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Damascus : Funeral and prayer in the Churc - ACS

Libertà religiosa nel mondo: la situazione peggiora

Presentato il Rapporto 2016 di Aiuto alla Chiesa che Soffre: gravissime violazioni in sette Paesi

Era il 26 dicembre 2014, memoria del protomartire Santo Stefano, quando Papa Francesco durante l’Angelus auspicò un rafforzamento in ogni parte del mondo dell’impegno “per riconoscere e assicurare concretamente la libertà religiosa, che è un diritto inalienabile di ogni persona umana”.

Impegno che da 69 anni persegue la fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre, che oggi a Roma, presso l’Associazione Stampa Estera, ha presentato il “Rapporto 2016 sulla libertà religiosa nel mondo”.

Il quadro che emerge – basato su fonti giornalistica e su dati pubblicati da Onlus e Ong – è desolante. In 15 dei 196 Paesi presi in considerazione dallo studio tra il luglio 2014 e il giugno 2016, “la libertà di fede si colloca tra la discriminazione e la persecuzione”, ha spiegato  Alessandro Monteduro, direttore di Acs Italia.

Ma non è finita. In 14 Paesi la situazione “è chiaramente peggiorata” rispetto al biennio precedente e in 38 Paesi si registrano “significative violazioni alla libertà religiosa”. All’interno di questo gruppo, in 7 Paesi la situazione è particolarmente grave. Si tratta di Bangladesh, Eritrea, Kenya, Pakistan, Sudan, Yemen, Arabia Saudita e Corea del Nord.

Per un cristiano che vive nella dittatura di Pyongyang persino partecipare ad una Messa – rigorosamente clandestina – può costare indicibili torture da parte delle autorità statali.

Quello della Corea del Nord – ha osservato uno dei relatori, Giuliano Amato, già presidente del Consiglio italiano ed attualmente giudice costituzionale – costituisce oggi un caso sui generis di persecuzione religiosa di Stato.

Il giurista ha rilevato infatti che si assiste in questa fase storica a un rinfocolarsi di fondamentalismi intolleranti che corrispondono, più che a un interesse politico, alla manifestazione di un sentimento religioso in quanto tale.

Secondo Amato una certa “laicizzazione estrema”, dalla fine dell’Illuminismo in poi, avendo emarginato dalla vita pubblica la religione, potrebbe aver fatto scaturire una reazione forte e talvolta violenta da parte di gruppi confessionali che si sentono discriminati.

Quello di Amato è dunque un invito a interrogarsi sugli effetti nefasti di una cultura che ha voluto cancellare la religione dall’ambito pubblico. Tema che con perizia ha sviscerato il card. Mauro Piacenza, penitenziere maggiore presso il Tribunale della Penitenzieria Apostolica.

“Grande è l’imperatore perché è più piccolo del cielo”, ha esordito il porporato parafrasando Tertulliano. Una massima che presuppone come un buon governo non possa mai escludere e sostituirsi alla divinità.

L’atto di fede deve dunque essere concesso ad ogni suddito e la possibilità di esercitarlo senza imposizioni – ha proseguito il card. Piacenza – “è la madre di tutte le altre libertà”.

Il penitenziere ha inoltre posto l’accento sull’importanza di riservare alla religione uno spazio pubblico. “Nemmeno il potere civile più efferato può estirpare dalle coscienze la fede – ha detto – conseguentemente la libertà religiosa gioca il proprio ruolo non tanto nel foro privato, intangibile, bensì nel foro pubblico, nella complessità dei rapporti sociali”.

Una riflessione, quella del card. Piacenza, che interpella anche le società considerate più avanzate in tema di diritti, dove non si registra una persecuzione che passa dalla spada ma non mancano episodi di discriminazione su base confessionale.

L’ampio Rapporto di Acs, sebbene ponga maggiore attenzione ai casi più eclatanti di coercizione e violenza fisica, non trascura queste circostanze di più subdola discriminazione. Proprio l’attività di informazione e di sostegno concreto alle minoranze discriminate che da quasi sette decenni porta avanti la Fondazione vaticana è la buona notizia che emerge dal quadro desolante presentato oggi.

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