Libertà e qualità educativa nella Scuola paritaria (Seconda parte)

Suor Anna Monia Alfieri spiega i benefici della scuola paritaria per formare una generazione di persone grandi nella conoscenza e nell’anima

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Di seguito la seconda parte dell’intervista di ZENIT a Suor Anna Monia Alfieri una delle persone più competenti sui temi di formazione e Scuola paritaria. La prima parte dell’intervista è stata pubblicata ieri.
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Lei sostiene che c’è una disparità di trattamento tra la scuola pubblica paritaria e la pubblica statale, e che questa disparità riduce la libertà delle famiglie, discrimina gli alunni sulla parità di accesso e penalizza economicamente tutti i soggetti che scelgono la scuola pubblica paritaria. Ci può spiegare?
Certamente. Se noi osserviamo la realtà italiana, cosa vediamo? Prendiamo il caso di una famiglia che ha un figlio in terza secondaria di 1° gr e che, pertanto, ha davanti a sé la scelta della scuola superiore: il ragazzo vorrebbe frequentare, poniamo, il liceo classico. Nel quartiere ci sono due licei classici: uno statale e uno paritario, entrambi funzionanti al meglio. Se la famiglia del ragazzo gode di buone condizioni economiche può realmente scegliere ma, al contrario, se si trova in difficoltà, non può scegliere: manderà il figlio nella scuola pubblica statale, anche se avrebbe desiderato mandare il figlio nella scuola pubblica paritaria, per una condivisione del progetto educativo. Questo esempio consente di capire la mancanza di libertà che si fa più dolorosa quando la scuola statale presenta difficoltà e il genitore è costretto, nonostante quelle difficoltà, a mandarvi il figlio.
Voglio precisare che non ho alcun pregiudizio nei confronti della scuola pubblica statale all’interno della quale io stessa mi sono formata, anzi! Come cittadina italiana pago le tasse e pretendo che il denaro dei contribuenti venga impiegato per il funzionamento dei servizi. Ma quando questo, per svariati motivi, non avviene? Spesso i presidi delle scuole dell’Ente che rappresento mi raccontano i casi di famiglie che chiedono di iscrivere i loro figli nelle nostre scuole facendo sacrifici per pagare la retta. E allora, ovviamente, si interviene con borse di studio e ogni sorta di agevolazione. Ma io dico: il sistema è ingiusto! Ci dicono che le scuole paritarie sono per i ricchi che possono pagare le rette: ovvio, se la situazione è questa!
Quanto vorrei  che le nostre scuole fossero scelte liberamente da tutti, dai medici, dagli operai, dai figli dei portinai, da tutti, sulla base della condivisione del progetto educativo.  A volte mi viene in mente quella parabola del Vangelo in cui il padrone scende per le strade a invitare i poveri, gli storpi e gli zoppi al banchetto che ha preparato. Ecco noi vogliamo avere tutti, ma questo sistema iniquo non ce lo consente e i poveri, gli storpi e gli zoppi possono essere accolti solo grazie a un sistema di borse di studio e di agevolazioni frutto di attente politiche economiche degli Entri gestori. Per non parlare poi dei docenti che, a parità di titoli, ricevono uno stipendio inferiore rispetto ai colleghi della scuola statale. E quando lo Stato chiama, anche loro non possono scegliere liberamente se rimanere nella scuola paritaria o andare nella scuola statale, perché la scelta non è libera, soprattutto per chi ha famiglia. E ho ben presenti le lacrime di tanti colleghi costretti ad accettare il posto nello Stato, così come ho bene presenti tanti presidi che dicono che i docenti abituati a lavorare nelle scuole paritarie fanno davvero la differenza nella  scuola statale che li riceve …
Altro aspetto, a dir poco paradossale, è che, se lo Stato finanziasse le famiglie -noti bene: le famiglie, non i gestori – risparmierebbe nelle spese di mantenimento del sistema di istruzione.  Guardiamo, a titolo di esempio, i  dati della popolazione di studenti censiti in Italia nel 2009: 7.843.146 iscritti alle statali e 1.064.956 alle paritarie; la spesa sostenuta dallo Stato per le prime è di 54 miliardi e 648 milioni di euro, il contributo per le paritarie di 521 milioni. Paradossale, non le sembra? Adottare l’esperienza della sanità anche nel settore della scuola pubblica, statale e non statale, significa stabilire un costo standard di sostenibilità. Non uguale per tutti, naturalmente. Le variabili sono molte: il grado (infanzia, primaria, secondaria eccetera), il tipo (licei, istituti tecnici, eccetera), la presenza di alunni diversamente abili…
