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“Vie di speranza” nella Pastorale degli Zingari

Incontro in Vaticano dei Direttori Nazionali

CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 1° marzo 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo dell’intervento che monsignor Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, pronuncerà inaugurando l’Incontro dei Direttori Nazionali della Pastorale degli Zingari in Europa, programmato in Vaticano dal 2 al 4 marzo.

* * *

Eccellenze,

Reverendi e cari Direttori Nazionali,

Cari Fratelli e Sorelle,

Con grande piacere rivolgo il mio più cordiale benvenuto a tutti voi, convenuti a questo Incontro dei Direttori Nazionali della Pastorale degli Zingari in Europa. Vi ringrazio di cuore per aver accolto il nostro invito a riflettere insieme sulla Sollecitudine della Chiesa verso gli Zingari: situazione e prospettive. Ci ha riuniti il comune desiderio di consentire ai nostri fratelli Rom, Sinti, Manousche, Calò, Zingari in generale e altri Viaggianti, una maggiore partecipazione alla vita e alla ricchezza della Chiesa e, viceversa, di farla maggiormente presente in mezzo a loro. Auspico che questi giorni di studio e di lavoro, nonché di preghiera, siano proficui per il vostro apostolato.

Ringrazio Dio che mi dà questa occasione per conoscere ognuno di voi personalmente e per esprimervi gratitudine e ammirazione per la dedizione e l’interesse con cui svolgete il vostro compito. Nutro grande fiducia che la riunione rafforzi i legami tra voi e porti a una collaborazione ancor più efficiente con il Dicastero di cui, da un anno, sono Presidente. 

Il nostro obbiettivo è di esaminare l’odierna pastorale specifica per evidenziarne le priorità e formulare proposte per un impegno più efficace e coordinato tra le Chiese locali europee e i vari Organismi ecclesiali – oltre che civili – che si prodigano a favore degli Zingari. Con il sostegno della vostra esperienza, cercheremo nuovi cammini e modi, senza tralasciare quelli collaudati antichi, per facilitare una migliore intesa tra gli Zingari e la Chiesa, alla quale ci incoraggiò Giovanni Paolo II al termine del Grande Giubileo dell’anno 2000 con l’invito a “prendere il largo” (“Duc in altum”), facendo “memoria grata del passato”, vivendo “con passione il presente” e aprendoci “con fiducia al futuro”[1], e chiedendo anche perdono.

1. Fare memoria grata del passato

La storia degli Zingari, sin dal loro arrivo in Europa, è “tristemente segnata da rigetto e persecuzioni, culminanti nel genocidio nazista, ripresa nelle politiche di pulizia etnica nei Balcani e perdurante nelle attuali e diffuse condizioni di ‘peccato sociale’, fatto di esclusione e di emarginazione. In questa storia, la Chiesa ha avuto le sue colpe, dirette o indirette, sia con condanne aperte sia con silenzi a volte interpretati come connivenze. Dall’esame della portata e dei limiti della responsabilità della Chiesa in questo ambito, risultano non poche ombre, ma anche esempi luminosi di cristiani che, con la loro vita e con la loro azione, hanno segnato il cammino di ‘conversione’ e di ‘riconciliazione’ verso il cambiamento dell’atteggiamento della Chiesa nei confronti degli Zingari”[2].

È doveroso quindi ricordare in questa circostanza un momento di particolare importanza e significato per lo sviluppo positivo dei rapporti tra la Chiesa e gli Zingari, e che è profondamente radicato nella ecclesiologia conciliare. Si tratta della storica visita del Papa Paolo VI all’accampamento degli Zingari a Pomezia, il 26 settembre 1965, in occasione del loro pellegrinaggio internazionale. Il Pontefice vi celebrò la Santa Messa e nell’omelia tracciò un programma di fede e di impegno per il popolo zingaro e con parole piene di affetto lo introdusse nel cuore stesso della Chiesa: “Qui [nella Chiesa] siete ben accolti, qui siete attesi, salutati, festeggiati […] Voi oggi, come forse non mai, scoprite la Chiesa. Voi nella Chiesa non siete ai margini, ma, sotto certi aspetti, voi siete al centro, voi siete nel cuore. Voi siete nel cuore della Chiesa, [che] ama i poveri, i sofferenti, i piccoli, i diseredati, gli abbandonati”[3].  

