Dona Adesso
mons. jacques behnan hindo - ZENIT CC

mons. jacques behnan hindo - ZENIT CC

Mons. Hindo: “La sharia nega la libertà di culto”

L’arcivescovo siro-cattolico di Hassaké-Nisibi, in Siria, testimonia la natura intollerante dell’Islam. La nomina a cardinale del nunzio a Damasco Zenari? “Un colpo da maestro del Papa”

“L’Islam non concepisce ciò che noi chiamiamo libertà di culto”. Va giù duro monsignor Jacques Behnan Hindo, arcivescovo siro-cattolico di Hassaké-Nisibi, in Siria. Come del resto dura è la condizione vissuta dalle minoranze religiose in quella regione falcidiata da guerra e fondamentalismo islamico.

Tra i relatori della conferenza di presentazione del “Rapporto 2016 sulla libertà religiosa” di Aiuto alla Chiesa che Soffre, mons. Hindo ha offerto senza censure la sua testimonianza diretta di convivenza con un Islam maggioritario.

“Potrei citare centinaia di versetti del Corano – spiega a ZENIT – in cui si autorizza l’omicidio di chi non è islamico”. Ma ciò che preoccupa non è tanto la presenza di questi versetti nel libro sacro, quanto l’interpretazione letterale degli stessi da parte di molti islamici.

A certe frange – ci tiene a sottolineare mons. Hindo – non appartiene soltanto Daesh (acronimo dello Stato islamico in lingua araba, ndr), ma anche quella galassia di “300 o 400 organizzazioni” che combattono contro il Governo di Damasco.

La fedeltà di costoro “all’Islam duro e puro”, cioè alla sharia – soggiunge il presule – li rende inevitabilmente intolleranti verso qualsiasi altro culto. “È vietato per un islamico abiurare la propria fede”, secondo “leggi oralmente trasmesse”. E inoltre, per chi non è musulmano, considerato in modo sprezzante un dhimmi, si rende obbligatorio il pagamento di un tributo alle autorità, pena l’eliminazione fisica.

Secondo mons. Hindo non può esistere un Islam che non sia anche politico ed esclusivista. A tal proposito egli ha posto l’accento in particolare sull’ala wahabita, che affonda le sue radici storiche nell’Arabia Saudita e che ancora oggi prospera in quel regno e si irradia nel mondo arabo e non solo. “Wahabita è l’Islam dei miliziani di Daesh e wahabita è l’Islam che si insegna nelle scuole coraniche finanziate dalle monarchie del Golfo” e diffuse ad ogni latitudine.

È in questi luoghi, forse, che si è formata una grossa fetta di quei “circa 300mila” foreigh fighters occidentali che negli ultimi anni si sono recati in Siria per compiere la jihad. Ha la voce rotta dall’emozione, l’arcivescovo, quando ricorda che ogni giorno deve piangere almeno un soldato dell’esercito siriano proveniente dalla sua diocesi (che comprende anche Raqqa, capitale dello Stato islamico).

E allora punta il dito verso l’Occidente, colpevole – secondo lui – “di aver finanziato gruppi armati” che, sebbene vengano presentati come “moderati”, non differiscono da Daesh. Sono accomunati dagli stessi propositi, il cui perseguimento prevede l’eliminazione di ogni qualsivoglia ostacolo. Ecco allora che l’Isis non uccide soltanto i cristiani, ma chiunque non aderisca alla loro interpretazione fondamentalista dell’Islam, musulmani tiepidi compresi.

Quando lo sguardo di mons. Hindo si sposta sull’attuale scacchiere bellico, traspare una forte diffidenza pure nei confronti dei curdi, “che cercano di impossessarsi di Hassaké e della regione circostante”.

Ma ora il problema più immediato è rappresentato dai gruppi islamici. L’esercito russo ha iniziato una vasta operazione contro di loro a Idlib e Homs, mentre nuovi bombardamenti si registrano su Aleppo dopo una tregua di tre giorni.

Proprio la liberazione dell’importante città settentrionale della Siria può rappresentare – secondo l’arcivescovo – l’anticamera della fine delle ostilità. “Aspettiamo con fiducia”, chiosa.

Mons. Hindo commenta poi l’elezione a presidente degli Stati Uniti di Donald Trump, il quale ha affermato di voler cambiare la politica interventista e di migliorare le relazioni con la Russia. “Se la sua intenzione è di collaborare per la liberazione della Siria senza l’invio di soldati, ha il nostro appoggio”, spiega.

Il leader siro-cattolico definisce poi “un colpo da maestro” quello operato da Papa Francesco, di creare cardinale mons. Mario Zenari, nunzio in Siria.

“Ho sempre chiesto alla Santa Sede e allo stesso nunzio apostolico – approfondisce mons. Hindo – che un cardinale venisse a visitare la Siria”. La sua è rimasta però lettera morta, e lo rimarrà soltanto fino a sabato prossimo, data del Concistoro nel quale il Pontefice porrà la berretta cardinalizia sul capo di Zenari. Da quel momento il nunzio a Damasco sarà un rappresentante del più alto vertice della gerarchia cattolica. Un segnale di prossimità da parte della Santa Sede verso le popolazioni perseguitate in Siria.

About Federico Cenci

Share this Entry

Sostieni ZENIT

Se questo articolo ti è piaciuto puoi aiutare ZENIT a crescere con una donazione