Il costo standard di sostenibilità  per allievo è uno strumento che, oltre a far risparmiare, produrrebbe ulteriori vantaggi al sistema nazionale di istruzione: un positivo e necessario confronto tra le scuole che diverrebbero realmente autonome sotto lo sguardo garante dello Stato; la possibilità di scegliere, per la famiglia, fra buona scuola pubblica statale e buona scuola pubblica paritaria; l’innalzamento del livello di qualità del sistema scolastico italiano con la naturale fine dei diplomifici; la valorizzazione dei docenti e il riconoscimento del merito; l’abbassamento dei costi e la destinazione delle economie ad altri scopi.
Ci sono esempi virtuosi in altri paesi che potrebbero indicare una soluzione anche per la situazione italiana?
Consideri che la situazione che le ho appena descritto in Europa caratterizza solo Italia e Grecia … Non dovrei aggiungere altro. Tutti gli altri Paesi europei garantiscono la libertà di scelta alle famiglie, così come la Comunità Europea ha richiesto due volte all’Italia e così come la nostra Costituzione aveva stabilito nel 1948. L’ennesimo paradosso: l’Italia sancisce nella Carta costituzionale un principio in grande anticipo rispetto agli  altri Paesi. Gli altri Paesi arrivano dopo, lo legiferano, lo garantiscono nei fatti. L’Italia lo ha solo legiferato ma non lo ha ancora garantito: se non è un paradosso questo! La logica aristotelica inorridisce!
Altro paradosso: la laicissima Francia costituisce un modello nel campo che ci riguarda. La libertà di scelta è garantita alle famiglie dallo Stato, i docenti possono scegliere liberamente (cioè a parità di stipendio) se insegnare nella scuola statale o in quella paritaria iscrivendosi in due graduatorie separate cui le scuole attingono e lo stipendio è pagato a TUTTI  dallo Stato che in questo modo diviene e si fa realmente controllore e garante del diritto all’istruzione dei giovani. In Italia, con l’attuale sistema, lo Stato vuole essere unico gestore e, al contempo, unico controllore.
Cosa possono fare la Chiesa, gli insegnanti, le associazioni le famiglie per  trovare una soluzione al problema? 
Parlerò molto francamente, così come sono abituata a fare. In passato anche in molti ambienti ecclesiali non si è avuto a cuore la questione della scuola paritaria, addirittura da parte di qualcuno la si è ritenuta la scuola dei ricchi. Per non parlare poi degli atteggiamenti di “insofferenza” di alcuni parroci nei confronti delle scuole cattoliche presenti sul territorio delle parrocchie… Fortunatamente le cose negli ultimi anni stanno cambiando. Abbiamo partecipato alle diverse iniziative promosse dalla CEI, alla giornata della scuola voluta dal Papa in piazza san Pietro, si stanno davvero realizzando vie di comunione e di condivisione. Lo scorso novembre la Congregazione romana per l’Educazione cattolica ha promosso un convegno mondiale nel quale sono state raccontate diverse esperienze dalle cui si è compreso che la scuola cattolica è a pieno titolo strumento di evangelizzazione. Nella realtà italiana, dove le parrocchie vivono il calo della fede, gli oratori si svuotano, i movimenti laicali non attirano come in passato, la scuola cattolica rimane l’unico baluardo, mi si consenta il termine, in cui il messaggio del Vangelo può essere trasmesso, dove si può ideare un cammino di condivisione anche con le famiglie: la scuola dei figli può diventare il punto di riferimento in cui sperimentare momenti di vicinanza, di amicizia, di riflessione; ne abbiamo tutti un gran bisogno! Certamente il tutto secondo le  vie della scuola che sono diverse da quelle della catechesi, ma sempre di annuncio si tratta.
Lei ha studiato, scritto libri, insegnato, organizzato convegni, partecipato a commissioni, ci dica francamente cosa chiede al Governo ed alla società civile? 
Quello che chiedo ormai da dieci anni: uscire dal paradosso, dal pregiudizio, da un sistema di pensiero basato su preconcetti che, come in passato non avevano ragione di esistere, oggi vanno necessariamente sradicati. Basterebbero solo le ragioni di spending review a convincere tutti; a queste ragioni economiche si aggiungono anche quelle dello “ spirito”, in nome di un ideale, quello della libertà che non vogliamo vedere minacciato (e la cronaca di questi giorni dovrebbe metterci in guardia), tanto più se si tratta della libertà educativa, cioè quella che garantisce la formazione di un pensiero liberamente critico nelle nuove generazioni … A meno che non si abbia paura di questo. .. Allora, però, si ritornerebbe alla dittatura: in fin dei conti, il primo scontro tra Fascismo e Chiesa Cattolica fu proprio nel campo dell’educazione dei giovani … Come donna, come consacrata, come cittadina italiana non posso accettare di convivere con queste logiche devianti. Il governo deve avere il coraggio di andare contro queste logiche di potere che vogliono negare un diritto, proprio mentre si pretende di essere garanti della libertà.
 

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Antonio Gaspari

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