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© Servizio fotografico - L'Osservatore Romano

Papa: “Terrorismo: follia omicida. Migranti: non ridurre dramma a conteggio numerico”

Nel discorso al Corpo Diplomatico la condanna dei “vili” attentati, lo “sconcerto” per gli esperimenti nucleari in Corea del Nord, l’auspicio di una tregua duratura in Siria e la vicinanza a terremotati e vittime di conflitti

Un secolo è passato dalla “inutile strage” che fu la Prima Guerra mondiale, ma ancora tanti paesi vivono nelle stesse condizioni di conflitto e per tanti, troppi, di essi la pace “è ancora soltanto un lontano miraggio”. Parte da questa amara constatazione, Papa Francesco, nel suo tradizionale discorso di inizio anno al Corpo diplomatico accreditato in Vaticano, per denunciare le gravi crisi che sperimenta il mondo moderno.

In primo luogo il terrorismo: “Una follia omicida che abusa del nome di Dio per disseminare morte, nel tentativo di affermare una volontà di dominio e di potere”, denuncia il Pontefice, come pure il flusso migratorio, “emergenza che non sembra aver fine”.  “Milioni di persone vivono tuttora al centro di conflitti insensati”, afferma il Papa, “anche in luoghi un tempo considerati sicuri, si avverte un senso generale di paura. Siamo frequentemente sopraffatti da immagini di morte, dal dolore di innocenti che implorano aiuto e consolazione, dal lutto di chi piange una persona cara a causa dell’odio e della violenza, dal dramma dei profughi che sfuggono alla guerra o dei migranti che periscono tragicamente”.

A tal proposito, domanda “un impegno comune nei confronti di migranti, profughi e rifugiati, che consenta di dare loro un’accoglienza dignitosa”. Ciò significa “garantire la possibilità di un’integrazione dei migranti nei tessuti sociali in cui si inseriscono, senza che questi sentano minacciata la propria sicurezza, la propria identità culturale e i propri equilibri politico-sociali”. D’altra parte, “gli stessi migranti non devono dimenticare che hanno il dovere di rispettare le leggi, la cultura e le tradizioni dei Paesi in cui sono accolti”.

Bergoglio ribadisce la necessità di un “approccio prudente” da parte delle autorità pubbliche che, tuttavia, “non comporta l’attuazione di politiche di chiusura verso i migranti”, quanto piuttosto di “valutare con saggezza e lungimiranza fino a che punto il proprio Paese è in grado, senza ledere il bene comune dei cittadini, di offrire una vita decorosa ai migranti”.

Soprattutto, secondo il Vescovo di Roma, “non si può ridurre la drammatica crisi attuale ad un semplice conteggio numerico. I migranti sono persone, con nomi, storie, famiglie e non potrà mai esserci vera pace finché esisterà anche un solo essere umano che viene violato nella propria identità personale e ridotto ad una mera cifra statistica o ad oggetto di interesse economico”.

Il Papa esprime, dunque, la propria gratitudine ai Paesi europei che “con generosità” accolgono quanti sono nel bisogno, specialmente Italia, Germania, Grecia e Svezia, senza dimenticare l’accoglienza offerta da altri Paesi europei e del Medio Oriente, quali Libano, Giordania, Turchia, come pure l’impegno di diversi Paesi di Asia e Africa.

Non manca un ricordo della visita a Lesbo, “dove – dice il Papa – ho visto e toccato con mano la drammatica situazione dei campi profughi, ma anche l’umanità e lo spirito di servizio delle molte persone impegnate per assisterli”; o quello del viaggio in Messico, dove “mi sono sentito vicino alle migliaia di migranti dell’America Centrale, che patiscono terribili ingiustizie e pericoli nel tentativo di poter avere un futuro migliore, vittime di estorsione e oggetto di quel deprecabile commercio che è la tratta delle persone”.

Una “orribile forma di schiavitù moderna” la definisce Papa Francesco. Purtroppo – denuncia, citando la Populorum progressio di Paolo VI – “nel mondo ci sono ancora troppe persone, specialmente bambini, che soffrono per endemiche povertà e vivono in condizioni di insicurezza alimentare, anzi di fame, mentre le risorse naturali sono fatte oggetto dell’avido sfruttamento di pochi ed enormi quantità di cibo vengono sprecate ogni giorno”.

