Mons. Francesco Follo - Foto © Servizio Fotografico-L'Osservatore Romano

Mons. Follo: La Santa Famiglia: luogo dove l’amore è sempre dono

Domenica fra l’ottava di Natale – La Santa Famiglia di Nazareth – anno A – 29 dicembre 2019

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La Santa Famiglia: luogo dove l’amore è sempre dono.

Domenica fra l’ottava di Natale – La Santa Famiglia di Nazareth – anno A – 29 dicembre 2019

 

Sir 3, 3-7.14-17a; Col 3, 12-21; Sal 127; Mt 2, 13-15. 19-23

 

1) Lo straordinario diventa quotidiano e ci insegna a rendere il qu otidiano straordinario. 

Poco meno di una settimana fa, abbiamo celebrato la straordinaria eccezionalità della nascita di Gesù Cristo. Oggi, la Liturgia ci fa celebrare la festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, per aiutarci a vivere il quotidiano in modo straordinario. Il modo di rendere “eroico” (parola che vorrei sia capita e usata come sinonimo di “santo” è di mettersi alla scuola della Famiglia di Nazareth, meditando sui tre componenti di questo “vero” (altro aggettivo che si dovrebbe usare come sinonimo di “santo”) nucleo familiare.

Cominciamo da Giuseppe, discedente di Davide, uomo giusto. Anche grazie a Lui  “il mistero dell’Incarnazione e quello della Santa Famiglia sono inscritti profondamente nell’amore sponsale dell’uomo e della donna e indirettamente nella genealogia di ogni famiglia umana” (San Giovanni Paolo II).

Nel Vangelo di Matteo è Giuseppe a ricevere attraverso l’angelo la volotnà di Dio  e a realizzarla. Giuseppe è  il vero (nel senso di autentico, di legale e di santo) capo della famiglia. Il vangelo ce lo presenta sempre come l’uomo obbediente e silenzioso. “Uno che non predica, non parla, ma cerca di fare la volontà di Dio; e la compie nello stile del Vangelo e delle Beatitudini: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3)”(Papa Francesco 22 dicembre 2019).. Fa quanto gli viene indicato. La sua non è obbedienza servile, ma scelta libera, coraggiosa e responsabile, non priva di rischi, di pericoli e di dubbi e della paura dell’incognito. San Giuseppe è ben consapevole che le persone  affidate a lui, il Custode della Redenzione, non sono sua proprietà. Gesù e Maria  appartengono a Dio. Ma gli sono affidati perché ne abbia cura, li protegga e li custodisca. E questo uomo giusto adempie  questo compito con amore fedele, confidando totalemente e solamente in Dio, e sacrificando le proprie legittime aspirazioni personali. La sua obbedienza a Dio è pienamente libera e lieta grazie alla  gioia del dono. E’ donando che si riceve. Giuseppe l’ha ben capito e per amore di Maria e Gesù è disposto a pagare qualunque prezzo. Giuseppe è l’uomo che sa tradurre l’obbedienza a Dio in canto d’amore e di libertà.

Rivolgiamo ora gli occhi del cuore a Maria. Il vangelo di Matteo ci presenta la Madre di Gesù  come mamma  silenziosa e, nel contempo, sempre attenta, vigile, premurosa. Quelle parole ripetute “il bambino e sua madre” ci dicono che Maria era sempre accanto a Gesù.  Maria è il terreno fecondo che ha accolto il Figlio di Dio. Come Vergine Madre, lei ha un rapporto del tutto speciale con quel bambino, che è il suo Dio. Un materno rapporto d’amore che è una spada che trafigge. Che questo amore sia come una spada fu rivelato a lei dal profeta Simeone il giorno della presentazione di Gesù al Tempio: “Una spada ti trafiggerà l’anima”.

L’amore è una spada e Cristo è stato per sua Madre una spada ancor prima di nascere. Chi non ricorda questo dramma evocato all’inizio del Vangelo di Matteo, questo dramma dell’amore umano, questo grande dramma del silenzio infinito che seguì l’annuncio che dopo avere ricevuto il “sì” di Maria l’Angelo la lasciò sola nella sua modesta casa a Nazareth, nel silenzio. E la Madonna non può che restare racchiusa nel suo silenzio, perché il segreto che lei porta in sè, è il segreto di Dio. La Vergine di Nazaret è diventata, infatti, la “Madre di Dio”.

