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Rev.do P. Raniero Cantalamessa, O.F.M. Cap. - seconda Predica di Quaresima - Foto © Servizio Fotografico - Vatican Media

Raniero Cantalamessa, O.F.M. Cap.: Terza Predica di Quaresima

Tema delle meditazioni: “In te ipsum redi” – Rientra in te stesso (Sant’Agostino)

Alle ore 9 di questa mattina, nella Cappella Redemptoris Mater, alla presenza del Santo Padre Francesco, il Predicatore della Casa Pontificia, Rev.do P. Raniero Cantalamessa, O.F.M. Cap., ha tenuto la terza Predica di Quaresima. Tema delle meditazioni quaresimali è il seguente: “In te ipsum redi” Rientra in te stesso (Sant’Agostino). Le successive prediche di Quaresima avranno luogo venerdì 5 e 12 aprile.

***

L’IDOLATRIA, ANTITESI DEL  DIO VIVENTE

Ogni mattina, al risveglio, noi facciamo un’esperienza singolare, alla quale non facciamo quasi mai caso. Durante la notte, le cose intorno a noi esistevano, erano come le avevamo lasciate la sera prima: il letto, la finestra, la stanza. Forse fuori già splende il sole, ma non lo vediamo perché abbiamo gli occhi chiusi e le tendine abbassate. Solo adesso, al risveglio, le cose cominciano o tornano ad esistere per me, perché ne prendo coscienza, mi accorgo di esse. Prima era come se esse non esistessero, come se io stesso non esistessi.

Avviene la stessa cosa con Dio. Lui c’è sempre; “in lui ci muoviamo, respiriamo e siamo”, diceva Paolo agli ateniesi (Atti 17, 28); ma di solito ciò avviene come nel sonno, senza che ce ne rendiamo conto. Occorre anche per lo spirito un risveglio, un soprassalto di coscienza. Ecco perché la Scrittura ci esorta così spesso a svegliarci dal sonno: “Svegliati tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminerà” (Ef 5, 14), “E’ ormai tempo di svegliarvi dal sonno!” (Rom 13, 11).

L’idolatria antica e nuova

Il Dio “vivente” della Bibbia è così definito per distinguerlo dagli idoli che sono cose morte. È la battaglia che accomuna tutti i libri dell’Antico e del Nuovo Testamento.  Basta aprire quasi a caso una pagina dei profeti o dei salmi per trovarvi i segni di questa epica lotta in difesa del  Dio  unico d’Israele. L’idolatria è l’esatta antitesi del  Dio vivente. Degli idoli, un salmo dice:

Gli idoli delle genti sono argento e oro,
opera delle mani dell’uomo.
Hanno bocca e non parlano,
hanno occhi e non vedono,
hanno orecchi e non odono,
hanno narici e non odorano.
Hanno mani e non palpano,
hanno piedi e non camminano;

dalla gola non emettono suoni. (Sal 114, 3-7).

Dal contrasto con gli idoli, il Dio vivente appare come un Dio che “opera ciò che vuole”, che parla, che vede, che ode, un Dio “che respira”! Il respiro di Dio ha anche un nome nella Scrittura: si chiama la Ruah Jahwe, lo Spirito di Dio.

La battaglia contro l’idolatria non è purtroppo terminata con la fine del paganesimo storico; è sempre in atto. Gli idoli hanno cambiato nome, ma sono più che mai presenti. Anche dentro ognuno di noi, vedremo, ne esiste uno che è il più temibile di tutti. Vale la pena perciò soffermarci per una volta su questo problema, come problema attuale, e non solo del passato.

Chi ha fatto dell’idolatria l’analisi più lucida e più profonda è l’apostolo Paolo. Da lui ci lasciamo guidare alla scoperta del “vitello d’oro” che si annida dentro ognuno di noi. All’inizio della lettera ai Romani leggiamo queste parole:

“In realtà l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia, poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa” (Rm 1,18-21).