“I bambini e i giovani sono il futuro, sono coloro per i quali si lavora e si costruisce”, afferma il Santo Padre, pertanto “non possono venire egoisticamente trascurati e dimenticati”, tantomeno la loro innocenza può essere spezzata sotto il peso “dello sfruttamento, del lavoro clandestino e schiavo, della prostituzione o degli abusi degli adulti, dei banditi e dei mercanti di morte”. L’abolizione di tali crimini è un primo, fondamentale, tassello per costruire quella pace che non è “semplice assenza della guerra”, bensì “l’impegno di quelle persone di buona volontà che aspirano ardentemente ad una giustizia sempre più perfetta”.

In tale prospettiva, Papa Francesco si appella ai leader delle diverse fedi, perché “ogni espressione religiosa è chiamata a promuovere la pace”.  “Sappiamo – dice agli ambasciatori – come non siano mancate violenze religiosamente motivate, a partire proprio dall’Europa, dove le storiche divisioni fra i cristiani sono durate troppo a lungo”. Bisogna invece “sanare le ferite del passato e camminare insieme verso mete comuni”. È stato questo il senso del suo viaggio in Svezia, come pure dell’incontro a Cuba con il patriarca Kirill o dei viaggi apostolici in Armenia, Georgia e Azerbaigian. “Alla base di tale cammino non può che esservi il dialogo autentico fra le diverse confessioni religiose”, sottolinea Bergoglio. Oggi, invece, sembra che “l’esperienza religiosa, anziché aprire agli altri, possa talvolta essere usata a pretesto di chiusure, emarginazioni e violenze”.

Il riferimento è al terrorismo di matrice fondamentalista, che ha mietuto anche lo scorso anno numerose vittime in tutto il mondo: “Sono gesti vili – segnala Francesco – che usano i bambini per uccidere, come in Nigeria; prendono di mira chi prega, come nella Cattedrale copta del Cairo, chi viaggia o lavora, come a Bruxelles, chi passeggia per le vie della città, come a Nizza e a Berlino, o semplicemente chi festeggia l’arrivo del nuovo anno, come a Istanbul”. “Si tratta di una follia omicida che abusa del nome di Dio per disseminare morte, nel tentativo di affermare una volontà di dominio e di potere”, insiste. Che non manca di appellarsi a “tutte le autorità religiose” perché “siano unite nel ribadire con forza che non si può mai uccidere nel nome di Dio. Il terrorismo fondamentalista è frutto di una grave miseria spirituale, alla quale è sovente connessa anche una notevole povertà sociale”.

Esso potrà essere pienamente sconfitto anche grazie al contributo dei rappresentanti politici, chiamati a “garantire nello spazio pubblico il diritto alla libertà religiosa” e ad “evitare che si formino quelle condizioni che divengono terreno fertile per il dilagare dei fondamentalismi”.  In tal senso, ogni autorità politica non deve “limitarsi a garantire la sicurezza dei propri cittadini – concetto che può facilmente ricondursi ad un semplice ‘quieto vivere’ – ma sia chiamata anche a farsi vera promotrice e operatrice di pace”.  Pace che è una “virtù attiva” intimamente legata alla giustizia; per questo il Papa ribadisce l’invito a Capi di Stato o di Governo “a compiere un gesto di clemenza verso i carcerati”, creando condizioni di vita dignitose e favorendo il loro reinserimento nella società.

Lo sguardo del Successore di Pietro si concentra poi sui giovani, specie quelli della Siria sofferenti a causa dell’atroce conflitto, “privati delle gioie dell’infanzia e della giovinezza, dalla possibilità di giocare liberamente all’opportunità di andare a scuola”. “A loro e a tutto il caro popolo siriano va il mio costante pensiero, mentre faccio appello alla comunità internazionale perché si adoperi con solerzia per dare vita ad un negoziato serio, che metta per sempre la parola fine al conflitto, che sta provocando una vera e propria sciagura umanitaria”, sottolinea il Santo Padre, auspicando “che la tregua recentemente firmata possa essere un segno di speranza per tutto il popolo siriano, che ne ha profonda necessità”.