“Pertanto, in Maria, Madre di Dio, ogni donna vede specchiato il suo volto. In lei vede realizzata la sua perfezione, la perfezione di ciò «che è caratteristico della donna», di ‘ciò che è femminile'” )San Giovanni di Dio). Un modo speciale di amare e di essere amata da Dio, una vocazione che la donna realizza sia nella verginità che nella maternità. Maria è Madre di Dio senza cessare di essere serva, è vicina al figlio e con fede e con amore lo ama, non solo come figlio, ma come il suo Dio. Senza esaurirne il mistero, Maria è sempre accanto al figlio. Lo vede bambino con gli occhi, lo contempla Dio nel suo cuore. E tutto questo anche per lei avviene nella sofferenza della paura e nel dolore dell’esilio. Nel calore di questo amore umano e soprannaturale, Maria vive anche la sua relazione di sposa con Giuseppe. Un rapporto speciale, certo, ma sempre profondamente umano, fatto di sguardi, di delicatezze, di silenzi, di tanto amore. Maria fa quello che le dice Giuseppe, senza tergiversare. Nel vangelo di Matteo, la volontà di Dio le si manifesta attraverso il rapporto di comunione con lo sposo. Una espressione di questa relazione profonda tra i due la leggiamo nel Vangelo di Luca, quando Maria dice a Gesù: “Tuo padre ed io addolorati ti cercavamo”. E’ nel dolore che si raffinano e si consolidano i sentimenti.

 

2) GESU’ guardato da Maria, da Giuseppe e da ciascuno di noi.

Guardiamo, ora, Gesù con gli occhi di Maria e di Giuseppe.

Stretti l’uno all’altra, Maria e Giuseppe guardano sorridenti e pensosi  Gesù: è un bambino fragile, ma stupendo, come è ogni bambino per i suoi genitori. In quella fragilità, che fa tenerezza, intravedono il mistero della tenerezza di Dio. Gesù è nel cuore della storia del suo popolo; è una presenza stupenda, ma inquietante; è “segno di contraddizione” che trafigge il cuore con la spada dell’amore che di dona. Esige una scelta radicale.

Nella ferialità concreta della vicenda sponsale di Maria e di Giuseppe cresce il mistero. I loro colloqui si fanno  intensi e carichi di stupore. Maria comunica a Giuseppe ciò che il suo cuore di madre le suggerisce; Giuseppe partecipa a Maria ciò che gli sembra di intuire.

Come nel presepe, lo sguardo di fede ci fa abbracciare insieme il Bimbo divino e le persone che gli sono accanto: la sua Madre Santissima, e Giuseppe, il suo padre putativo. Quale luce si sprigiona da questa “icona di gruppo” del Santo Natale! Luce di misericordia e di salvezza per il mondo intero, luce di verità per ogni uomo, per la famiglia umana e per le singole famiglie. Com’è bello per i coniugi rispecchiarsi nella Vergine Maria e nel suo sposo Giuseppe.

Anche noi ora contempliamo la Santa Famiglia, per gustare il dono dell’intimità familiare, che ci springead offrire calore umano e concreta solidarietà in quelle situazioni, purtroppo numerose, in cui, per vari motivi manca la pace, manca l’armonia, manca, in una parola, la “famiglia”.

“Con l’Incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, … ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria Vergine, Egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato” (Gaudium et spes, 22(.

San Matteo si sofferma sulle insidie tramate da Erode. Gesù è nato bambino, ha vissuto da bambino. E’ fuggito davanti alla violenza dei potenti. Ha trascorso gran parte della sua vita nel nascondimento di Nazaret, “sottomesso”  (Lc 2,51) come « Figlio dell’uomo » a Maria, sua Madre, e a Giuseppe, il falegname. Anche Gesù ha accolto la missione che il Padre celeste gli confidava. Egli si è fatto piccolo ed obbediente.

 

 3) Famiglia e verginità

La Famiglia di Nazareth è Santa perché tutti i suoi componenti sono accomunati dal desiderio di essere fedeli a Dio, di vivere la sua parola, di cercare la sua volontà e di metterla in pratica. «Per misterioso disegno di Dio, in essa è vissuto nascosto per lunghi anni il Figlio di Dio: essa è dunque prototipo ed esempio di tutte le famiglie cristiane. E’ quella Famiglia, unica al mondo, che ha trascorso un’esistenza anonima e silenziosa in un piccolo paese della Terra Santa; che è stata provata dalla povertà, dalla persecuzione, dall’esilio; che ha glorificato Dio in modo incomparabilmente alto e puro. Essa non mancherà di assistere le famiglie cristiane, anzi tutte le famiglie del mondo, nella fedeltà ai loro doveri quotidiani, nel sopportare le ansie e le tribolazioni della vita, nella generosa apertura verso le necessità degli altri, nell’adempimento gioioso del piano di Dio nei loro riguardi» (Familiaris Consortio, 86).

Maria, vera sposa di Giuseppe, visse il suo amore sponsala in modo sempre vergine e casto quindi è, secondo me, giusto affermare che come a guidare Maria verso l’ideale della verginità è stata un’ispirazione eccezionale di quello stesso Spirito Santo così, nel corso della storia della Chiesa, spingerà tante donne sulla via della consacrazione verginale.

