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Riace e la stranezza della normalità

Intervista al sindaco Domenico Lucano, secondo la rivista americana ‘Fortune’ l’unico italiano fra i 50 uomini più influenti al mondo

“Il sindaco riceve tutti i giorni”. È questo l’avviso attaccato fuori la porta dell’ufficio di Domenico Lucano, sindaco di Riace al terzo mandato consecutivo. La sua stanza è piccola: una scrivania, qualche mobile, diverse sedie per ricevere i cittadini, porta aperta e senza chiavi. Forse nessuno, nemmeno lui stesso poteva immaginare di rientrare al quarantesimo posto, da unico italiano tra l’altro, fra i 50 personaggi più influenti al mondo secondo la rivista americana Fortune lo scorso marzo.

Non ha diretto il Fondo Monetario Internazionale come Christine Lagarde, non è una rockstar come Bono, non è sicuramente Papa, non domina la politica europea come la Merkel ma semplicemente Domenico Lucano è il sindaco di un piccolo paese in provincia di Reggio Calabria famoso nel mondo per i Bronzi e adesso ancora di più per la gente che lo popola.

Il suo passo da insegnante di laboratorio di chimica a quello di sindaco non è stato breve ma frutto di un grande percorso iniziato presto “… da quando avevo 16 anni ho avuto simpatie per una idea della politica che mi portava a considerare quello che accadeva nel mondo come vicino a noi, che non si limitava al raggio locale. Siamo rimasti per anni prigionieri di un sogno, di un mondo migliore possibile, di rivendicazione e rispetto dei diritti umani. Ho avuto una maturazione del pensiero e un coinvolgimento dell’animo riguardo la vita, il bene comune, su cosa significhi indignarsi quando non vengono rispettati i diritti umani, quando viene calpestata la dignità delle persone, su cosa sia l’uguaglianza nel mondo. Tutto ciò me lo sono portato dietro anche da sindaco con l’energia che va spesa per provocare miglioramenti delle coscienze. Il lavoro che abbiamo fatto ha rappresentato una alternativa, una possibilità per Riace. E’ un luogo aperto che conosce i problemi del mondo attraverso occhi e parole dei testimoni diretti che hanno subìto torture, decisioni di guerra e ingiustizie”.

Tutto è iniziato nell’estate del 1998 quando dal mare arriva un veliero con circa 300 curdi, da subito si attivano gli aiuti e a Riace si inizia a pensare che quelle case ormai abbandonate dai riacesi emigrati potessero diventare luoghi di accoglienza. Non si tratta di tendopoli, né di centri di accoglienza ma di vere e proprie abitazioni che senza troppi giri burocratici vengono ristrutturate e date in uso agli immigrati. “Per i primi tre anni abbiamo aperto le case senza soldi, senza niente, pensando all’arrivo di quelle persone come una opportunità e non un problema. Finalmente poi nel 2001 è nato il Programma Nazionale Asilo a cui ho contribuito…Come è noto Riace appartiene al profondo Sud, c’è stato un forte processo di spopolamento e questo teorema di capire che l’arrivo può riempire spazi vuoti è stato compreso. Si è creato subito un rapporto di uguaglianza, di rispetto tra gli abitanti e gli immigrati che arrivavano, hanno condiviso speranze e mano a mano Riace è diventata paese dell’accoglienza. La scuola stava per chiudere ed è stata salvata, si sono riaperte le botteghe di artigianato, si è riattivata la micro economia e la gente ha smesso di ripetere ‘ormai…ormai’. Quel veliero ha riacceso la speranza”.

Il senso di famiglia, di calore che si avverte a Riace ha origini antiche e ha il suo massimo splendore nella tradizionale festa di San Cosma e Damiano il 26 settembre di ogni anno. Giungono qui migliaia di pellegrini provenienti dalle Serre Calabre e i rom, con le porte aperte di ogni casa pronte ad ospitare. Tutto ciò ha lasciato grandi segni e insegnamenti nella vita di Lucano: “Mia madre ospitava i pellegrini a casa e il rapporto coi rom è stato sempre legato a uno scambio. Questo atteggiamento tipico della cultura locale ci ha insegnato che anche negli straccioni si può nascondere qualcosa di grande, che si può nascondere Dio nei viaggiatori. Tutto ciò forma un profilo individuale tale da poter parlare di antropologia dalle forti caratterizzazioni umane”.