Nella mente di quelli che hanno studiato teologia, queste parole sono legate quasi esclusivamente  alla tesi della conoscibilità naturale dell’esistenza di  Dio a partire dalle creature. Perciò, una volta risolto questo problema, o dopo che esso ha cessato di essere attuale come in passato, avviene che molto raramente queste parole vengano ricordate e valorizzate. Ma quello della conoscibilità naturale di Dio è, nel contesto, un problema del tutto marginale. Le parole dell’Apostolo hanno ben altro da dirci; esse contengono uno di quei “tuoni di Dio” capaci di schiantare anche i cedri del Libano.

L’Apostolo è intento a dimostrare  qual è la situazione dell’umanità prima di Cristo e fuori di lui; in altre parole, da dove parte il processo della redenzione. Esso non parte da zero, dalla natura, ma da sottozero, dal peccato. Tutti hanno peccato, nessuno escluso. L’Apostolo divide il mondo in due categorie: Greci e Giudei, cioè pagani e credenti, e comincia la sua requisitoria proprio dal peccato dei pagani. Individua il peccato fondamentale del mondo pagano nell’empietà e nella ingiustizia. Dice che esso è un attentato alla verità; non a questa o quella verità, ma alla verità originaria di tutte le cose.

Il peccato fondamentale, l’oggetto primario dell’ira divina, è individuato nell’asebeia, cioè nell’empietà. In che consiste, esattamente, tale empietà, l’Apostolo lo spiega subito, dicendo che essa consiste nel rifiuto di “glorificare” e di “ringraziare” Dio. In altre parole, nel rifiuto di riconoscere Dio come Dio, nel non tributare a lui la considerazione che gli è dovuta. Consiste, potremmo dire, nell’“ignorare” Dio, dove, però, ignorare non significa tanto “non sapere che esiste”, quanto “fare come se non esistesse”.

Nell’Antico Testamento sentiamo Mosè che grida al popolo: “Riconoscete che Dio è Dio!” (cf Dt 7, 9) e un salmista riprende tale grido, dicendo: “Riconoscete che il Signore è Dio: egli ci ha fatti e noi siamo suoi!” (Sal 100, 3). Ridotto al suo nucleo germinativo, il peccato è negare questo “riconoscimento”; è il tentativo, da parte della creatura, di annullare l’infinita differenza qualitativa che c’è tra la creatura e il Creatore, rifiutando di dipendere da lui. Tale rifiuto ha preso corpo, concretamente, nell’idolatria, per la quale si adora la creatura al posto del Creatore (cf Rm 1, 25). I pagani, prosegue l’Apostolo,

“hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili” (Rm 1,22-23).

L’Apostolo non vuole dire che tutti i pagani, indistintamente, siano vissuti soggettivamente in questo tipo di peccato (più avanti parlerà di pagani che si rendono accetti a  Dio seguendo la legge di Dio scritta nei loro cuori, cf Rm 2,14 s); vuole solo dire qual è la situazione oggettiva dell’uomo davanti a  Dio dopo il peccato. L’uomo, creato “retto” (nel senso fisico di eretto e in quello morale di giusto), con il peccato è diventato “curvo”, cioè ripiegato su se stesso,  e “perverso”, cioè orientato verso se stesso, anziché verso  Dio.

Nell’idolatria, l’uomo non “accetta” Dio, ma si fa un dio. Le parti vengono invertite: l’uomo diventa il vasaio e Dio il vaso che egli modella a suo piacimento (cf Rm 9, 20 ss). C’è in tutto ciò un rimando, almeno implicito, al racconto della creazione (cf. Gen 1,26-27).  Lì si dice che Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza; qui si dice che l’uomo ha scambiato per Dio l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile. In altre parole, Dio fece l’uomo a sua immagine, ora l’uomo fa Dio a sua immagine. Poiché l’uomo è violento, ecco che farà della violenza un dio, Marte; poiché è lussurioso, farà della lussuria una dea, Venere, e così via. Fa di  Dio la proiezione di se stesso.

“Tu sei quell’uomo!”