La presenza singolare della grazia nella vita di Maria, porta a concludere per un impegno della giovane nella verginità. Colma di doni eccezionali del Signore dall’inizio della sua esistenza, ella è orientata ad una dedizione di tutta se stessa – anima e corpo – a Dio nell’offerta verginale.

Inoltre, l’aspirazione alla vita verginale era in armonia con quella “povertà” dinanzi a Dio, a cui l’Antico Testamento attribuisce un grande valore. Impegnandosi pienamente in questa via, Maria rinuncia anche alla maternità, ricchezza personale della donna, tanto apprezzata in Israele. In tal modo “Ella primeggia tra gli uomini e i poveri del Signore, i quali con fiducia attendono e ricevono da lui la salvezza” (LG 55). Ma, presentandosi a Dio come povera, e mirando ad una fecondità solo spirituale, frutto dell’amore divino, al momento dell’Annunciazione Maria scopre che la sua povertà è trasformata dal Signore in ricchezza: Ella sarà la Madre Vergine del Figlio dell’Altissimo. Più tardi scoprirà anche che la sua maternità è destinata ad estendersi a tutti gli uomini che il Figlio è venuto a salvare (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, 501).

 

 

Lettura Patristica

San Giovanni  Crisostomo

In Matth. 8, 2 s.; 9, 2; 5, 1

 

 

 L’insegnamento della fuga in Egitto.

Noi dobbiamo aspettarci sin dai primi giorni della nostra vita tentazioni e pericoli. Considerate, infatti, che subito, sin dalla culla, è accaduto ciò a Gesù. Era appena nato, che già il furore del tiranno si scatenò contro di lui e lo costrinse a trasferirsi per cercare scampo in un luogo d’esilio, e sua madre, così pura e innocente, fu costretta con lui a fuggire in un paese di stranieri. Questo comportamento di Dio vi mostra che, quando avete l’onore di essere impegnati in qualche ministero o servizio spirituale e vi vedete circondati da infiniti pericoli e costretti a sopportare crudeli sventure, non dovete turbarvi, né dovete dire a voi stessi: Per quale ragione sono così maltrattato, io che mi aspettavo una corona, elogi, la gloria, brillanti ricompense, avendo compiuto la volontà di Dio? Questo esempio vi spinga, dunque, a sopportare fermamente le disgrazie e vi faccia conoscere che, di solito, è questa la sorte degli uomini spirituali: avere, cioè, come inseparabili compagne, le prove e le tribolazioni. Osservate appunto quanto capitò non soltanto alla madre di Gesù, ma anche ai Magi. Costoro si ritirano segretamente come dei fuggiaschi, e la Vergine, che non era solita uscire dalla sua casa, è costretta a fare un cammino quanto mai lungo e faticoso, a causa di quella straordinaria e sorprendente nascita spirituale.

Ammirate ancora il meraviglioso avvenimento! La Palestina perseguita Gesù Cristo e l’Egitto lo accoglie e lo salva dai suoi persecutori. Questo mostra all’evidenza che Dio non ha soltanto tracciato i tipi e le figure dell’avvenire nei figli del patriarca, ma anche in Gesù stesso…

L’angelo, dunque, apparve non a Maria, ma a Giuseppe e gli disse: «Levati, prendi il bambino e sua madre». Non disse più, come aveva detto prima, «prendi la tua sposa», ma «prendi sua madre», perché ormai, dopo la nascita, Giuseppe non nutriva più alcun dubbio, e credeva fermamente alla verità del mistero. L’angelo gli parla, dunque, con maggiore libertà, senza chiamare Gesù «suo figlio» e Maria «sua sposa», ma dicendo: «Prendi il bambino e sua madre, e fuggì in Egitto». E gli spiega anche la ragione della fuga, aggiungendo: “Perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo” (Mt 2,13).

Giuseppe, ascoltando queste parole, non rimase negativamente impressionato. Non disse all’angelo che quella fuga gli sembrava enigmatica, dato che poco tempo prima lo stesso angelo gli aveva detto che il bambino avrebbe dovuto salvare il suo popolo, mentre ora sembrava non essere neppure capace di salvare se stesso. Quella fuga, quel viaggio e quella lunga emigrazione non erano forse in contraddizione con la promessa che l’angelo medesimo gli aveva fatto? Ma Giuseppe non disse niente di tutto questo, perch‚ era un uomo di fede. Non si dimostrò neppure curioso di conoscere il tempo del ritorno, poiché l’angelo non gliel’aveva affatto precisato, avendogli detto genericamente: «Resta colà, fino a che io non te lo dica». Al contrario, Giuseppe dimostra vivo zelo: ascolta, obbedisce (Mt 2,14) e sopporta con gioia tutte le prove.

