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Foto: Conferenza sul Beato Władysław Bukowiński - ZENIT WR

Władysław Bukowiński, a Roma una conferenza sull’“Apostolo del Kazakistan”

Perseguitato per la sua fede e imprigionato in un lager, il sacerdote non smise mai di proclamare il Vangelo. L’11 ottobre è stato proclamato Beato

Lo scorso 11 ottobre 2016 è stato proclamato Beato padre Władysław Bukowiński (1904 -1974). La Messa di beatificazione a Karaganda, città kazaka a cui era particolarmente affezionato, è stata presieduta dal card. Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi. La notizia è passata quasi inosservata ed è un peccato perché si tratta di un sacerdote straordinario. Per far conoscere meglio la figura del Beato Bukowinski, lo scorso 23 novembre, l’Ambasciata della Polonia presso la Santa Sede ha organizzato una conferenza a Roma nei locali della chiesa polacca di San Stanislao.

All’incontro sono intervenuti: Janusz Kotański, ambasciatore polacco, padre Antonio Poninski, storico della teologia, e Andrzej Grajewski, vice-direttore del settimanale Gość Niedzielny. Chi ha partecipato alla conferenza ha potuto ammirare una reliquia particolare del Beato: la sua pianeta custodita per anni dalle suore Eucaristiche di Karaganda e portata appositamente a Roma.

Władysław Bukowiński nacque nella famiglia di un agronomo; frequentò il ginnasio a Kiev e l’Università Jagellonica di Cracovia. Dopo la laurea, nel 1926 entrò nel seminario diocesano di Cracovia e nel 1931 venne ordinato sacerdote dal card. Adam Stefan Sapieha. Nel 1939 fu nominato parroco della cattedrale di Luc’k. Lì, nel 1940 venne arrestato per la prima volta dal NKVD (servizi di sicurezza comuniste) e condannato a 8 anni di prigione. Sfuggì miracolosamente alla fucilazione di massa dei prigionieri da parte dei sovietici al sopraggiungere dell’esercito tedesco, dopo l’aggressione della Germania contro l’Unione Sovietica.

Per la seconda volta venne arrestato nel 1945 dagli agenti sovietici, tornati ad occupare quelle regioni. Venne trasferito nei gulag negli Urali dove lavorò, tra gli altri, nella miniera di rame a Džezkazgan. Nonostante le condizioni pressoché disumane non si stancò mai di proclamare il Vangelo. Dal 1951 al 1954 fu imprigionato in un lager nelle steppe dell’allora Repubblica Socialista Sovietica Kazaka. Liberato in seguito a un’amnistia dovuta alla morte di Stalin, rinunciò alla possibilità di tornare in Polonia, prese la cittadinanza sovietica e rimase volontariamente con i cattolici d’origine tedesca e polacca che non potevano fare ritorno nelle loro patrie. Viene allora mandato al confino a Karaganda: qui trovò altri sacerdoti usciti dal lager tra i quali il vescovo clandestino Alexander Chira.

Si prese cura dei fedeli cattolici in tutta l’Asia centrale. Nel 1958, per la sua attività pastorale, venne arrestato di nuovo e condannato a tre anni di prigione. Una volta rilasciato, fino alla fine della sua vita fu spiato e sottoposto a repressioni. Nonostante il pessimo stato di salute, non smise mai la sua attività di missionario recandosi in vari luoghi del Kazakistan, del Tagikistan, della Russia siberiana e dell’Ucraina. Non per caso viene chiamato “l’Apostolo del Kazakistan”: la sua vita è stata un esempio di santità che non teme la prigionia e la morte, sempre al servizio di Dio, della Patria e degli uomini. Morì ‘in odore sanctitatis’  nel Kazakistan nel 1974: i suoi funerali furono la più grande manifestazione a carattere religioso mai vista nell’Unione Sovietica del XX secolo.

Il giorno della beatificazione, lo scorso 11 ottobre, Papa Francesco durante l’Angelus ha voluto ricordare Bukowinski, sacerdote e parroco perseguitato per la sua fede, che – ha detto Francesco – “nella sua vita ha dimostrato sempre grande amore ai più deboli e bisognosi e la sua testimonianza appare come un condensato delle opere di misericordia spirituali e corporali”.

Lo stesso padre Bukowinski ha raccontato la sua vita nel famoso libro “Memorie dal Kazakistan” ma, come hanno svelato i relatori, ad invogliarlo a scrivere questa straordinaria testimonianza è stato il cardinale Karol Wojtyła che ha avuto occasione d’incontrarlo negli anni ’70.

Il carattere del Beato rendono bene le sue parole quando descrive le peregrinazioni per le steppe asiatiche: “Un giorno nel mese di giugno mi stavo spostando da un villaggio all’altro – racconta – Il viaggio era lungo, di circa 30 km. A destra si stagliava davanti a noi una grande fertile pianura, a sinistra una maestosa catena montuosa con le cime ricoperte di neve. E in quel momento mi sono sentito molto felice e grato alla Provvidenza per avermi condotto a questi poveri e abbandonati, ma nonostante ciò così credenti e colmi di amore, fratelli e sorelle in Cristo. Non avrei cambiato la felicità provata su quel traballante carro con nessun piacere e onori”.

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