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Mons. Francesco Follo - Foto © Servizio Fotografico-L'Osservatore Romano

Mons. Follo: Ascensione e Missione

Ascensione – VII Domenica di Pasqua – Anno B – 13 maggio 2018

Rito – Romano

At 1,1-11; Sal 46; Ef 4,1-13; Mc 16,15-20

 

Rito Ambrosiano

At 1, 15-26; Sal 138; 1Tm 3, 14-16; Gv 17, 11-19

Domenica dopo l’Ascensione – VII di Pasqua

 

1) Certezza e gioia.

Nel Credo recitiamo: “Lui è salito al cielo e siede alla destra del Padre”. Che vuol dire che noi crediamo al fatto che l’umanità di Cristo è entrata nel cuore della divinità e dove c’è Dio là c’è il cielo, e l’amore è il cielo sulla terra. Dunque “l’Ascensione non indica l’assenza di Gesù, ma ci dice che Egli è vivo in mezzo a noi in modo nuovo; non è più in un preciso posto del mondo come lo era prima dell’Ascensione; ora è nella signoria di Dio, presente in ogni spazio e tempo, vicino ad ognuno di noi.” (Papa Francesco, Udienza generale, 17 aprile 2013).

E’ dunque corretto dire che uno degli insegnamenti che ci vengono dal fatto dell’Ascensione è che anche noi possiamo salire in alto, ma solo se rimaniamo legati a Gesù. Se affidiamo a Lui la nostra vita, se ci lasciamo guidare da Lui, siamo certi di essere in mani sicure, in mano del nostro salvatore, del nostro avvocato difensore. “Nella nostra vita non siamo mai soli: abbiamo questo avvocato che ci attende, che ci difende” (Ibid.).

Un altro insegnamento è che dobbiamo avere chiaro che l’entrare nella gloria di Dio esige la fedeltà quotidiana alla sua volontà, anche quando questa richiede sacrificio e accettare la nostra croce quotidiana, perché: “l’elevazione sulla croce significa e annuncia l’elevazione dell’ascensione al cielo” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 661). In questa ascesa “il Signore crocifisso e risorto ci guida; con noi ci sono tanti fratelli e sorelle che nel silenzio e nel nascondimento, nella loro vita di famiglia e di lavoro, nei loro problemi e difficoltà, nelle loro gioie e speranze, vivono quotidianamente la fede e portano, insieme a noi, al mondo la signoria dell’amore di Dio, in Cristo Gesù risorto, asceso al Cielo” (Papa Francesco, Udienza Generale, 17 aprile 2013)

Un terzo insegnamento ci viene dalla prima lettura della Messa di oggi, che propone il fatto dell’Ascensione come è raccontato da San Luca negli Atti degli Apostoli. Esso riguarda come avere in noi la gioia degli Apostoli, causata dalla certezza della presenza costante di Gesù risorto nella vita personale e della comunità.

Questa certezza e questa gioia possono essere nostre se con mente e cuore sincero domandiamo la benedizione che Gesù diede agli Apostoli mentre ascendeva al Cielo.

In questo modo anche noi come gli Apostoli vivremo il fatto dell’ascensione del Risorto non come un distacco, un’assenza permanente del Signore.

In questo modo anche noi avremo confermata e accresciuta la certezza che il Crocifisso Risorto è vivo e che in Lui sono state per sempre aperte all’umanità le porte di Dio, le porte della vita eterna.

In questo modo, nel giorno dell’Ascensione, anche noi possiamo avere nel nostro cuore il dolore per la partenza, ma anche certezza e gioia della costante vicinanza di Cristo, anche se in modo diverso rispetto al sua vita terrena. “Lui, che duemila anni fa fu nella storia un singolo uomo, continua ancora oggi a vivere nella storia come anima della Chiesa” (H.U. von Balthasar).

 

            2) Ascensione e Missione.

Nel breve racconto (terza lettura di questa domenica) che San Marco fa dell’Ascensione, vediamo che, più che sul fatto dell’Ascensione, Gesù risorto ci invita a tirare le conseguenze del suo salire al Padre: gli Apostoli e con loro tutti i cristiani di tutti i tempi siamo i suoi mandati, i suoi missionari inviati a portare il Vangelo in tutto il mondo: “Allora essi partirono e predicarono[1] dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la Parola con i prodigi che li accompagnavano” (Mc 16, 20). Gesù sale in cielo e i discepoli vanno nel mondo. Ma la partenza di Gesù non è una vera assenza, bensì un’altra modalità di presenza: «Il Signore operava insieme con loro e dava fondamento alla Parola» (cfr ibid.). “Ascensione non è un percorso cosmico geografico ma è la navigazione del cuore che ti conduce dalla chiusura in te all’amore che abbraccia l’universo” (Benedetto XVI, 10 marzo 2010).