Dio, nella sua bontà, mescola, in queste circostanze, la gioia e il dolore. Così egli è solito agire con tutti i santi. Non li lascia sempre nel pericolo o sempre nella sicurezza, ma ordina la vita degli uomini giusti a mo’ di una trama, in cui si intrecciano gioie e dolori. E proprio così si comportava con Giuseppe. Vi prego di osservare e di riflettere. Giuseppe si accorge che Maria è incinta e subito è colto da turbamento e da una grande angoscia, sospettando che la Vergine abbia commesso adulterio: ma l’angelo interviene immediatamente, sciogliendo ogni sospetto e liberandolo da ogni timore. Poi il bambino nasce e Giuseppe ne è estremamente felice: ma alla sua gioia fa seguito subito un nuovo dolore, perch‚ sente che tutta la città turbata e il re, in preda a un vivo furore, ricercano con ogni mezzo il bambino. Questa pena è temperata dalla gioia ch’egli prova alla vista della stella e dell’adorazione dei Magi: ma, ancora una volta, la gioia si muta in ansia e paura, quando l’angelo gli dice che «Erode sta cercando il bambino per ucciderlo» e gli ingiunge di fuggire e di emigrare.

Sta di fatto che Gesù doveva allora comportarsi in modo del tutto umano. Il tempo di compiere miracoli non era ancora venuto. Se avesse così presto cominciato a far prodigi, nessuno avrebbe creduto che era un uomo. Per questo motivo, egli non viene al mondo d’improvviso: come un uomo è dapprima concepito, poi resta nove mesi nel seno di Maria, nasce, si nutre con il latte materno, vive per molto tempo una vita ritirata, aspettando di divenire uomo adulto con il passar degli anni, in modo che questo suo comportamento convinca tutti a credere alla verità della sua incarnazione…

Dunque l’angelo ordina loro, al ritorno dall’Egitto, di andare a stabilirsi nel loro paese. Anche questo accade con un preciso disegno, cioè “affinché si adempisse” – dice il Vangelo – “ciò che era stato detto dai profeti: Egli sarà chiamato Nazareno” (Mt 2,23)

Del resto, proprio perché lo predissero i profeti, gli apostoli spesso chiamarono Cristo «Nazareno» (Is 11,1).

Questo fatto, allora, rendeva oscura e non facilmente comprensibile la profezia relativa a Betlemme? Niente affatto. Ché, proprio questo doveva, al contrario, stimolare la loro curiosità e spingerli a indagare su quanto era stato detto di lui nelle profezie. Come si sa, fu il nome di Nazaret che spinse Natanaele a informarsi su Gesù Cristo, da cui si recò dopo aver detto: “E può venire qualcosa di buono da Nazaret?” (Jn 1,46). Nazaret era, infatti, un villaggio di nessun conto, come del resto pochissima importanza aveva tutta la regione della Galilea. Per ciò i farisei dissero a Nicodemo: Ricerca bene e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea (Jn 7,52). Tuttavia, Cristo non si vergognò di prender nome da questa patria, per mostrarci che non aveva affatto bisogno di ciò che gli uomini ritengono importante. Egli scelse i suoi apostoli proprio in Galilea, paese disprezzato dai Giudei, per togliere ogni scusa ai pigri e far loro vedere che non occorre niente di tutto quanto è esteriore, se essi si applicano con zelo alla virtù. Sempre per questo motivo il Figlio di Dio non volle affatto una casa sua: “Il Figliolo dell’uomo non ha dove posare il capo“, egli dice (Lc 9,58). Per questa ragione fugge quando Erode vuole ucciderlo; appena nato viene deposto in una mangiatoia e rimane in una stalla; si sceglie anche una madre povera: ed ha fatto tutto ciò per abituarci a non arrossire di queste cose, per insegnarci, insomma, fin dal suo ingresso in questo mondo, a calpestare sotto i piedi il lusso e l’orgoglio del mondo e a non ricercare altro che la virtù…

Non restiamo, dunque, ad aspettare oziosamente l’aiuto degli altri. È certo che le preghiere dei santi hanno molta efficacia, ma solo quando noi mutiamo condotta e diventiamo migliori…

Insomma, se noi siamo pigri e negligenti, neppure gli altri ci potranno soccorrere: ma se vegliamo su noi stessi, da noi medesimi ci soccorreremo e lo faremo molto meglio di quanto potrebbero farlo gli altri. Dio preferisce accordare la sua grazia direttamente a noi, piuttosto che ad altri per noi, perché lo zelo che poniamo nel cercare di allontanare la sua collera ci spinge ad agire con fiducia e a diventare migliori di quel che siamo. Per questo il Signore fu misericordioso con la cananea e così egli salvò la Maddalena e il ladrone, senza che alcun mediatore fosse intervenuto a favore.

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Mons. Francesco Follo è Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’UNESCO a Parigi.

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Archbishop Francesco Follo

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