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Civil unions between homosexuals

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Giuristi contro le unioni civili

Appello lanciato dal “Centro studi Livatino” poiché il ddl Cirinnà susciterebbe “mortificazione e danni, anzitutto a donne e a bambini”. Nei giorni scorsi un testo di segno opposto, firmato da Magistratura Democratica

Il dibattito sul ddl Cirinnà, la cui discussione in Senato è slittata al 28 gennaio, è diventato anche un duello in punta di diritto. Una legge che andrebbe a rivoluzionare il diritto di famiglia e l’attuale legislazione sull’adozione, del resto, non può che attirare l’attenzione di chi quotidianamente mastica materie giuridiche.

Sono due gli appelli, di segno opposto, che sono stati diffusi negli ultimi giorni. Il primo reca la firma di Magistratura Democratica e dei circoli dell’accademia giuridica che affondano le proprie radici nell’area politica a tinta rossa, dal Pci al Pd passando per l’estremismo di Potere Operaio. Circa 400 i firmatari, tra cui nomi noti come Vladimiro Zagrebelsky (già giudice della Corte europea dei diritti umani), il filosofo del diritto Luigi Ferrajoli, Marco Gattuso (giudice che dirige il portale giuridico Articolo29, il quale si occupa della questione “dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere”).

Questi giuristi di matrice progressista sollecitano il Parlamento ad approvare il ddl Cirinnà. In particolare, essi ritengono importante l’approvazione della tanto discussa stepchild adoption, la quale consentirebbe al membro di una coppia (anche omosessuale) di adottare il figlio biologico del proprio compagno.

I giuristi, in ragione del fatto che esistono già coppie omosessuali che convivono insieme a minori figli di uno dei due componenti, rilevano che il riconoscimento giuridico della relazione anche nei confronti dell’altro genitore assicura al bambino i diritti di cura, di mantenimento, ereditari ed evita conseguenze drammatiche in caso di separazione o intervenuta incapacità o morte del genitore biologico”.

L’appello delle toghe a favore del “sì” alle unioni civili ha trovato ampio spazio sui media italiani, specialmente su quelli di tendenza progressista. Dall’altra parte, qualcuno ha interpretato il gesto come un’ingerenza del potere giuridico su quello legislativo. Un gesto, insomma, che andrebbe a scardinare la separazione dei poteri, principio fondamentale in uno stato di diritto.

Fa da contraltare, tuttavia, un secondo appello, successivo a quello che porta anche la firma di Magistratura Democratica. Sottoscritto da un gruppo di un centinaio di magistrati, avvocati, docenti universitari di materie giuridiche, notai, e partito dal “Centro studi Livatino”, il documento stigmatizza il ddl Cirinnà, ascrivendolo nell’alveo di quelle leggi “ostili alla dignità della persona, all’interesse del minore, al bene delle comunità familiari, al futuro dell’Italia”.

La critica – mossa tra gli altri dal giudice costituzionale emerito Paolo Maddalena, da docenti universitari come Mauro Paladini, Filippo Vari, da magistrati come Mario Cicala, Giacomo Rocchi, Domenico Airoma, Alfredo Mantovano, di avvocati esperti in diritto di famiglia come Anna Maria Panfili – si snoda attraverso quattro punti.

In primo luogo, viene sfatata la diceria secondo cui una legge sulle unioni civili servirebbe a riconoscere diritti civili a chi ne è oggi privato. “L’ordinamento già riconosce in modo ampio diritti individuali ai componenti di una unione omosessuale”, si legge. Pertanto, il vero obiettivo del ddl Cirinnà sarebbe quello di legalizzare il matrimonio omosessuale chiamandolo però con un altro nome. Il ddl in questione – infatti – “riprende alla lettera le formule che il codice civile adopera per disciplinare l’unione fra coniugi”.

Al contrario di quanto affermano i loro colleghi di Magistratura Democratica, i giuristi che si oppongono al ddl Cirinnà rilevano inoltre come esso possa essere dannoso nei confronti dei bambini. Essi affermano che “la crescita di un minore all’interno in una coppia omosessuale viene fatta equivalere a quella in una coppia eterosessuale, e il bambino è privato dal legislatore della varietà delle figure educative derivanti dal sesso diverso dei genitori”.

Per questo, si ritiene inaccettabile la stepchild adoption. Ma altrettanto iniqua viene considerata anche l’ipotesi dell’affido rafforzato, “cioè la trasformazione dell’affido in una adozione rispetto alla quale il decorso del tempo può far giungere a una sistemazione definitiva nella ‘famiglia’ di destinazione”. Si legge infatti che “affido e adozione rispondono a logiche differenti e perseguono obiettivi non sovrapponibili”, entrambi con riferimento all’interesse del bambino: “nell’affido è una momentanea difficoltà della famiglia originaria, nell’adozione la stato di abbandono del minore”.

Infine, i firmatari dell’appello spostano i riflettori su uno degli aspetti più delicati: lo sdoganamento dell’utero in affitto, definito “una delle forme contemporanee di sfruttamento e di umiliazione della donna più gravi, ostile a quel rispetto della persona che è cardine del nostro ordinamento”. Del resto, una volta approvata lastepchild adoption, un omosessuale potrebbe recarsi all’estero, dove l’utero in affitto è legale, ottenere in questo modo un figlio, tornare in Italia e farlo riconoscere figlio biologico proprio e figlio adottivo del proprio compagno.

“Col pretesto di ampliare il novero dei ‘diritti’ in realtà l’approvazione del ddl moltiplicherebbe mortificazione e danni, anzitutto alle donne e ai bambini”, riflettono dunque i giuristi contrari alle unioni civili. I quali chiedono al legislatore di mettere da parte il testo della Cirinnà e di preoccuparsi di promuovere la famiglia e di favorire la maternità, data la “crisi demografica e di tenuta del corpo sociale”.

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