Questo invito di Cristo ad abbracciare l’universo, annunciando a tutti gli uomini il Vangelo: “Andate in tutto il mondo” (Mc 16, 15),  non fu percepito come una follia, ma come un mandato di carità per portare la salvezza a tutti.

Con l’ascensione c’è una svolta nel percorso della redenzione. Da Gerusalemme dove  si è compiuta la missione di Cristo, che in Croce ha detto: “Tutto è compiuto”, la missione redentiva affidata agli apostoli si dilata in dimensione universale.  Il gruppo fino allora compatto si scioglie fisicamente parlando, ma non affettivamente. Mentre il Redentore “parte” verso il cielo, gli apostoli partono ciascuno in una direzione diversa dal punto di vista geografico, ma profondamenti in comunione tra loro e con Cristo. La tradizione precisa quale sarebbe stata la meta di ciascuno: per Pietro Antiochia e Roma, per Matteo l’Etiopia, per Tommaso l’India e così via.  Ma il pensiero va in particolare all’apostolo su cui siamo informati con ricchezza di particolari, Paolo di Tarso, l’infaticabile viaggiatore che portò il vangelo nell’attuale Turchia, in Grecia e a Roma. E dopo di lui ringraziamo l’innumerevole schiera di missionari che da venti secoli,  con quanto eroismo molte volte espresso dal martirio, continuarono e continuano l’opera degli apostoli, per rendere partecipe il maggior numero possibile di persone della vita buona, santa, vera e lieta che il Vangelo di Gesù annuncia e realizza da due millenni. Come loro diventiamo missionari della gioia, annunciando al mondo che Dio è comunione di amore eterno, è gioia infinita che non rimane chiusa in se stessa, ma si espande in quelli che Egli ama e che lo amano.

E’ davvero miracoloso il fatto che da undici uomini si sia potuto sviluppare un “organismo”, il Corpo Mistico,  in cui si sono ritrovati e si ritrovano milioni e milioni di credenti. Umanamente impossibile; la spiegazione sta nelle parole riportate: “Il Signore agiva insieme con loro”. E con uno scopo ben preciso. Il gruppo compatto, costituito da Gesù con i primi apostoli, non si è sciolto, si è diffuso nel mondo intero. Non si sono dispersi: sono uniti nella fede, nell’amore e nella speranza. La speranza, in particolare, di ricomporsi in unità, al cospetto di Colui che tutti ci ha preceduto presso il Padre suo e Padre nostro.

I verbi utilizzati da Cristo per l’invio in missione mantengono la loro attualità:

– ‘andare’ indica il dinamismo e il coraggio per immergersi nelle sempre nuove situazioni del mondo;

– ‘proclamare il Vangelo’, perché i popoli diventino seguaci non tanto di una dottrina, ma di una Persona;

– ‘credere’ all’annuncio di una fede, che comprende certo una conoscenza delle sue verità e degli eventi della salvezza, ma che soprattutto nasce da un vero incontro con Dio in Gesù Cristo, dall’amarlo, dal dare fiducia a Lui, così che tutta la vita ne è coinvolta.

– ‘battezzare’ segnala il sacramento che trasforma e inserisce le persone nella vita trinitaria ed ecclesiale. Battesimo, il sacramento che ci dona lo Spirito Santo, facendoci diventare figli di Dio in Cristo, e segna l’ingresso nella comunità della fede, nella Chiesa: non si crede da sé, senza il prevenire della grazia dello Spirito; e non si crede da soli, ma insieme ai fratelli.  “Con il Battesimo, veniamo immersi in quella sorgente inesauribile di vita che è la morte di Gesù, il più grande atto d’amore di tutta la storia; e grazie a questo amore possiamo vivere una vita nuova, non più in balìa del male, del peccato e della morte, ma nella comunione con Dio e con i fratelli” (Papa Francesco, Udienza Generale, 8 gennaio 2014).

3) La missionarietà della Verginità.

È bello riflettere sulle ultime parole di Gesù, mentre manda i Suoi a predicare in mezzo a questo mondo che, anche se non appare, ha bisogno di infinito, di verità, di amore, di speranza, di gioia che il Cielo è ed ha.

E’ un compito che fa tremare anche noi, oggi, tanto è grande.

E’ un compito che sembra non da poveri essere umani quali noi siamo, ma da Angeli, ecco perché Gesù assicura la Sua Presenza “operando con noi e confermando la Sua Parola con i miracoli che l’accompagnano” (cfr Mc 16,20).

