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L’attualità dell’economia francescana

Dal Libro di Oreste Bazzichi , “Dall’Economia civile Francescana all’economia capitalistica moderna”, la storia e le soluzioni alla crisi dei nostri tempi

È una ricchezza innovativa la strada francescana in economia, percorsa do Oreste Bazzichi scrittore e docente di Etica economica e filosofia sociale, alla Pontificia Facoltà Teologica S. Bonaventura – Seraphicum (Roma) e di Deontologia nel Master in comunicazione d’impresa alla Pontificia Università S. Tommaso (Roma).

Il suo libro, “Dall’Economia civile Francescana all’economia capitalistica moderna”, Armando Editore, può legittimamente essere considerato la pietra angolare di un serio tentativo cristiano nel promuovere tempi più illuminati nel campo variegato, ma comunque a senso unico dei mercati finanziari. Come fare? Da dove partire? Riformare l’economia globale è cosa ardua e difficile, ma fattibile.

Non bisogna formare nuove maggioranze fine a se stesse, ma pensieri nuovi e ispirati che cambiano dal di dentro le cose e che formano a loro volta nuovi orientamenti e nuove prospettive. I risultati da raggiungere saranno conseguenti. Cercheremo in una serie di riflessioni settimanali di mettere al centro del dibattito quotidiano elementi di provocazione positiva, passando da alcuni capitoli del lavoro dello stesso Bazzichi. Perché rimane attuale l’idea di una economia civile francescana? Non siamo forse fuori tempo massimo? Cosa determinò San Francesco da rivoluzionare il volto, sotto alcuni aspetti, frenante del medioevo?

Nel terzo capitolo del testo in questione viene infatti sottolineata la sua figura, ponendola come punto veritiero di svolta della spiritualità medievale. Cambia di riflesso la società nel campo politico, economico, sociale, così come si modifica la storia della stessa Chiesa. Il santo di Assise parla in modo diretto alle corporazioni produttive del tempo; comunica con le classi emergenti della borghesia; si interfaccia con i giovani in cerca di una parola evangelica autentica e “dissetante”.

San Francesco esce fuori dalle mura conventuali; parla alla gente; cambia il linguaggio, non più quello in latino di una classe ristretta di studiosi laici e religiosi, ma utilizzando il volgare del “dolce stil nuovo”. La voce della Chiesa e del Vangelo si espande, così come occorre.

Una rivoluzione copernicana che fa venir fuori l’anima “fresca”, dialogante, umana, concreta del Cristianesimo. Il volto di Cristo ritorna ad essere visto in ogni uomo, modificando di fatto il rapporto sociale e la netta distinzione tra le classi sociali, con tutte le difficoltà del caso. Il nuovo seme comincia a provocare germogli prima inattesi e annullati. San Francesco si pone al centro della svolta antropologica dell’Umanesimo.

Si rafforza una concezione dell’uomo ispirata ai valori universali del cristianesimo, con evidenti neo storiche sollecitazioni che mettono in campo concrete azioni promotrici di civiltà. Sullo sfondo un Umanesimo integrale, “la cui forza proveniva da Gesù Cristo, Logos per il quale tutte le cose sono state create”.

L’Umanesimo quindi, evidenzia Bazzichi, si accosta esplicitamente al Cristianesimo, evidenziando il triplice bisogno che avverte la stessa Scuola Francescana:

1 – che nell’Umanesimo cristiano si considerino e si assumano come autentici i valori umani, espressi dalla natura nella sua tendenza fondamentale al bonum diffusivum sui (Il bene si diffonde), che è il riflesso dell’eterno Verbo per il quale tutte le cose sono state fatte;

2 – che nel considerare l’Umanesimo cristiano non si dimentichi la debolezza della natura umana e il bisogno di compassione e misericordia;

3 – che l’Umanesimo cristiano non potrà intendersi, ne attuarsi a scapito dell’abneget semetipsum  (rinneghi se stesso) delle beatitudini evangeliche.

L’autore del libro presenta quindi il pensiero francescano come un punto nevralgico nella storia dell’economia e della società, indicandolo nello stesso tempo come un vero proprio “paradosso”.