Sarebbe facile dimostrare che questa è anche la situazione in cui, per certi versi, ci siamo venuti a trovare, in occidente, dal punto di vista religioso e da cui ha preso avvio l’ateismo moderno con la celebre massima di Feuerbach: “Non è  Dio che ha creato l’uomo a sua immagine, ma è l’uomo che crea  Dio a sua immagine”. In un certo senso bisogna ammettere che questa affermazione è vera! Sì, dio è davvero un prodotto della mente umana. Il problema però è sapere di quale dio si tratta. Non certo del Dio vivente della Bibbia, ma solo di un suo surrogato.

Immaginiamo che oggi uno squilibrato prenda a martellate la statua del David di Michelangelo che si trova all’aperto, davanti al Palazzo della Signoria a Firenze, e poi si metta a gridare con aria di trionfo: “Ho distrutto il David di Michelangelo! Il David non c’è più! Il David non c’è più!”. Non sa,  povero illuso, che quello era soltanto un calco, una copia per  turisti frettolosi, perché il vero David di Michelangelo, in seguito a un attentato del genere avvenuto in passato, era stato ritirato dalla circolazione e messo al sicuro nella Galleria dell’Accademia. È quello che è successo a Nietzsche quando, per bocca di un suo personaggio, ha proclamato: “Abbiamo ucciso Dio!”[1]. Non si rendeva conto che non aveva ucciso il vero  Dio, ma una copia “in gesso” di lui.

Basta una semplice osservazione per convincersi che l’ateismo moderno non ha avuto a che fare con il Dio della fede cristiana, ma con una idea deformata di esso. Se si fosse tenuto viva in teologia l’idea del Dio Uno e Trino (anziché parlare di un vago “Essere supremo”) non sarebbe stato tanto facile per Feuerbach far trionfare la sua tesi che Dio è una proiezione che l’uomo fa di se stesso e della propria essenza. Che bisogno avrebbe l’uomo di scindersi in tre: in Padre, Figlio e Spirito Santo? È il vago deismo che è demolito dall’ateismo moderno, non la fede in Dio uno e trino.

Ma passiamo ad altro. Noi non siamo qui per confutare l’ateismo moderno o per un corso di teologia  pastorale; siamo qui per fare un cammino di conversione personale. Che parte abbiamo noi – intendo adesso “noi” nel senso di noi che siamo qui, di noi credenti -, nella tremenda requisitoria della Bibbia contro l’idolatria? Stando a quanto detto fin qui, sembrerebbe, infatti, che noi abbiamo, più che altro, un ruolo di accusatori. Ma ascoltiamo bene ciò che segue nella Lettera di Paolo ai Romani. Dopo aver strappato la maschera dal volto del mondo, in essa l’Apostolo strappa la maschera anche dal nostro volto e vediamo come.

“Sei dunque inescusabile chiunque tu sia, o uomo che giudichi, perché mentre giudichi gli altri condanni te stesso; infatti tu che giudichi fai le medesime cose. Eppure noi sappiamo che il giudizio di Dio è secondo verità contro quelli che commettono tali cose. Pensi, forse, o uomo che giudichi quelli che commettono tali azioni e intanto le fai tu stesso, di sfuggire al giudizio di Dio?” (Rm 2,1-3).

La Bibbia narra questa storia. Il re David aveva commesso un adulterio; per coprirlo aveva fatto morire in guerra il marito della donna, sicché, a quel punto, il prendersela per moglie poteva apparire addirittura un atto di generosità, da parte del re, nei confronti del soldato morto combattendo per lui. Una vera catena di peccati. Venne allora da lui il profeta Natan, mandato da Dio, e gli narrò una parabola (ma il re non sapeva che era una parabola). C’era – disse –, in città, un uomo ricchissimo che aveva greggi di pecore e c’era anche un poveretto che aveva una sola pecorella a lui molto cara, dalla quale traeva il suo sostentamento e che dormiva con lui. Arrivò al ricco un ospite ed egli, risparmiando le sue pecore, prese per sé la pecorella del povero e la fece uccidere per imbandire la mensa all’ospite. All’udire questa storia, l’ira di David si scatenò contro quell’uomo e disse: “Chi ha fatto questo merita la morte!”. Allora Natan, abbandonando di colpo la parabola e puntando il dito contro di lui, disse a David: “Tu sei quell’uomo!” (cf 2 Sam 12, 1 ss).