E’ un compito per tutti i battezzati, perché grazie al Battesimo tutti i cristiani diventano discepoli missionari e sono chiamati a portare il Vangelo nel mondo.

Ma qual è la modalità missionaria delle Vergini consacrate nel mondo?

E’ quella di essere icone, immagini viventi di Cristo vergine, povero e obbediente (cfr  Conc. Vat. II, Decreto sul rinnovamento della vita religiosa, Perfectae Caritatis, 1) davanti alla comunità ecclesiale e umana.

E come possono “dipingere al vivo” Cristo?

Mediante una comunione con Dio e con i fratelli e sorelle in umanità, che non è diminuita ma accresciuta dalla solitudine in cui sono chiamate a vivere. Le vergini sono tali e sono missionarie, se “usano” la loro affettività e il loro corpo come lo ha usato Cristo: non per possedere o per essere posseduti, ma per donare comunione a tutti coloro che incontrano.

Insomma, la singolare vocazione di vergini consacrate nel mondo indica una chiara missione: esaltare la dignità della donna testimoniando, nella vita del mondo in cui restano immerse, il senso pieno dell’amore che hanno ricevuto da Cristo Gesù per donarlo ai loro fratelli e sorelle in umanità.

 

Lettura Patristica

Sant’Agostino, vescovo di Ippona

Discorso sull’Ascensione del Signore,

  1. A. Mai, 98, 1-2; PLS 2, 494-495


Nessuno è mai salito al cielo,
fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo.

Oggi nostro Signore Gesù Cristo è asceso al cielo. Con lui salga pure il nostro cuore.

Ascoltiamo l’apostolo Paolo che proclama: «Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio. Pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Col 3, 1-2). Come egli è asceso e non si è allontanato da noi, così anche noi già siamo lassù con lui, benché nel nostro corpo non si sia ancora avverato ciò che ci è promesso.

Cristo è ormai esaltato al di sopra dei cieli, ma soffre qui in terra tutte le tribolazioni che noi sopportiamo come sue membra. Di questo diede assicurazione facendo sentire quel grido: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (At 9, 4). E così pure: «Io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare»(Mt 25, 35).

Perché allora anche noi non fatichiamo su questa terra, in maniera da riposare già con Cristo in cielo, noi che siamo uniti al nostro Salvatore attraverso la fede, la speranza e la carità? Cristo, infatti, pur trovandosi lassù, resta ancora con noi. E noi, similmente, pur dimorando quaggiù, siamo già con lui. E Cristo può assumere questo comportamento in forza della sua divinità e onnipotenza. A noi, invece, è possibile, non perché siamo esseri divini, ma per l’amore che nutriamo per lui. Egli non abbandonò il cielo, discendendo fino a noi; e nemmeno si è allontanato da noi, quando di nuovo è salito al cielo. Infatti egli stesso dà testimonianza di trovarsi lassù mentre era qui in terra: Nessuno è mai salito al cielo fuorché colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo, che è in cielo (cfr. Gv 3, 13).

Questa affermazione fu pronunciata per sottolineare l’unità tra lui nostro capo e noi suo corpo. Quindi nessuno può compiere un simile atto se non Cristo, perché anche noi siamo lui, per il fatto che egli è il Figlio dell’uomo per noi, e noi siamo figli di Dio per lui.

Così si esprime l’Apostolo parlando di questa realtà: «Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo» (1 Cor 12,12). L’Apostolo non dice: «Così Cristo», ma sottolinea: «Così anche Cristo». Cristo dunque ha molte membra, ma un solo corpo.

Perciò egli è disceso dal cielo per la sua misericordia e non è salito se non lui, mentre noi unicamente per grazia siamo saliti in lui. E così non discese se non Cristo e non è salito se non Cristo. Questo non perché la dignità del capo sia confusa nel corpo, ma perché l’unità del corpo non sia separata dal capo.

[1] Il compito è quello di «predicare», un termine questo che merita una spiegazione. Non significa semplicemente tenere una istruzione o una esortazione o un sermone edificante. Il verbo «predicare» indica l’annuncio di un evento, di una notizia, non di una dottrina. Si tratta di una notizia decisiva: non è solo un’informazione, ma un appello. Il Vangelo predicato diventa credibile e visibile dai segni che il discepolo compie. Ma deve trattarsi di segni che lasciano trasparire la potenza di Dio, non quella dell’uomo.


Monsignor Francesco Follo è osservatore permanente della Santa Sede presso l’UNESCO a Parigi.

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Monsignor Francesco Follo è osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi.

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