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Don Marco Pozza

Don Marco Pozza

Un prete alla conquista di giovani e detenuti

Recentemente insignito del “Premio Speciale Biagio Agnes 2016”, don Marco Pozza racconta: “Ho fatto della strada il mio salotto”

Afferma di aver scelto di fare della strada il suo salotto. Però non chiamatelo “prete di strada”. Piuttosto, preferisce essere identificato come un sacerdote coerente con il proprio ministero. Del resto – spiega – “il Vangelo è nato sulla strada”.

Come quella di Emmaus, che conduce a Gerusalemme, e da cui trae ispirazione il nome del suo sito: Sulla Strada di Emmaus, appunto. È in questo spazio telematico che il 36enne don Marco Pozza usa le parole, e lo fa in modo accattivante, per alimentare negli altri quel fuoco di passione per il sacerdozio che trasuda dalla sua parlantina veloce ed efficace, scandita da uno spiccato accento veneto.

Parole, le sue, che hanno fanno breccia nei giovani della movida, che don Marco va ad incontrare tra i tavoli dei bar, persuadendoli sulla bellezza di un Dio che ama e sul privilegio che si ha a poter essere parte della Sua Chiesa. E che fanno breccia anche nei cuori, spesso feriti, dei detenuti, a cui don Marco si dedica quotidianamente essendo cappellano del carcere “Due Palazzi” di Padova.

Due settimane fa don Marco ha ricevuto il “Premio Speciale Biagio Agnes 2016”, nel contesto dell’omonimo concorso internazionale di giornalismo. Segno del fatto che l’eco delle sue parole condensate di gesti concreti, più che una breccia ha creato una voragine. Di curiosità, ma anche di desiderio d’infinito.

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Don Marco, Lei stesso ha chiesto e ottenuto dal Suo vescovo di fare il cappellano in carcere…

Non nasco come “prete di galera”, anche se la mia faccia potrebbe dare spessore a tale supposizione. Ho scelto di diventarlo a seguito di una disonestà intellettuale. Per anni avevo disprezzato il popolo che abita le patrie galere: “Dobbiamo chiuderli là dentro e gettare la chiave nel mare” mi ripetevo quando sentivo parlare di loro. Un giorno mi è capitato di sostituire un amico per celebrare la Messa in un carcere romano. Quando sono entrato a Regina Coeli, ciò che mi si è annunciato innanzi era parecchio diverso da ciò di cui ero fermamente convinto. Ho dovuto fare i conti con una disonestà intellettuale: avevo fondato la mia conoscenza di loro in base alla letteratura che circola sul loro conto, ma la loro “vera presenza” io non l’avevo mai incontrata. Quel giorno, uscito dal carcere, ho intuito che essere uomo non significa per forza intestardirsi sulle proprie idee, ma trovare anche il coraggio di dire: “Ho ragionato senza conoscere, chiedo scusa”. Da quell’incontro il mio sacerdozio ne è uscito illuminato: per diventare un prete vero, avrei dovuto fare i conti con la povertà nuda e complicata dei falliti, dei banditi. A loro della perfezione non importa granché: perduto tutto, rimane solo la ricerca della verità ultima di se stessi. Oggi, nella galera di Padova, sono il loro parroco. Mi scopro un uomo che ha abbandonato il sogno della perfezione per inseguire quello della verità. A conti fatti, ne vale la pena.

Cito una frase di uno scrittore che Le è caro, Antoine de Saint-Exupery, al quale ha dedicato la Sua tesi di Dottorato in Teologia: “Ciò che rende bello il deserto è che da qualche parte vi è nascosto un pozzo”. Al di là dei giochi di parole con il Suo cognome, nella Sua esperienza di cappellano carcerario, in quali pieghe della vita dei detenuti trova i pozzi a cui attingere speranza?

Nel deserto del carcere, c’è un pozzo dentro il quale giace un’acqua freschissima, quasi di sorgiva: sono le storie dei detenuti. Certo: sono storie slabbrate, rigate di sangue e di menzogna, striate da armi e diavolerie. Seppur rotte, però, sono freschissime. La mia sfacciata fortuna è quella, ogni mattina, di calarmi dentro questo pozzo per andare ad abbeverarmi a quest’iradiddio di storie. Le incontro, le guardo, mi siedo accanto: inabissandomi, scopro che a guardare l’uomo ti vengono le vertigini, tant’è profondo il suo mistero. Avverto spesso l’eco di Calvino da quelle parti: nell’inferno c’è anche qualcosa che non è inferno. Cerco quest’ultimo, pagando il prezzo di nuotare dentro l’inferno cieco, muto e sordo. Il demonio è indaffaratissimo qui dentro: vuol far diventare inferno pure te. Anche Dio, però, non sta con le mani in mano: non nascondendoti la miseria della storia, t’assicura che dentro lì, da qualche parte, ha nascosto una percentuale di bellezza. Di un Dio così, personalmente, mi fido assai. D’altronde nessuna perla si scioglie nel fango.

