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Panamá: XXXIV Giornata Mondiale della Gioventù – Santa Messa per la GMG nel Campo San Juan Pablo II - Foto © Servizio Fotografico - Vatican Media

“Voi, cari giovani, non siete il futuro, ma l’adesso di Dio”

Viaggio Apostolico di Papa Francesco a Panamá in occasione della XXXIV Giornata Mondiale della Gioventù (23-28 gennaio 2019) – Santa Messa per la GMG nel Campo San Juan Pablo II

Questa mattina, lasciata la Nunziatura Apostolica, il Santo Padre Francesco si trasferisce in auto nel Campo San Juan Pablo II (Metro Park) per la Santa Messa a conclusione della XXXIV Giornata Mondiale della Gioventù che ha avuto per tema: “Ecco la serva del Signore; avvenga per me secondo la tua parola” (Lc 1,38).

Al Suo arrivo, il Papa è accolto dall’Arcivescovo di Panamá, S.E. Mons. José Domingo Ulloa Mendieta, O.S.A., che lo accompagna sulla papamobile per il giro tra i fedeli. Alle ore 8.00 locali (14 ora di Roma) il Santo Padre presiede la Celebrazione Eucaristica nella III Domenica del Tempo Ordinario. Dopo le parole di ringraziamento dell’Arcivescovo di Panamá e la proclamazione del Vangelo, il Santo Padre pronuncia l’omelia. Al termine della Celebrazione Eucaristica, il Prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, Em.mo Card. Kevin Joseph Farrell, rivolge al Papa un breve saluto. Quindi Papa Francesco annuncia la sede e l’anno in cui avrà luogo la prossima GMG. Prima della Benedizione finale il Santo Padre rivolge ai giovani e pellegrini presenti alcune parole di saluto. Quindi, dopo aver salutato 40 benefattori locali, si trasferisce in auto alla Casa Hogar El Buen Samaritano Juan Díaz. Pubblichiamo di seguito l’omelia e il saluto finale che il Papa pronuncia nel corso della Santa Messa:

Omelia del Santo Padre

«Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”» (Lc 4,20-21). Così il Vangelo ci presenta l’inizio della missione pubblica di Gesù. Lo presenta nella sinagoga che lo ha visto crescere, circondato da conoscenti e vicini e chissà forse anche da qualche sua “catechista” di infanzia che gli ha insegnato la legge. Momento importante nella vita del Maestro, con cui il bambino che si era formato ed era cresciuto in seno a quella comunità, si alzava in piedi e prendeva la parola per annunciare e attuare il sogno di Dio.

Una parola proclamata fino ad allora solo come promessa di futuro, ma che in bocca a Gesù si poteva solo dire al presente, facendosi realtà: «Oggi si è compiuta». Gesù rivela l’adesso di Dio che ci viene incontro per chiamare anche noi a prendere parte al suo adesso, in cui «portare ai poveri il lieto annuncio», «proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista», «rimettere in libertà gli oppressi» e «proclamare l’anno di grazia del Signore» (cfr Lc 4,18-19). È l’adesso di Dio che con Gesù si fa presente, si fa volto, carne, amore di misericordia che non aspetta situazioni ideali o perfette per la sua manifestazione, né accetta scuse per la sua realizzazione. Egli è il tempo di Dio che rende giusti e opportuni ogni situazione e ogni spazio. In Gesù inizia e si fa vita il futuro promesso. Quando? Adesso.

Ma non tutti quelli che là lo ascoltarono si sentivano invitati o convocati. Non tutti i vicini di Nazaret erano pronti a credere in qualcuno che conoscevano e avevano visto crescere e che li invitava a realizzare un sogno tanto atteso. Anzi, «dicevano: non è costui il figlio di Giuseppe?» (Lc 4,22). Anche a noi può succedere la stessa cosa. Non sempre crediamo che Dio possa essere tanto concreto e quotidiano, tanto vicino e reale, e meno ancora che si faccia tanto presente e agisca attraverso qualche persona conosciuta come può essere un vicino, un amico, un familiare. Non sempre crediamo che il Signore ci possa invitare a lavorare e a sporcarci le mani insieme a Lui nel suo Regno in modo così semplice ma incisivo. Ci costa accettare che «l’amore divino si faccia concreto e quasi sperimentabile nella storia con tutte le sue vicissitudini dolorose e gloriose» (BENEDETTO XVI, Catechesi, 28 settembre 2005).