Solo un amore autentico per l’uomo, oltre che per Iddio, e il riconoscimento della dignità umana potevano ispirare Paolo VI a compiere quel gesto storico e unico nei confronti degli Zingari: “Qui fate un’esperienza nuova: trovate qualcuno che vi vuole bene, vi stima, vi apprezza, vi assiste”[4]. Quella visita rese loro manifesta la sollecitudine della Chiesa, nel cui seno non ci devono essere ineguaglianze riguardo alla stirpe, alla nazione o alla condizione sociale[5], né alcuna “discriminazione circa i diritti fondamentali della persona, sia in campo sociale che culturale, in ragione del sesso, della razza, del colore, della condizione sociale, della lingua o religione […] come contrario al disegno di Dio”[6].

La sua opera d’amore fu ripresa da Papa Giovanni Paolo II, il quale, il 12 marzo 2000, con un gesto storico di riparazione, un atto intensamente evangelico di coraggio e di umiltà, chiese solennemente perdono per le colpe commesse dai figli della Chiesa nel passato; colpe che continuano, purtroppo, a proiettare le loro ombre anche nel presente. Inizia, così, un nuovo itinerario di dialogo e di riconciliazione tra Chiesa e popolo zingaro[7].

Tre anni prima, il 7 maggio 1997, Papa Wojtyła aveva elevato alla gloria degli altari un martire gitano, lo spagnolo Ceferino Giménez Malla, riconoscendo così alla sua etnia la possibilità della santità.

I tre episodi appena presentati riflettono con esattezza la rinnovata ecclesiologia che il Concilio Ecumenico Vaticano II sviluppò, dando inizio a un rinnovamento anche nella  evangelizzazione degli Zingari, che è pure il vostro apostolato. 

Non sbaglieremo – penso – nel dire che Paolo VI, nella sua allocuzione a conclusione del Concilio, fece una sintesi straordinariamente acuta di un aspetto fondamentale della ecclesiologia conciliare, così: “Mai forse come in questa occasione la Chiesa ha sentito il bisogno di conoscere, di avvicinare, di comprendere, di penetrare, di servire, di evangelizzare la società circostante, e di coglierla, quasi di rincorrerla nel suo rapido e continuo mutamento”[8][9].

Ugualmente attento ai problemi e alle miserie della vita sociale fu, prima di Papa Montini, Giovanni XXIII, premuroso nel compimento della missione della Chiesa di “vivificare, insegnare, pregare”. Egli, infatti, reclamava una esistenza terrena più dignitosa, giusta e meritoria per tutti, contrassegnata dalla fraternità e dall’amore come esigenze naturali dell’uomo e come regola di rapporti umani e di convivenza tra le etnie. La Chiesa è chiamata a denunciare le ingiustizie e le indegne ineguaglianze, affinché la vita dell’uomo divenga più umana.

2. Vivere con passione il presente

L’eredità del Concilio e del Magistero Pontificio richiede dunque da noi un ‘esame di coscienza’ sulla nostra fedeltà alla vocazione e missione nella Chiesa, la quale è di tutti, e particolarmente dei poveri[10]. Questo ci obbliga a verificare la nostra capacità di essere accoglienti, ascoltatori, servitori con il dovere di condannare ogni forma di discriminazione e di intolleranza, di violazione dei diritti e di disprezzo della dignità umana. 

Certo oggi gli Zingari non sono più lasciati soli come in passato. Infatti, numerose Organizzazioni Internazionali e Nazionali, zingare e non, operano per la loro promozione umana, sociale, culturale e religiosa. Il Consiglio d’Europa, l’Unione Europea e il Parlamento Europeo emanano numerose risoluzioni e raccomandazioni atte a tutelare i loro diritti fondamentali, nonché danno vita a vari programmi che offrono ai giovani Rom, Sinti e Viaggianti molteplici opportunità di formazione professionale e di sviluppo integrale. Numerose sono anche le proposte di collaborazione culturale internazionale; varie, infine, le iniziative volte alla inclusione sociale.

