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Infermeria

Infermiera / Pixabay CC0 - jaytaix, Public Domain

Quanto vale la vita di un malato terminale?

Posizioni bioetiche diverse a confronto nel convegno promosso dall’associazione Scienza e Vita

È possibile vivere con dignità fino alla fine dell’esistenza? A questa domanda hanno cercato di dare una risposta i relatori del convegno Con dignità, fino alla fine. Un contributo al dibattito pubblico sul fine-vita, promosso dall’Associazione Scienza e Vita, che si è svolto alla Camera dei Deputati, martedì 15 novembre.

All’evento hanno preso parte: l’onorevole Edoardo Patriarca, componente della Commissione Affari sociali, che si sta occupando del tema, Alberto Gambino, presidente dell’Associazione Scienza e Vita e Prorettore dell’Università Europea di Roma, Carlo Bellieni, neonatologo e vicepresidente di Scienza e Vita; Maria Teresa Russo, professoressa di Filosofia morale all’Università Roma Tre; Massimo Reichlin, professore di Filosofia morale all’Università Vita-Salute San Raffaele; Patrizio Polisca, professore di Antropologia medica all’Università Cattolica; Giuseppe Tonini, professore di Oncologia medica all’Università Campus Biomedico; Adriana Turriziani, palliativista del Policlinico Gemelli; Luciano Eusebi, professore di Diritto penale all’Università Cattolica e consigliere nazionale di Scienza e Vita; e Paolo Marchionni, medico legale e Vicepresidente di Scienza e Vita.

La gestione del fine-vita è un tema di grande attualità in Italia e chiama in causa una serie di questioni che riguardano diverse sensibilità presenti nell’opinione pubblica. Il legislatore italiano è al lavoro su una normativa che possa regolare la fase terminale della vita, tenendo in considerazione le possibili parti coinvolte: i medici, il paziente e i suoi familiari.

Il convegno ha consentito a docenti ed esperti, provenienti da diversi ambiti scientifici e culturali, di contribuire al dibattito pubblico sul fine-vita grazie alla loro esperienza quotidiana, nei rispettivi settori di competenza.
Uno dei concetti più discussi è stato il rispetto del paziente, da parte del medico, di fronte alla sofferenza. A tal proposito, Massimo Reichlin ha dichiarato: “Il rispetto per la persona è il rispetto della dignità che, a sua volta, è il modo particolare in cui la persona abita il mondo e non ha prezzo”.

La dignità della persona ammalata è ancora più importante quando si parla di eutanasia. A tale proposito, Luciano Eusebi ha affermato: “Oggi si può pensare all’eutanasia come rottamazione dei soggetti deboli. Tuttavia, il diritto alla cura del paziente è un diritto individuale e sociale al tempo stesso”
La medicina, fin dalle sue origini, è al servizio dell’ammalato con la finalità di curarne la condizione di salute, guarirne le patologie ed alleviare le sofferenze. Per questo è fondamentale il rapporto medico-paziente, soprattutto nelle situazioni cliniche più difficili sia sul piano tecnico sia su quello umano. Prendersi cura del paziente significa rendere migliori le cure. Quindi è necessario che ci sia un dialogo tra medico e paziente, una relazione in cui il primo, prima di intervenire sul corpo del secondo, lo coinvolga nella scelta terapeutica da intraprendere.

Questa tesi è sostenuta anche da Alberto Gambino, che ha affermato: “Al di là dei casi di trattamento sanitario obbligatorio, è necessaria una relazione, un dialogo che consenta al paziente di prendere contatto con la sua malattia e con gli aspetti talvolta negativi, perché permanenti, della malattia. Spesso, di fronte ad una notizia tragica, il paziente attua una strategia difensiva di rimozione e tende a non voler vedere il problema o ad ignorarlo, a non volerlo affrontare. È dunque fondamentale – ha spiegato il presidente di Scienza e Vita – che il medico dia al paziente uno spazio, un tempo che consenta al paziente di prendere gradualmente contatto con la sua patologia ed imparare a conviverci. Inoltre, nella dinamica medico-paziente, la terapia deve essere commisurata alla malattia ed al contesto dell’ammalato”.

Al riguardo, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha affermato che la proporzionalità della cura deve tener conto anche della forza fisica e morale della persona. Questo perché, di per sé, la sofferenza non può essere considerata un valore e non lo è neppure dal punto di vista cristiano.
In diverse regioni d’Italia vi è ancora una scarsa informazione in materia di cure e di doveri di presa in carico da parte delle strutture per i malati terminali. Ciò si traduce in una limitata consapevolezza, da parte dei cittadini, dei problemi sociali e valoriali connessi alla fase di fine-vita, che merita di ricevere attenzioni e cure particolari.

In risposta a questa esigenza di informazione e di formazione, Alberto Gambino ha annunciato l’apertura di scuole di bio-politica su base regionale, attraverso le associazioni locali di Scienza & Vita. L’obiettivo dell’iniziativa è colmare il gap informativo attuale, coinvolgendo la cittadinanza, i giovani e la classe dirigente nell’apprendimento dei criteri etici, economici e sociali che regolano le scelte politico-amministrative in materia sanitaria.

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