Non sono poche le volte in cui ci comportiamo come i vicini di Nazaret, preferiamo un Dio a distanza: bello, buono, generoso ma distante e che non scomodi. Perché un Dio vicino e quotidiano, amico e fratello ci chiede di imparare vicinanza, quotidianità e soprattutto fraternità. Egli non ha voluto manifestarsi in modo angelico o spettacolare, ma ha voluto donarci un volto fraterno e amico, concreto, familiare. Dio è reale perché l’amore è reale, Dio è concreto perché l’amore è concreto. Ed è precisamente questa «concretezza dell’amore ciò che costituisce uno degli elementi essenziali della vita dei cristiani» (cfr ID., Omelia, 1 marzo 2006). Anche noi possiamo correre gli stessi rischi della gente di Nazaret, quando nelle nostre comunità il Vangelo vuole farsi vita concreta e cominciamo a dire: “ma questi ragazzi, non sono figli di Maria, di Giuseppe, e non sono fratelli di?… Questi non sono i ragazzini che abbiamo aiutato a crescere?… Quello là, non era quello che rompeva sempre i vetri col suo pallone?”. E uno che è nato per essere profezia e annuncio del Regno di Dio viene addomesticato e impoverito.

Voler addomesticare la Parola di Dio è cosa di tutti i giorni. E anche a voi, cari giovani, può succedere lo stesso ogni volta che pensate che la vostra missione, la vostra vocazione, perfino la vostra vita è una promessa che vale solo per il futuro e non ha niente a che vedere col vostro presente. Come se essere giovani fosse sinonimo di “sala d’attesa” per chi aspetta il turno della propria ora. E nel “frattanto” di quell’ora, inventiamo per voi o voi stessi inventate un futuro igienicamente ben impacchettato e senza conseguenze, ben costruito e garantito con tutto “ben assicurato”. È la “finzione” della gioia. Così vi “tranquillizziamo” e vi addormentiamo perché non facciate rumore, perché non facciate domande a voi stessi e agli altri, perché non mettiate in discussione voi stessi e gli altri; e in questo “frattanto” i vostri sogni perdono quota, cominciano ad addormentarsi e diventano “illusioni” rasoterra, piccole e tristi (cfr Omelia della Domenica delle Palme, 25 marzo 2018), solo perché consideriamo o considerate che non è ancora il vostro adesso; che siete troppo giovani per coinvolgervi nel sognare e costruire il domani.

Uno dei frutti del recente Sinodo è stata la ricchezza di poterci incontrare e, soprattutto, ascoltare. La ricchezza dell’ascolto tra generazioni, la ricchezza dello scambio e il valore di riconoscere che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che dobbiamo sforzarci di favorire canali e spazi in cui coinvolgerci nel sognare e costruire il domani già da oggi. Ma non isolatamente, uniti, creando uno spazio in comune. Uno spazio che non si regala né lo vinciamo alla lotteria, ma uno spazio per cui anche voi dovete combattere. Perché voi, cari giovani, non siete il futuro, ma l’adesso di Dio. Lui vi convoca e vi chiama nelle vostre comunità e città ad andare in cerca dei nonni, degli adulti; ad alzarvi in piedi e insieme a loro prendere la parola e realizzare il sogno con cui il Signore vi ha sognato.