È ciò che fa con noi l’apostolo Paolo. Dopo averci trascinato dietro di sé in un giusto sdegno e orrore per l’empietà del mondo, passando dal capitolo primo al capitolo secondo della sua Lettera, come se si volgesse di colpo verso di noi, egli ci ripete: “Tu sei quell’uomo!”. La ricomparsa, a questo punto, del termine “inescusabile” (anapologetos), usato sopra per i pagani, non lascia dubbi sulle intenzioni di Paolo. Mentre giudicavi gli altri – egli viene a dire –, tu condannavi te stesso. L’orrore che hai concepito per l’idolatria è ora di rivolgerlo contro di te.

Il “giudicante”, nel corso del capitolo secondo, si rivela essere il giudeo che qui, però, è preso, più che altro, come tipo. “Giudeo” è il non-greco, il non-pagano (cf Rm 2, 9-10); è l’uomo pio e credente che, forte dei suoi principi e in possesso di una morale rivelata, giudica il resto del mondo e, giudicando, si sente al sicuro. “Giudeo” è, in questo senso, ognuno di noi. Origene diceva addirittura che, nella Chiesa, a essere presi di mira da queste parole dell’Apostolo sono i vescovi, i presbiteri e i diaconi, cioè le guide, i maestri[2].

Paolo ha sperimentato egli stesso questo shock, quando, da fariseo, divenne cristiano, e perciò può ora parlare con tanta sicurezza e additare ai credenti la strada per uscire dal fariseismo. Egli smaschera la strana e frequente illusione delle persone pie e religiose di ritenersi al riparo dalla collera di Dio, solo perché hanno una chiara idea del bene e del male, conoscono la legge e, all’occasione, la sanno applicare agli altri, mentre, quanto a se stessi, essi pensano che il privilegio di stare dalla parte di Dio o, comunque, la “bontà” e la “pazienza” di Dio, che conoscono bene, faranno un’eccezione per loro.

Immaginiamo questa scena. Un padre sta rimproverando uno dei suoi figli per qualche trasgressione; un altro figlio, che ha commesso la stessa colpa, credendo di accattivarsi la simpatia del padre e sfuggire al rimprovero, si mette a sgridare anche lui, ad alta voce, il fratello, mentre il padre si aspettava tutt’altra cosa e cioè che, sentendolo rimproverare il fratello e vedendo la sua bontà e pazienza verso di lui, egli corresse a gettarglisi ai piedi, confessando di essere reo anche lui della stessa colpa e promettendogli di emendarsi.

“O ti prendi gioco della ricchezza della sua bontà, della sua tolleranza e della sua pazienza, senza riconoscere che la bontà di Dio ti spinge alla conversione? Tu, però, con la tua durezza e il tuo cuore impenitente, accumuli collera su di te per il giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio” (Rm 2, 4-5).

Che terremoto il giorno che ti accorgi che la parola di Dio sta parlando in questo modo proprio a te e che quel “tu” sei proprio tu! Avviene come quando un giurista è tutto intento ad analizzare una famosa sentenza di condanna emessa in passato e che fa testo, quando, improvvisamente, osservando meglio, si accorge che quella sentenza si applica anche a lui ed è tuttora in pieno vigore: cambia di colpo lo stato d’animo e il cuore cessa di essere sicuro di sé. Qui la parola di Dio è impegnata in un vero e proprio tour de force; essa deve capovolgere la situazione di colui che la sta trattando. Qui non c’è scampo: bisogna “crollare” e dire come David: “Ho peccato!” (2 Sam 12, 13), oppure avviene un ulteriore indurimento del cuore e si rafforza la impenitenza. Dall’ascolto di questa parola di Paolo si esce o convertiti o induriti.