Dalle sbarre del carcere “Due Palazzi” al selciato del centro di Padova, cuore della movida. C’è un immaginario collettivo che vuole i giovani superficiali e immorali. Lei che per vocazione penetra nel loro mondo, ha notato forse che dietro quella patina alberga necessità di valori e solidi punti di riferimento?

Oggi va di moda parlare dei giovani. Peccato che chi ne parla, anche dentro le navate e gli uffici delle nostre chiese, somigli moltissimo a quei geologi che intervengono subito dopo un’alluvione, o a quei sismologi che commentano con la faccia contrita un terremoto. Io il geologo e il sismologo li voglio sentire prima che le cose accadano, non dopo. Quando mi dicono che i giovani sono senza valori, provo un’infinita tristezza perché capisco che coi giovani non ha mai avuto il coraggio di abitarci. A me la loro strafottenza affascina, il loro apparente menefreghismo m’incuriosisce, la loro assetata sazietà mi fa bollire il sangue. Il fatto, poi, che non si mostrino a tutti per quel che sono veramente, è tipico dell’essere belli: la bellezza non si concede a dei viandanti di passaggio, chiede l’arte d’essere sedotto, del lasciarsi sedurre, dell’attesa che pare interminabile. Un giorno, terminata un’assemblea studentesca di un migliaio di ragazzi in un istituto professionale, mi si avvicina il preside: “Certo che lei ha un carisma invidiabile: i ragazzi somigliavano a delle calamite”. Quel preside ha capito poco o nulla di quell’assemblea: non ho dato nessuna risposta ai ragazzi. Semplicemente mi sono seduto accanto a loro e, con parole sofferte, mi son fatto compagno di viaggio sui loro sentieri. Per forza che mi hanno ascoltato: parlavo di loro, parlando di me.

Ha partecipato a una trasmissione di Mtv, è stato seguito dalle telecamere mentre avvicinava i giovani tra i tavoli dei bar. Non crede che l’esposizione mediatica in una tv che predilige il sensazionalismo, rischi di banalizzare il ministero sacerdotale creando una curiosità soltanto effimera?

Una degli incontri più belli che conservo nel cuore è stato quello con Pif, un giornalista intelligentissimo e delicato che, forte di una sana curiosità, mi ha fatto innamorare di un certo modo di fare informazione. Quella puntata è stata la mia rovina dentro le mura delle chiese, è stata la mia fortuna dentro le piazze dei giovani: ai primi, preferisco di gran lunga i secondi. Di quel modo di fare informazione non temo d’essere usato: l’importante è che io sappia sempre dire di no a quelle due-tre signore che da anni cercano di portarmi nei loro salotti televisivi a disquisire sull’essenza materiale del nulla. Riconosco che la materia non è semplice da trattare: il nulla è proprio il nulla. Il giorno in cui mi siederò in uno di quei divani, quel giorno starò celebrando in diretta il funerale del mio essere uomo, ancor prima che prete. Anzi: al funerale della mia intelligenza. Saper dire di no ad alcuni per essere liberi di accettare l’invito da altri, è stato il lungo cammino che ho percorso in questi anni del mio sacerdozio: degli errori ne ho fatto tesoro, degli aiuti ricevuti altrettanto. Oggi dico grazie a Paolo Ruffini, il direttore di TV2000, e a Lucia Ascione (del programma Bel tempo si spera) per avermi accettato così come sono, senza voler truccare la mia umanità. Era l’unico modo perché mi sentissi libero di dire cose vere, con passione e spirito critico.

Lei aderisce perfettamente a quell’appello di Papa Francesco ad “andare nelle periferie”. Il Santo Padre invita ad andarci “con un bagaglio leggero”. Quanto è importante che al suo interno trovi posto, oltre alla comprensione e alla misericordia, anche l’integrità della verità della fede cattolica?