Perché viene fuori in una prima ricognizione una certa contraddizione di fondo? In che cosa consiste? Lo scrittore lo spiega con chiarezza riferendosi al duplice aspetto che caratterizza il francescanesimo nella sua profonda ispirazione. Da una parte l’esplicito distacco dai beni materiali che consente il cammino verso una perfezione spirituale; dall’altra la nascita della prima “scuola” socio-economica che andrà a motivare le fondamenta pratico-teoriche dell’economia di mercato.

Un nuovo cammino per il progresso sociale grazie, ricorda Bazzichi, all’opera di pensatori come Bonaventura da Bagnoregio; Pietro di Giovanni Olivi; Ugo di Digne; John Peckham; Giovanni Duns Scoto; Alessandro Bonini di Alessandra; Astesano di Asti, ecc. Nel capitolo in esame si mette in risalto come l’allontanamento dalle cose materiali e lo stare assieme alla gente diedero vita a nuove e sorprendenti, per l’epoca, condizioni spirituali, culturali e sociali. Elementi che andarono ad incidere sull’idea di economia, vista ormai come un luogo inclusivo e di partecipazione, capace di incidere profondamente a favore del bene comune.

Emerge così la modernità di un fenomeno che non utilizza il vangelo solo la domenica, ma che lo rende vivo per le strade del mondo, facendo capire che in quel “libro”, oggi tante volte usato con passività, c’è il senso alto della vita che può intervenire e “risanare” ogni relazione umana. Uno strumento non rinviabile per compiere quelle azioni necessarie al cambiamento del mondo, proiettandolo verso una redenzione urgente e liberatoria. L’economia è al centro del benessere umano. Non si può pensare ad un modello di società più giusta e più equilibrata, se non si umanizzino i mercati. Senza demonizzare alcuno diventa però fondamentale la certezza che senza Cristo al centro ogni articolazione politico-economica rischia di separare e indebolire l’umanità.

L’economia vista dal pensiero francescano è vincente perché sa parlare alla gente, quella comune e quella che ha i ruoli di governo e di alta responsabilità; perché mette in campo nuove idee; perché punta a concezioni non vessatorie rispetto al prestito del denaro, con i vantaggi che ne derivano per la comunità nel suo insieme; perché considera i buoni frutti della pace; della vera giustizia; della dignità dell’uomo; di una ricchezza non fine a se stessa, ma generata e utilizzata per il bene comune.

A chi opera in economia, in politica, nella produzione e nei vari settori finanziari, va ricordato che l’esempio e la povertà di san Francesco sono dei frutti raccolti dall’albero che è Cristo, riferimento unico della sua azione quotidiana.

Una verità questa che non va mai dimenticata. Non si può immaginare che l’uomo riesca a salvare e rilanciare l’economia, evitando di aprire la propria vita al Cristo crocifisso. Si potranno avere solo buone intenzioni e risultati approssimativi, ma che non avranno la forza di incidere con costanza e profondamente nel sistema che si vorrà cambiare.

About Egidio Chiarella

Egidio Chiarella, pubblicista-giornalista, ha fatto parte dell'Ufficio Legislativo e rapporti con il Parlamento del Ministero dell'Istruzione, a Roma. E’ stato docente di ruolo di Lettere presso vari istituti secondari di I e II grado a Lamezia Terme (Calabria). Dal 1999 al 2010 è stato anche Consigliere della Regione Calabria. Ha conseguito la laurea in Materie Letterarie con una tesi sulla Storia delle Tradizioni popolari presso l’Università degli Studi di Messina (Sicilia). E’ autore del romanzo "La nuova primavera dei giovani" e del saggio “Sui Sentieri del vecchio Gesù”, nato su ZENIT e base ideale per incontri e dibattiti in ambienti laici e religiosi. L'ultimo suo lavoro editoriale si intitola "Luci di verità In rete" Editrice Tau - Analisi di tweet sapienziali del teologo mons. Costantino Di Bruno. Conduce su Tele Padre Pio la rubrica culturale - religiosa "Troppa terra e poco cielo".

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