Tuttavia gran parte di loro sono, purtroppo, tuttora esclusi da tali benefici. Molti sono costretti a vivere in condizioni di povertà e altri trovano difficoltà a raggiungere il cuore della Chiesa a causa di preconcetti e stereotipi, talmente radicati nella società da non permettere sviluppo e maturazione di atteggiamenti di apertura, accoglienza, solidarietà e rispetto. Inoltre, fenomeni di razzismo, xenofobia, antiziganismo, troppo spesso ostacolano una pacifica, umana  e democratica convivenza. Nello stesso tempo, non possiamo però dimenticare anche responsabilità e atteggiamenti negativi degli Zingari stessi nei confronti degli ambienti in cui vivono. È necessario ricordare cioè che pure essi devono assumere i doveri propri di tutti i cittadini del Paese dove permangono.   

            Per spianare la strada che porta a una vera cultura e a una auspicata spiritualità di comunione[11], è necessario lasciarsi guidare da “un amore ricco di intelligenza e dall’intelligenza piena di amore” come scrive Papa Benedetto XVI nella Enciclica Caritas in veritate (n. 30). Infatti, soltanto “colui che è animato da una vera carità è ingegnoso nello scoprire le cause della miseria, nel trovare i mezzi per combatterla, nel vincerla risolutamente”[12], come attestava Papa Paolo VI. La riconciliazione, la ricerca di comprensione delle situazioni concrete della vita, lo sforzo comune di rispettare e osservare le regole e norme di coordinamento e di integrazione racchiuse e riaffermate nei consessi internazionali, sono principi validi nelle relazioni Chiesa-Zingari e Zingari-Società civile nell’Europa odierna, in fase di trasformazione e crescita.

            Questi principi sono racchiusi anche nei nostri Orientamenti per una Pastorale degli Zingari, il primo Documento di portata universale nella Chiesa cattolica, con il quale “si intende riaffermare, senza tentennamenti, l’impegno ecclesiale a favore di questa popolazione. Si propongono poi anche strade nuove da tracciare in seno alle società nazionali e alle Chiese particolari, per aprire le comunità a questi fratelli. Vengono altresì stabiliti alcuni criteri pastorali generali per l’azione e traguardi da raggiungere”[13]. Tale Documento segna dunque un momento importante nella storia di evangelizzazione e promozione umana a favore degli Zingari, dopo l’incontro di Paolo VI a Pomezia, che ho prima menzionato.

            La vostra partecipazione all’incontro di questi giorni, in rappresentanza di Chiese locali, Organizzazioni Internazionali e Congregazioni e Istituti Religiosi è motivo per noi di grande gioia e fiducia ed è un buon segnale che la ‘bussola’, affidata da Paolo VI al popolo zingaro e agli Operatori pastorali che l’accompagnarono a Pomezia quarantacinque anni fa, continua a guidare con ferma sollecitudine l’impegno della Chiesa.

3. Aprirsi con fiducia al futuro

            Riflettendo su questa missione in un contesto circoscritto, che è quello europeo, ritengo opportuno far riferimento a quanto ci offre al riguardo l’Esortazione apostolica Ecclesia in Europa.

            Così “guardando all’Europa come comunità civile – leggiamo al n. 12 – non mancano segnali che aprono alla speranza[14], che quei Padri sinodali intravedevano nella crescente apertura dei popoli gli uni verso gli altri, nella riconciliazione tra nazioni e nell’ampliamento progressivo del processo unitario ai Paesi dell’Est europeo. Inoltre sono in aumento collaborazioni e scambi di ogni ordine, così da creare una ‘coscienza europea’ che aiuta a rafforzare la fraternità e la volontà della condivisione, soprattutto tra i giovani. I Padri registravano come positivo il fatto che tutto questo processo si svolge secondo metodi democratici, in modo pacifico e in uno spirito di libertà. Altresì, molto è stato fatto per precisare le condizioni e le modalità del rispetto dei diritti umani[15].

