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Incontro Privato Muslim Council of Elders - Foto © Servizio Fotografico - Vatican Media

Andrea Tornielli: “L’islam che vuole il dialogo esiste, mai rispondere all’odio con l’odio”

Andrea Tornielli, ospite all’incontro di Amman su media e verità: “educare i lettori con un’informazione buona”

E’ importante promuovere un’informazione vera, professionale, fatta non di odio e di semplificazioni ideologiche, per il dialogo tra popoli e religioni: ad affermarlo da Amman è Andrea Tornielli, direttore editoriale del Dicastero vaticano per la comunicazione e uomo di fiducia di papa Francesco nel rapporto con il mondo dell’informazione.

Nella capitale giordana è iniziato ieri un grande incontro, con conclusione prevista giovedì, su “Media e loro ruolo nel difendere la verità”, nella prospettiva del dialogo tra popoli religioni in Medioriente. L’incontro è promosso dal Consiglio dei patriarchi cattolici dell’Oriente, dal “Catholic Centre for Studies and Media” della Giordania, con la collaborazione della “Piattaforma per il dialogo e la cooperazione tra leader religiosi e istituzioni del mondo arabo” e Ufficio giordano del turismo.

La corrispondente vaticana di Zenit Deborah Castellano Lubov è ad Amman per intervenire alla conferenza durante la sessione su “Media e verità, quale relazione?”.

Papa Francesco visitò la Giordania (dove si trova il sito del battesimo di Gesù) nel 2014, durante il viaggio in Terrasanta sulle orme di Benedetto XVI (2009) e san Giovanni Paolo II (2000). La Giordania, a larga maggioranza islamica, dove i cattolici sono meno dell’1% della popolazione, ha fama di paese pacifico e tollerante, nello schacchiere mediorientale, nei confronti delle minoranze religiose.

Di seguito l’intervista esclusiva di Zenit ad Andrea Tornielli da Amman.

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Andrea Tornielli, qual è il significato di questo incontro di Amman, a cui prende parte anche lei in qualità di direttore editoriale del Dicastero vaticano per la comunicazione?

E’ un incontro importante non solo perché ad organizzarlo sono i cristiani del Medioriente, ma soprattutto perché il suo scopo è promuovere il dialogo, un’informazione fatta non di odio, di scontro tra credenti di diverse fedi, e soprattutto per contrastare il fenomeno delle fake news. Ci sono molti problemi, in tanti paesi del Medioriente ovviamente, a causa del controllo esercitato sull’informazione ma anche perché, in Medioriente come in tutto il mondo, ci sono gruppi che usano i social media per cercare di manipolare l’informazione.

E come si contrasta questo fenomeno?

Io sono convinto che la risposta non può essere mai una risposta legislativa, fatta cioè di leggi che bloccano la libertà delle persone. La risposta può essere solo l’educazione. All’odio non si risponde con altro odio. Le critiche invece si possono discutere, si critica quando non si è d’accordo, ma quando ci sono attacchi fondati sull’odio e sulla malafede non si può rispondere scendendo sullo stesso livello. Bisogna educare i lettori con una informazione buona, che vuol dire informazione professionale, che tenga conto della verità, cerchi di comunicare la verità, e che riesca a spiegare il contesto in cui si colloca una notizia. Quello che manca oggi in tanta informazione veicolata dai social media è il contesto, cioè la storia precedente la notizia, dare conto di cosa è accaduto veramente, di cose è stato affermato davvero…

Come ho detto stamattina, nel mio intervento, se un comunicatore riesce anche a informare sul contesto di una notizia, allora fa un un buon servizio di informazione. Oggi invece manca troppo spesso il contesto entro cui collocare una notizia e purtroppo manca spesso anche un’informazione professionale. Il motivo sta anche nel fatto che i giornalisti oggi devono svolgere ruoli diversi ed esser tempestivi. Ma ci vuole anche il tempo di informarsi, leggere, pensare…

Il 4 febbraio ad Abu Dhabi il grande imam di Al Ahzar Al Tayeb e papa Francesco firmarono una storica dichiarazione comune sulla fratellanza umana. condannando l’estremismo religioso… Diresti che anche qui ad Amman si respira l’atmosfera di quell’incontro?

