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Menorah and Tables of the Law on Great Synagogue or "Tempio Maggiore"

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Il Papa domani in Sinagoga: “Una tensione mediatica senza precedenti”

Fabio Perugia, portavoce della Comunità ebraica romana, illustra i dettagli della visita di domani al Tempio Maggiore. Ghetto blindato e 800 forze di sicurezza schierate nelle zone limitrofe. Oltre 300 i giornalisti accreditati

“Com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme!”. Le parole del Salmo 133 risuoneranno domani pomeriggio nella Sinagoga di Roma, dove Papa Francesco farà visita nel pomeriggio alla Comunità ebraica della Capitale, a 30 anni dallo storico incontro che tenne Giovanni Paolo II nell’aprile del 1986 e sei dalla visita di Benedetto XVI del 2010.

Proprio su quest’ultima sarà improntato l’appuntamento di domani pomeriggio che prenderà il via  alle 16 con l’arrivo del Papa in automobile. “Il cerimoniale ricalca la visita di Benedetto XVI”, spiega a ZENIT Fabio Perugia, portavoce della Comunità ebraica di Roma. In particolare, Papa Francesco si fermerà in due luoghi simbolici situati fuori dal Tempio Maggiore: “Largo 16 ottobre 1943”, luogo che ricorda la deportazione degli ebrei di Roma durante la Seconda Guerra mondiale verso i campi di sterminio nazisti. Lì Bergoglio, nel ricordo delle donne, gli uomini, i bambini e gli anziani strappati ingiustamente dalle proprie case e dalla stessa vita, deporrà una corona di fiori.

Poi si soffermerà nel piazzale “Largo Stefano Gaj Tachè”, situato all’incrocio fra Via del Tempio e Via Catalana che raggiungerà a piedi. Anch’esso un luogo legato ad un ricordo drammatico: l’uccisione del bambino ebreo di soli due anni dal commando palestinese legato al Consiglio rivoluzionario di al-Fath di Abu Nidal, durante l’attentato alla Sinagoga di Roma del 9 ottobre 1982.

Stefano fu l’unica vittima di quel “vile assalto” – come lo ha definito Mattarella durante il messaggio al Parlamento dello scorso 3 febbraio – che avvenne nel giorno in cui si celebravano contemporaneamente lo shabbat, il bar mitzvah di alcune decine di adolescenti della comunità ebraica romana e lo Shemini Atzeret, a chiusura della festa di Sukkot. Furono 37 i feriti, alcuni in modo molto grave. Un gruppo di questi incontrerà domani Papa Francesco, insieme anche alla famiglia del piccolo Stefano.

Prima dell’ingresso nel Tempio, il Papa ne visiterà i giardini. Sarà quindi accolto dal presidente della Comunità Ebraica di Roma, Ruth Dureghello, dal presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Renzo Gattegna e dal presidente della Fondazione Museo della Shoah, Mario Venezia, insieme ai vicepresidenti Claudia Fellus e Rube Della Rocca.

Quindi l’ingresso nei cancelli del Tempio, dove, sotto il colonnato, ci sarà l’abbraccio con il Rabbino Capo di Roma Riccardo Di Segni.  Una scena che, dopo Wojtyla e Toaff, Ratzinger e Pacifici, si ripete per la terza volta ma che conserva il suo sapore di storia e universalità.

Insieme, Papa e Rabbino, entreranno dentro il Tempio percorrendo il corridoio di questa suggestiva struttura che ha compiuto da poco un secolo. Una lunga passeggiata perché, per espresso desiderio del Pontefice, Francesco si fermerà a stringere la mano al maggior numero di persone possibile. Tra questi i rabbini italiani, israeliani ed europei, membri di organizzazioni ed enti che si occupano dei vari settori organizzativi ed educativi della comunità, rappresentanti dell’ebraismo mondiale e anche, molto probabilmente, ex deportati sopravvissuti alla Shoah.

Una volta seduti sopra la Tevà (la tribuna), sarà poi il momento dei discorsi ufficiali. Prima la Dureghello, poi Gattegna, Di Segni e il Papa per ultimo. Tutti i discorsi saranno intervallati da alcuni Salmi cantati dal tenore Claudio Di Segni e dal Coro del Tempio Maggiore di Roma: dal 98 Mizmor shiru l’Ad. Shir chadash, al 126 Shir ammaalot beshuv Ad fino all’Inno Ani Maamin e all’Alleluya, il Salmo 150.

A fine cerimonia, seguirà un breve colloquio privato tra il Rabbino Capo e il Santo Padre che, successivamente, si riunirà insieme ad una rappresentanza rabbinica e delle comunità ebraiche internazionali in una stampa antistante il Tempio.

Il tutto si esaurirà in un paio d’ore – l’orario di rientro previsto sono le 17.40 – sufficienti però a mettere in piedi un apparato di sicurezza che conta oltre 800 poliziotti e carabinieri schierati anche sull’isola Tiberina, affiancati da tiratori scelti, unità di pronto intervento, polizia fluviale e reparti a cavallo.

D’altronde, in un momento di forti tensioni terroristiche non si può lasciare nulla al caso. Anche fioriere, cassonetti, macchine e motorini sono stati infatti rimossi per garantire eventuali vie di fuga, e tombini sigillati e sottosuolo bonificato.

Via del Portico d’Ottavia e tutta la parte del lungotevere de’ Cenci – già strenuamente controllate ogni giorno – è già da alcuni giorni zona rossa. “Gli ordini di sicurezza della comunità ebraica di Roma e quelli dello Stato Italiano hanno lavorato tanto in queste ore e sono riusciti a mettere in piedi un piano di controlli e prevenzione curato nel minimo dettaglio”, spiega Perugia.

Ma laddove cala la tensione per la sicurezza e il rischio attentati, cresce invece quella mediatica. “C’è una tensione mediatica altissima”, afferma il portavoce della Cer, “un’attesa che ricorda quella dell’arrivo di Giovanni Paolo II in Sinagoga. Con la differenza che nel 1986 c’erano molte meno testate giornalistiche, internet quasi non esisteva, quindi oggi è un evento che mediaticamente ha una risonanza decisamente più ampia”.

Tanto che l’ufficio stampa ha dovuto bloccare il flusso di accrediti all’evento. “Abbiamo lavorato giorno e notte per curare i rapporti con la stampa. Ma alla fine, mercoledì sera, abbiamo dovuto chiudere gli accrediti per l’eccessiva quantità di richieste. Avevamo sfiorato, anzi abbiamo sfondato il tetto dei 300 accreditati, e ne avremmo avuti molti di più se non ci fossimo fermati”, spiega Fabio Perugia. “Ovviamente – aggiunge – saranno poi i significati e le parole a decidere che tipo di evento sarà. Ma per ora l’attesa mediatica è senza precedenti”.

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