            Si aprono quindi vie di speranza, nella prospettiva di un concretizzarsi dell’interesse e della mobilitazione degli Organismi Internazionali e nazionali in favore degli Zingari nelle nuove strategie europee e nei processi di cambiamento. Le trasformazioni in atto – si spera –  contribuiranno ad arrestare fenomeni e atti di razzismo, antizingarismo e di discriminazione, e creeranno una nuova ‘coscienza europea’ che consenta a Rom, Sinti e altri gruppi viaggianti, di riaffermare la propria identità e diversità culturale, nell’ottica di un inserimento civile nei rispettivi Paesi.

            Per quanto riguarda le Chiese locali, Giovanni Paolo II rammentava che esse non possono rimanere sole ad affrontare la sfida che la nuova realtà europea comporta, per cui si rende necessaria “un’autentica collaborazione tra tutte le Chiese particolari del Continente, che sia espressione della loro essenziale comunione”[16]. Al riguardo quel Pontefice chiedeva alle Chiese locali di sottomettersi a una logica del dono e di condividere comuni orientamenti pastorali, come espressione significativa del sentimento collegiale tra i Vescovi del Continente[17].

È arrivato il momento di ringraziare ancora una volta gli Arcivescovi e i Vescovi qui presenti, e anche, da lontano, gli altri Ecc.mi Pastori che hanno a cuore la sorte degli Zingari, nonché il Segretario generale del CCEE, per il loro aiuto ad approfondire l’argomento  importante che abbiamo scelto per la nostra riunione.

A conclusione, vi chiedo, cari Amici, di portare ai nostri fratelli e sorelle zingari questo messaggio: anche noi, oggi, come una volta Paolo VI, altro non chiediamo dal punto di vista pastorale se non che “accettino la materna amicizia della Chiesa”[18].

Grazie.

           

[1] Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Novo Millennio Ineunte, n. 1: AAS 93 (2001) p. 308.

[2] Cardinale Stephen Fumio Hamao, “Mai più…” discriminazioni e disprezzo verso gli Zingari: Collana INTERFACE, La Chiesa cattolica e gli Zingari, [Il Centro Stampa, 2000], p. 10.

[3] Paolo VI, Omelia (26 settembre 1965): Insegnamenti di Paolo VI,  III (1965), p. 491.

[4] Ibidem.

[5] Cfr. Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione dogmatica Lumen Gentium, n. 32: AAS 57 (1965), p. 38.

[6] Idem, Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, n. 29: AAS, 58 (1966), pp. 1048-1049.

[7] Cfr. Giovanni Paolo II, Giornata del Perdono (12 marzo 2000): L’Osservatore Romano, N. 61 (42.398), 13-14 marzo 2000, 7-9.

[8] Paolo VI, Allocuzione all’ultima sessione pubblica del Concilio Ecumenico Vaticano II  (7 dicembre 1965): AAS 58 (1966), p. 54.

[9] Ibidem.

[10] Cfr. Giovanni XXIII, Radiomessaggio ai fedeli di tutto il mondo, a un mese dal Concilio Ecumenico Vaticano II (11 settembre 1962): AAS 54 (1962), p. 682.

[11]  L’argomento fu trattato nel corso del VI Congresso Mondiale della Pastorale per gli Zingari, promosso dal nostro Dicastero in collaborazione con la Conferenza episcopale ungherese, celebratosi a Budapest dall’uno al 7 settembre 2003. Gli Atti del Congresso sono pubblicati nella Rivista People on the Move, Supplemento al n. 93 (dicembre 2003), reperibili anche sul sito internet: http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/migrants/pom2003 _93S/ rc_pc_migrants_pom93S_ind.html.

[12] Paolo VI, Lettera enciclica Populorum progressio (26 marzo 1967), n. 75: AAS 59 (1967), p. 294.

[13] Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, Orientamenti per una Pastorale degli Zingari, n. 4: People on the Move, N° 100 (Suppl.), April 2006, p. 42.

[14] Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Ecclesia in Europa (28 giugno 2003), n. 12: AAS 95 (2003) p. 567.

[15] Cfr. Ibidem.

[16] Ibidem, n. 53: l.c., p. 682.

[17] Cfr Ibidem.

[18] Paolo VI, Omelia (26 settembre 1965): l.c.. p. 493

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