Due sono le parole che vengono utilizzate dal sindaco che suonano quasi come un ossimoro “Utopia della normalità! Non ci vuole niente, l’accoglienza è riconducibile alla relazione umana, creata nella normalità, nel rispetto e nella conoscenza della persona. Senza nessun pregiudizio, ci vuole solo la normalità e proprio questa a Riace è stata considerata un fatto straordinario”.

Un ruolo importante ha avuto l’operato di mons. Giancarlo Bregantini nella formazione e nell’operato di Domenico Lucano “ricordo alcune parole bellissime di mons. Bregantini, quasi profetiche. Entrava nell’anima quando parlava, ne ero molto impressionato. Per me che sono laico, con due parole riusciva a costruire una esatta fotografia, “finitela di dire Ormai! Dobbiamo insistere per una idea di cittadinanza attiva per questa terra martoriata. Dovete ripartire dalla Vostra identità”. Lui si riferiva all’identità di questa Calabria che nonostante i problemi, la povertà, riesce a far credere in un sogno”.

Qui gli immigrati hanno un piccolo impiego, lavorano nelle botteghe dell’artigianato, imparano gli antichi mestieri dagli abitanti locali: ecco il laboratorio tessile, della ceramica, del legno, del vetro. La raccolta differenziata si fa con carro e asino per evitare gli sprechi e per riuscire a percorrere i vicoli. Si realizza un percorso faunistico che va dall’apicultura all’allevamento di specie animali locali. Si crea la moneta locale: l’immigrato si reca presso un’attività commerciale, acquista tramite l’Euro di Riace e poi il comune (quando arriveranno i soldi dal ministero, in un periodo che va fino a 6 mesi) provvedere a risanare il credito dall’esercente.

L’Italia quindi dove sta sbagliando? “I rifugiati vanno visti come una risorsa. Tutto però è frutto di un lento processo, non ci si può aspettare di arrivare e trovare subito lavoro e tutto pronto. Qui prima è arrivato il veliero, poi l’adesione al Progetto Nazionale Asilo, l’apertura delle case. E’ una comunità locale che diventa accogliente e globale”.

Percorrendo la via principale di Riace, si arriva all’ingresso del “Villaggio Globale” dove si fondono le storie dei riacesi con quelle di persone provenienti dall’Africa, dall’Asia. Le vie diventano colorate da murales che ritraggono il mare, il sole, i tramonti e le tante mani di chi vuole lottare contro la ‘ndrangheta. Ci si imbatte nel vetro bucato dai proiettili sulla porta dell’Associazione “Città Futura” e lasciato lì, come simbolo che la legalità ha più forza della illegalità e che dove questa ultima scalfisce, l’altra vince. Si incontrano mille sguardi, mille storie, come chi attraversa due volte il mediterraneo per arrivare in Sicilia, al freddo, con la febbre e un bambino nascosto sotto la gonna per la paura di vederlo gettato in mare dagli scafisti.

Oppure si ascolta la storia di chi ha due fratelli uccisi in guerra a Kabul e ringrazia il proprio Dio per essere riuscita ad arrivare qui perché anche se poveri, è meglio vivere ed essere sicuri di vedere i figli tornare a casa la sera. C’è chi impara a lavorare il vetro, chi scopre di essere un bravo falegname, chi riesce a dare espressione al proprio talento artistico. Domenico Lucano ritiene che la sua più grande soddisfazione sia “aver incontrato queste persone, che mi hanno cambiato la vita. Quando ero rimasto deluso di non poter costruire un nuovo mondo di normalità è arrivato questo veliero. Ho costruito nuove relazioni, nuovi ponti…ci sono storie diverse, è come se io avessi percorso il loro viaggio. Il viaggio è anche una metafora: non significa osservare solo il paesaggio, non può prescindere dagli esseri umani, non c’è panorama più bello di quello di un essere umano”.

A Riace c’è il colore delle botteghe e delle mani, il sole delle persone che ci lavorano, l’umanità di Domenico e dei riacesi, l’odore di sale che viene dal mare e soprattutto si va via con il dono di riflettere e imparare.

 

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