Provo un fastidio immenso quando qualcuno, nell’intento magari di farmi un complimento, mi dice: “Tu sei uno di quelli di Papa Francesco”. Non è vero, è ingiusto, non lo accetterò mai: è un’affermazione parziale. Prima di tutto la mia Chiesa non è la Chiesa di Papa Francesco, è la Chiesa di Gesù Cristo: io amo il Papa, punto. Ne ho conosciuti tre: nato sotto l’euforia di Giovanni Paolo II, sono rimasto stregato dal sapore del cristianesimo sudando sui testi sublimi di Benedetto XVI. Adesso ritrovo una mia dimensione con Papa Francesco. Che, però, non potrei affatto capire se lo tenessi slegato dai suoi predecessori. La dottrina cattolica è quel bagaglio leggero ch’è necessario portarsi appresso per partire e andare in direzione della periferia. Inoltrarsi senza, potrebbe mostrarsi alla lunga assai pericoloso: la periferia ha delle fauci che sbranano, talvolta t’invita ad inventarti un tuo cristianesimo pur di starci in sua compagnia. Pur di piacere al mondo: ma questo non è cristiano. Quando ho scelto di fare della strada il mio salotto, ho fatto di testa mia: siccome il Vangelo è nato sulla strada – quanto mi è familiare quella carreggiata triste che da Gerusalemme conduce ad Emmaus! – ho voluto lasciarlo laddove era nato. Ho visto che funziona alla grande: la mia genialità, se di genialità si tratta, è una cosa davvero buffa. Non sono “prete di strada”: sono un piccolo uomo che, incontrato Cristo fuori dalla Chiesa, prova a fare altrettanto. Dalle piazze alla galera, la differenza è crepuscolare: per me l’attrattiva-Cristo è imbevuta di queste storie apparentemente ignare di Cristo, dei suoi misteri. Risvegliarne il fascino è un’avventura che non ha paragoni. Quando Cristo riesce nell’aggancio, lo spettacolo è assicurato.

Ha ricevuto un riconoscimento speciale nell’ambito del “Premio Agnes” di quest’anno. Nell’epoca di internet e dei social network, come cambia il ruolo che assume la scrittura nel trasmettere agli altri la bellezza di un Dio che ama?

Il “Premio Biagio Agnes” mi ha colto inaspettato: mentirei se dicessi che non mi ha fatto piacere. Mi ha fatto immensamente piacere per un semplice motivo: è stata la prima volta che qualcuno mi ha valutato dalle parole piuttosto che dai gesti. Per me la parola è l’essenza primordiale di tutto: con le parole ci gioco, familiarizzo, spendo ore a cercarne la sfumatura migliore, le scandaglio come fossero barriere coralline, me le appiccico addosso per sentire dove fanno presa. La Parola (con la maiuscola) e la scrittura (con la maiuscola) sono le due colonne del fatto cristiano: hanno un valore così esorbitante che Dio stesso, quando volle giocarsi il tutto per tutto, fece scrivere a Giovanni che “La parola si fece carne”. Il mistero della scrittura è tutto qui: è una sorta di liturgia, un cerimoniale, un modo per dire al mondo “penso, dunque esisto”. Oggi, forse, il ruolo della parola sembra svilito: troppe parole hanno anestetizzato la parola, quella che accende il cuore. Personalmente rimango stregato da quelle persone che scelgono con estrema cura le parole da non dire: penso siano coloro che quando prenderanno il microfono in mano, faranno battere il cuore di chi li ascolta.

In un Suo libro, intitolato “L’imbarazzo di Dio”, scrive di “un anticipo d’Eterno su trame d’imbarazzo”. Cosa dovremmo fare per cogliere questo “anticipo d’Eterno” sulle nostre quotidiane “trame d’imbarazzo”?

L’eterno dentro l’effimero. Quaggiù Dio ha già nascosto un anticipo di eternità: scoprirlo è scoprirsi, dargli voce è imparare a parlare, prenderlo in braccio è sentirsi accarezzati. Se le parole non dessero adito a dei fraintendimenti, potremmo dire che il cristianesimo è la forma più nobile di “caccia al tesoro”. C’è un tesoro nascosto nella storia: mettersi alla ricerca è aver già iniziato a trovarlo. Non ho ricette magiche in tasca, tuttavia penso che sia una questione di occhi: se mi accontento di vedere, allora la storia mi sembrerà una stramaledetta cosa dopo l’altra. Se accetto di guardare, allora scopro il mondo anche dentro un granello di sabbia. Di senape, per restare in tema. Oggi il mondo ha un bisogno estremo di poesia, necessità di un’invasione di poeti. Il poeta non risolve i problemi: il suo compito è quello di portarli sotto gli occhi di tutti, di organizzare quest’incontro per poi costringere a prendere posizione. Scrisse un giorno Elie Wiesel: “Prendi posizione. La neutralità favorisce sempre l’oppressore, non la vittima. Il silenzio incoraggia sempre il torturatore, non il torturato”. Portare alla luce: il bene c’è dovunque, è annidato persino nel bugigattolo polveroso di una cella dove sta recluso un criminale d’efferata grandezza. Non dobbiamo aver paura delle spine che ci sono in giardino: qualcuna di loro la natura l’ha messa a custodia delle rose. Il giorno nel quale non sapremo più riconoscere ciò che non è inferno dentro l’inferno, quel giorno scopriremo d’aver fatto il gioco di Lucifero. D’essere diventati inferno pure noi.

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