Sì, mi sembra proprio di sì, anche perché l’esperienza della Giordania è un’esperienza positiva di dialogo tra cristiani e musulmani. Lo spirito è quello di combattere l’odio, l’estremismo, il fanatismo e sforzarsi invece di dialogare. E dialogare non significa rinunciare ai propri principi, alla propria identità, ma significa riconoscere l’altro, riconoscere che anche l’altro può compiere passi avanti…

Della dichiarazione di Abu Dhabi di quale punto in particolare sottolineeresti l’importanza?

Il punto interessante di Abu Dhabi è che per la prima volta c’è un impegno forte preso da una autorità islamica di camminare in una certa direzione. Qualcuno potrebbe chiedersi: “basterà?”. No, certo! “Quella autorità è riconosciuta da tutto il mondo islamico?”. No… però è così che un cammino comincia. E credo che allacciare rapporti umani, personali, è sempre un passo positivo, per riconoscerci fratelli e per non dover odiarci l’un l’altro a motivo della fede.

Quali sono oggi le speranze di Francesco, secondo te, attorno a quel documento? In quali frutti concreti spera il Papa? Quali apprezzerebbe di più, dopo quella firma storica?

Io credo che la speranza del Papa, dopo la firma del documento di Abu Dhabi, è riuscire a mostrare e rendere evidente che esiste un islam che vuole dialogare, impegnarsi nel rispetto dei diritti umani e anche impegnarsi a fare passi avanti concreti, rispetto alla propria storia, alla propria tradizione, passi significativi!

Per esempio, mi hanno molto colpito i passaggi della dichiarazione sulla dignità della donna… davvero interessanti. Ecco, la grande speranza di Francesco, io credo, è che quelle parole si trasformino a poco a poco in fatti.

Qual è allora la verità sull’islam che dovrebbe trovare spazio nei mezzi di comunicazione?

La verità è che esiste un islam che dialoga e col quale si può costruire una convivenza pacifica. E’ vero che già ci sono tante storie di buona convivenza, bisogna solo conoscerle e bisogna raccontarle. Questo non per dimenticare le brutture che accadono per colpa del fanatismo, ma per far vedere che la realtà non è tutta uguale, è complessa. E quando parlo di complessità del reale intendo che dobbiamo essere in grado di capire cosa sta avvenendo dentro l’islam. Il vero “campo di battaglia” oggi è dentro il campo musulmano, nello scontro tra sciiti e sunniti, nei grandi movimenti che osserviamo a livello internazionale… Mai dare spazio a semplificazioni ideologiche come quelle del Daesh, tipo lo scontro finale in atto tra islam e crociati… non è così!

Qui ad Amman si respire un tale clima che sembra scontato incontrarsi del genere tra musulmani e cristiani…

Bisogna moltiplicarle, queste occasioni di incontro. L’ultima volta che ero stato ad Amman era tre anni fa, perché era stato tradotto in arabo il mio libro – intervista a papa Francesco “Il nome di Dio è misericordia”. Lo presentammo qui in Giordania ed era presente il grande Imam della Moschea di Amman, che fece un saluto. Poi parlammo di misericordia con una teologa della facoltà islamica… Mi colpì molto, davvero, dialogare attorno ad un tema come la misericordia di Dio che è considerato comune, perché anche i musulmani parlano di Dio onnipotente e misericordioso. E’ vero che la Giordania è un luogo dove questo dialogo è possibile, mentre purtroppo in tanti luoghi il fanatismo fa passi avanti… ecco perciò l’importanza di incontri come Abu Dhabi e come questo!

About Deborah Castellano Lubov

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