale per ricostruire case, scuole, grazie alle donazioni di tante gente buona che vuole la pace. Questo, pur nella disgrazia, è un altro lato positivo; i popoli europei oggi sono più vicini ai siriani.

Dunque l’emigrazione ha dimezzato le vostre comunità?

Io dico che è una ferita che non sappiamo proprio come curare.

Come si fa a rallentare, se non altro, questo fenomeno?

Quello che oggi possiamo fare, come Chiesa, è incoraggiare chi è partito a tornare in Siria. Però è ovvio che la decisione deve essere presa nelle famiglie. Non possiamo sostituirci a loro, ma solo incoraggiarle a rimanere qui a lavorare a ricostruire la Siria. Purtroppo sono tante le circostanze che spingono la gente ad andarsene all’estero, ad iniziare dall’attuale crisi economica. Qualcuno ci ha detto addirittura “se fossi partito prima, anziché restare, sarebbe stato meglio!”. E fa male sentirselo dire!

E cosa potrebbe essere fatto di più?

Come Chiesa non possiamo certo prendere il posto dello Stato: possiamo solo, ripeto, incoraggiare a rimanere qui, fare capire l’importanza del non abbandonare la Siria adesso e fornire l’aiuto materiale che possiamo fornire. Il nostro carisma di francescani è proprio lo stare accanto alla gente, assicurare loro mezzi per vivere. Ci stiamo rivolgendo al mondo intero per ottenere un aiuto che dia loro la possibilità di restare. Ma la decisione finale è loro.

Vale anche per i giovani questo discorso?

Abbiamo tanti studenti universitari che terminati gli studi decidono di andare via, e questo non è buono. Perciò dico grazie ai miei superiori, le autorità ecclesiastiche in Siria che si impegnano a far capire a questi ragazzi il senso della presenza nostra di cristiani, incoraggiandoli, sostenendo qualche piccolo progetto personale di lavoro…

Lei ha citato prima i bambini…

I bambini sono il nostro futuro, ma essendo nati e cresciuti in questi anni di guerra, molti hanno sperimentato la paura, hanno riportato traumi psicologici gravi… Perciò abbiamo avviato per loro un progetto di supporto psicologico di cui da tre anni beneficiano più i bambini musulmani che quelli cristiani.
Inoltre nel mio convento accogliamo i malati, prestiamo assistenza gratuita ai malati di cancro, o di diabete. Abbiamo istituito una scuola di musica, per insegnare ai ragazzi a suonare uno strumento…

Com’è la vita delle parrocchie cattoliche francescane in Siria?

In Siria abbiamo sette parrocchie, tutti i cattolici latini in Siria, eccetto gli stranieri, sono 8.000 famiglie. Abbiamo un vicario apostolico francescano, mons. Abou Khazen di Aleppo. Nella parrocchia di Bab Touma a Damasco abbiamo 400 ragazzi nel centro catechistico, 300 scouts, 25 membri della corale, 50 giovani universitari… Vi mostro l’esempio di una sola parrocchia, per farvi capire quanto la Chiesa lavora coi giovani, perché sono loro il futuro!

La guerra fa ancora paura?

Se tu vieni a Damasco troverai una città sicura, tranquilla. Però la decisione di far finire davvero la guerra non è ancora stata presa.

Quali sono le prospettive future per la convivenza tra cristiani e musulmani?

Noi non abbiamo mai avuto difficoltà, a vivere con i musulmani, e viceversa loro con noi. In tutte e 14 le province siriane vivono insieme cristiani e musulmani, nello stesso palazzo, nello stesso ufficio, nella stessa scuola… La convivenza per noi è sempre stata la normalità della vita, senza alcuna contrapposizione. Si è parlato di guerra civile, tra cristiani e musulmani, questo non è vero!

Vi do un altro esempio. Ad Aleppo la maggioranza degli abitanti è sunnita, 80%. Quando la città è stata investita dalla guerra, i sunniti si sono rifugiati nella zona di Latachia, un’altra provincia, affacciata sul Mediterraneo, dove la maggioranza della popolazione invece è alawita, al 70%. Ebbene, come è possibile parlare di guerra di religione se i sunniti si sono rifugiati proprio dagli alawiti?

Quale appello vorrebbe rivolgere in conclusione a chi ci legge?

Venite a visitare Damasco, Aleppo, Latachia, a conoscere la Siria e a darci coraggio. Da vicario del vescovo vi assicuro che è possibile viaggiare in Siria in tutta tranquillità. Troverete famiglie musulmane, cristiane, sunnite, alawita, drusa, che vivono accanto all’altra. Oggi in tutte le province siriane, tranne Idlib, zona ancora sotto il controllo dei terroristi, la gente vive insieme tranquillamente, che siano cristiani o musulmani, e quel che chiedono per la loro vita è pace, stabilità, lavoro.

About Deborah Castellano Lubov

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