Ma qual è l’accusa specifica che l’Apostolo muove contro i “pii”? Quella – dice – di fare “le medesime cose” che giudicano negli altri. In che senso “le medesime cose”? Nel senso di materialmente le stesse? Anche questo (cf Rm 2, 21-24); ma soprattutto le medesime cose, quanto alla sostanza, che è l’empietà e l’idolatria. L’Apostolo lo mette meglio in luce nel corso del resto della sua Lettera, quando denuncia la pretesa di salvarsi con le proprie opere e così fare di se stessi i creditori e di  Dio il debitore. Se tu, viene a dire, osservi la legge e fai ogni sorta di opere buone, ma  per affermare la tua giustizia, tu metti te stesso al posto di  Dio. Paolo non fa che ripetere con altre parole quello che Gesú, nel Vangelo, aveva cercato di dire con la parabola del fariseo e del pubblicano al tempio e in infiniti altri modi.

Applichiamo il tutto a noi cristiani, visto che, come dicevamo, il bersaglio di Paolo non sono tanto gli ebrei come popolo, quanto l’uomo religioso in genere e nel caso specifico i cosiddetti “giudeo-cristiani”. C’è un’idolatria nascosta che insidia l’uomo religioso. Se idolatria è “adorare l’opera delle proprie mani” (cf Is 2, 8; Os 14, 4), se idolatria è “mettere la creatura al posto del Creatore”, io sono idolatra quando metto la creatura – la mia creatura, l’opera delle mie mani – al posto del Creatore. La mia creatura può essere la casa o la chiesa che costruisco, la famiglia che creo, il figlio che ho messo al mondo (quante mamme, anche cristiane, senza rendersene conto, fanno del loro figlio, specie se unico, il loro dio!); può essere l’istituto religioso che ho fondato, l’ufficio che ricopro, il lavoro che compio, la scuola che dirigo. Per me che vi parlo, questa stessa predica che sto facendo a voi!

Al fondo di ogni idolatria c’è l’autolatria, il culto di sé, l’amor proprio, il mettere se stesso al centro e al primo posto nell’universo, sacrificando a esso tutto il resto. Basta che impariamo ad ascoltarci mentre parliamo per scoprire come si chiama il nostro idolo, poiché, come dice Gesú, “la bocca parla di ciò che abbandona nel cuore” (Mt 12, 34). Ci accorgeremmo di quante nostre frasi cominciano  con la parola “io”.

Il risultato è sempre l’empietà, il non glorificare Dio, ma sempre e solo se stessi, il far servire anche il bene, anche il servizio che prestiamo a Dio – anche Dio! –, alla propria riuscita e alla propria affermazione personale. Molti alberi di alto fusto hanno il fittone, una radice madre che scende a perpendicolo sotto il fusto e rende la pianta salda e irremovibile. Finché non si mette la scure a quella radice, si possono recidere tutte le radici laterali, ma l’albero non cade. Quel posto è molto stretto, non c’è posto per due: o c’è il mio io, o c’è Cristo.

Forse, rientrando in me stesso, io sono pronto, a questo punto, a riconoscere la verità e cioè che finora, almeno in qualche misura, ho vissuto “per me stesso”, che sono anch’io coinvolto nel mistero dell’empietà. Lo Spirito Santo mi ha “convinto di peccato”. Comincia per me il miracolo sempre nuovo della conversione. Se il peccato, come ci ha spiegato Agostino, è consistito in un ripiegamento su se stessi, la conversione più radicale consiste nel “raddrizzarci” e ri-volgerci a  Dio. Non possiamo farlo nel corso di una predica, o di una quaresima; possiamo però almeno prendere la decisione seria di farlo, ed è già in qualche modo, per Dio, come averlo fatto.

Se mi schiero con tutto me stesso dalla parte di Dio, contro il mio “io”, divento suo alleato; siamo in due a combattere contro lo stesso nemico  e la vittoria è assicurata. Il nostro io, come un pesce tirato fuori dalla sua acqua, può guizzare ancora e dimenarsi per un po’, ma è destinato a morire. Non è però un morire, ma un nascere. “Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 16, 25). Nella misura che muore l’uomo vecchio, nasce in noi “l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità” (Ef 4,24). L’uomo o la donna che tutti segretamente vogliamo essere.

Dio ci aiuti a realizzare sempre di nuovo la vera impresa della vita che è la nostra conversione.

 

 

[1] F. Nietzsche, La gaia scienza, nr. 125.

 

[2] Origene, Commento alla Lettera ai Romani, 2,2 (PG 14. 873).

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