“Ciò – aggiunge – esige anche che ci si adoperi per debellare il deprecabile commercio delle armi e la continua rincorsa a produrre e diffondere armamenti sempre più sofisticati”. Francesco esprime “notevole sconcerto” per gli esperimenti nucleari condotti nella Corea del Nord che “destabilizzano l’intera regione e pongono inquietanti interrogativi all’intera comunità internazionale”. Stesso discorso per gli armamenti convenzionali: secondo il Papa, è troppo facile “accedere al mercato delle armi, anche di piccolo calibro”. Ciò aggrava la situazione nelle diverse aree di conflitto, e produce “un diffuso e generale sentimento di insicurezza e di paura”.

Il Successore di Pietro stigmatizza pure le “nuove forme ideologiche si affacciano continuamente all’orizzonte dell’umanità” che “mascherandosi come portatrici di bene per il popolo, lasciano invece dietro di sé povertà, divisioni, tensioni sociali, sofferenza e non di rado anche morte”.

“La pace, invece, si conquista con la solidarietà”. Rincuora, perciò, vedere alcuni tentativi intrapresi da più parti, come quelli compiuti  per riavvicinare Cuba e Stati Uniti o per terminare anni di conflitto in Colombia. Servono “gesti coraggiosi”, incita Francesco, quanto mai urgenti oggi in Venezuela, Medio Oriente, Iraq e Yemen. A nome della Santa Sede, il Pontefice rinnova inoltre “il suo pressante appello” per la ripresa del dialogo fra Israeliani e Palestinesi, “perché si giunga ad una soluzione stabile e duratura che garantisca la pacifica coesistenza di due Stati all’interno di confini internazionalmente riconosciuti”.

“Nessun conflitto può diventare un’abitudine dalla quale sembra quasi che non ci si riesca a separare. Israeliani e Palestinesi hanno bisogno di pace. Tutto il Medio Oriente ha urgente bisogno di pace!”, esclama Bergoglio. Che chiede anche la piena attuazione degli accordi per ristabilire la pace e la convivenza civile in Libia, Sudan, Congo, Sud Sudan e Repubblica Centroafricana, “martoriate da persistenti scontri armati, massacri e devastazioni”.

Un pensiero particolare anche per l’Europa, “dove non mancano le tensioni”. In primis in Ucraina, per cui il Papa esorta a proseguire “con determinazione nella ricerca di soluzioni percorribili per la piena realizzazione degli impegni assunti dalle Parti” e, soprattutto, a dare “una pronta risposta alla situazione umanitaria”, tuttora grave. “L’Europa intera sta attraversando un momento decisivo della sua storia, nel quale è chiamata a ritrovare la propria identità”, osserva il Vescovo di Roma. Ci sono infatti “spinte disgregatrici” di fronte alle quali diventa “quanto mai urgente aggiornare ‘l’idea di Europa’ per dare alla luce un nuovo umanesimo basato sulle capacità di integrare, di dialogare e di generare, che hanno reso grande il cosiddetto Vecchio Continente”. 

Nel suo discorso il Papa torna anche sul tema della cura del Creato, alla luce dell’Accordo di Parigi recentemente ratificato. E non manca di ribadire la propria vicinanza alle vittime dei terremoti che hanno colpito Ecuador, Italia e Indonesia. “Ho potuto visitare personalmente alcune aree colpite dal terremoto nel centro Italia, dove, nel constatare le ferite che il sisma ha provocato ad una terra ricca di arte e di cultura, ho potuto condividere il dolore di tante persone, insieme al loro coraggio e alla determinazione a ricostruire quanto è andato distrutto”, dice. Sua speranza è che “la solidarietà che ha unito il caro popolo italiano nelle ore successive al terremoto, continui ad animare l’intera Nazione, soprattutto in questo tempo delicato della sua storia”.

In conclusione, Francesco assicura che “la Santa Sede, e in particolare la Segreteria di Stato, sarà sempre disponibile a collaborare con quanti si impegnano per porre fine ai conflitti in corso e a dare sostegno e speranza alle popolazioni che soffrono”. La Chiesa, insomma, farà sempre tutto il possibile per costruire quella pace che “è un dono, una sfida e un impegno”.

About Salvatore Cernuzio

Crotone, Italia Laurea triennale in Scienze della comunicazione, informazione e marketing e Laurea specialistica in Editoria e Giornalismo presso l'Università LUMSA di Roma. Radio Vaticana. Roma Sette. "Ecclesia in Urbe". Ufficio Comunicazioni sociali del Vicariato di Roma. Secondo classificato nella categoria Giovani della II edizione del Premio Giuseppe De Carli per l'informazione religiosa

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