Non domani ma adesso, perché lì dov’è il vostro tesoro, lì sarà anche il vostro cuore (cfr Mt 6,21); e ciò che vi innamora conquisterà non solo la vostra immaginazione, ma coinvolgerà tutto. Sarà quello che vi fa alzare al mattino e vi sprona nei momenti di stanchezza, quello che vi spezzerà il cuore e che vi riempirà di meraviglia, gioia e gratitudine. Sentite di avere una missione e innamoratevene, e da questo dipenderà tutto (cfr PEDRO ARRUPE, S.J., Nada es más práctico). Potremo avere tutto, ma se manca la passione dell’amore, mancherà tutto. Lasciamo che il Signore ci faccia innamorare! Per Gesù non c’è un “frattanto”, ma amore di misericordia che vuole penetrare nel cuore e conquistarlo. Esso vuol’essere il nostro tesoro, perché non è un “frattanto” nella vita o una moda passeggera, è amore di donazione che invita a donarsi. È amore concreto, vicino, reale; è gioia festosa che nasce scegliendo di partecipare alla pesca miracolosa della speranza e della carità, della solidarietà e della fraternità di fronte a tanti sguardi paralizzati e paralizzanti per le paure e l’esclusione, la speculazione e la manipolazione.

Fratelli, il Signore e la sua missione non sono un “frattanto” nella nostra vita, qualcosa di passeggero: sono la nostra vita! Per tutti questi giorni in modo speciale ci ha accompagnato come una musica di sottofondo il fiat di Maria. Lei non solo ha creduto in Dio e nelle sue promesse come qualcosa di possibile, ha creduto a Dio e ha avuto il coraggio di dire “sì” per partecipare a questo adesso del Signore. Ha sentito di avere una missione, si è innamorata e questo ha deciso tutto. Come avvenne nella sinagoga di Nazaret, il Signore, in mezzo a noi, ai suoi amici e conoscenti, di nuovo si alza in piedi, prende il libro e ci dice: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,21). Volete vivere la concretezza del suo amore? Il vostro “sì” continui ad essere la porta d’ingresso affinché lo Spirito Santo doni una nuova Pentecoste al mondo e alla Chiesa.

Saluto finale del Santo Padre

Al termine di questa celebrazione, rendo grazie a Dio per averci dato la possibilità di condividere questi giorni e vivere nuovamente questa Giornata Mondiale della Gioventù. In modo particolare desidero ringraziare per la sua presenza a questa celebrazione il Signor Presidente di Panamá, Juan Carlos Varela Rodríguez, come pure i Presidenti di altre Nazioni e le altre Autorità politiche e civili. Ringrazio Mons. José Domingo Ulloa Mendieta, Arcivescovo di Panamá, per la sua disponibilità e i suoi buoni uffici per accogliere nella sua Diocesi questa Giornata, così come gli altri Vescovi di questo Paese e dei Paesi vicini, per tutto quello che hanno fatto nelle loro comunità per dare alloggio e aiuto a tanti giovani.

Grazie a tutte le persone che ci hanno sostenuto con la loro preghiera e che hanno collaborato col loro impegno e il loro lavoro per far diventare realtà il sogno della GMG in questo Paese. E a voi, cari giovani, un grande «grazie». La vostra fede e la vostra gioia hanno fatto vibrare il Panamá, l’America e il mondo intero.

Come abbiamo ascoltato tante volte in questi giorni nell’inno di questa GMG: “Siamo pellegrini che veniamo oggi qui da continenti e città”. Siamo in cammino: continuate a camminare, continuate a vivere la fede e a condividerla. Non dimenticatevi che non siete il domani, non siete il “frattanto”, ma l’adesso di Dio. Già è stata annunciata la sede della prossima Giornata Mondiale della Gioventù. Vi chiedo di non lasciar raffreddare ciò che avete vissuto in questi giorni. Ritornate alle vostre parrocchie e comunità, nelle vostre famiglie e dai vostri amici, e trasmettete questa esperienza, perché altri possano vibrare con la forza e la gioia che avete in voi. Con Maria continuate a dire “sì” al sogno che Dio ha seminato in voi. E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

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