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Basilica di San Pietro - Foto © CC - ZENIT HSM

Vatileaks 2. Domani la sentenza. E il Pm precisa: “Non è un processo alla libertà di stampa”

Oggi arringhe conclusive: difensori chiedono assoluzione di Nuzzi, Fittipaldi e Maio. L’avv. Palombi chiede il riconoscimento del Tribunale vaticano di “difetto di competenza per carenza di giurisdizione”

Un ultimo sforzo prima del traguardo finale. Dopo otto mesi, si terrà domani la tanto agognata sentenza che pone fine alla contorta vicenda di fuga di documenti riservati della Santa Sede, più nota come Vatileaks 2. Nella piccola aula del Tribunale vaticano si sono tenute oggi, in poco meno di 3 ore, le arringhe dei tre restanti avvocati dopo quelle lunghissime di ieri delle legali Emanuela Bellardini (Vallejo) e Laura Sgrò (Chaouqui).

Quasi un’ora è stata occupata dall’avvocato Rita Claudia Baffioni per la difesa dell’imputato Nicola Maio, fido collaboratore di mons. Vallejo Balda alla Prefettura degli Affari economici di cui il Tribunale vaticano ha riconosciuto un ruolo minore nell’ambito di questa spy story all’ombra del Cupolone, chiedendone tuttavia un anno e nove mesi di reclusione.

Una richiesta priva di fondatezza, secondo l’avvocato Baffioni, che ha sottolineato la “chiara estraneità” del suo assistito ai fatti contestati di cui la pubblica accusa non è riuscita a fornire neanche una prova. Soprattutto, ha sottolineato la legale, se contro il giovane funzionario vaticano si sono prese in considerazione le deposizioni dei testimoni su una “commissione-ombra”, perché alla sbarra non è finito anche mons. Alfredo Abbondi?

Era lui il capoufficio della Prefettura, mica un segretario qualunque; era lui il braccio destro di Balda che lo accompagnava anche in terrazza per ascoltare i suoi sfoghi; era lui ad essere sempre presente alle riunioni a porte chiuse di cui si lamentavano i dipendenti. E ancora lui aveva fotocopiato, a detta dei teste, l’ingente quantità di documenti su richiesta del monsignore.

Di contro, a Maio tutti i testimoni hanno riconosciuto solamente funzioni esecutive e tutti lo hanno descritto come persona socievole, gentile, educata. Anzi considerando il suo “profilo d’eccellenza”, è stato fatto passare come “una semplice manovalanza”. Negli innumerevoli messaggi WhatsApp tra Chaouqui, Vallejo, Nuzzi e Fittipaldi, il nome di Maio dov’era? “Se ci fosse stata un’alleanza, perché non è stato inserito? Avrebbero potuto fare un gruppo, WhatsApp è divertente per quello…”.

Per caso “nel rinvio a giudizio c’è stato un errore di persona?” ha domandato provocatoria Baffioni, contestando il fatto che Abbondi non sia stato processato perché “la fase istruttoria non ha consentito di trovare comportamenti attivi” in lui. Secondo la legale, a monte c’è un “errore grossolano”, ovvero il fatto di aver imputato Maio per le dichiarazioni della Chaouqui che lo accusava della divulgazione di due documenti riservati: un rescritto ex udienza del card. Calcagno e una lettera del Governatorato al card. Pell sui benefici dei cardinali. Uno dei due documenti è stato giustificato, l’altro è “sparito” o meglio mai pubblicato. In più la Chaouqui ha pure ritrattato la sua accusa scaricando la responsabilità su Balda. Quindi di quale reato si può accusare Nicola Maio?

Da considerare anche il fatto che l’uomo nel dicembre 2014 si era allontanato dalle sue funzioni in Vaticano, a causa di comportamenti strani che notava nel monsignore e nella pr che “si permise pure di richiamare a maggior prudenza”. In una lettera egli stesso scriveva: “Mi sentivo risucchiato in attività paravaticane” che riguardavano associazioni come la spagnola Mensajero de la Paz di cui Vallejo era rappresentante a Roma, che dovevano prendere sede in appartamenti dell’Apsa. Maio rifiutò pure la nomina come segretario di queste perché “non lo riteneva opportuno”.

L’avvocato ha poi ricordato che lo stesso Balda ammise di aver maturato il “disegno criminoso” nel maggio 2015, quindi cinque mesi dopo l’allontanamento di Maio. Si può parlare allora di “associazione a delinquere”? Per questi fatti Baffioni ha chiesto l’assoluzione del suo assistito dal reato di associazione criminale perché il fatto non sussiste e l’imputato non lo ha commesso e l’assoluzione dai reati di divulgazione e di concorso perché l’imputato non li ha commessi e non vi ha concorso. In subordine l’assoluzione per insufficienza di prove da tutti i reati imputati e in estremo subordine il minimo della pena con le attenuanti e i benefici di legge.

Sullo stesso tono, forse anche più arguta, l’arringa del difensore di Gianluigi Nuzzi, l’avvocato Roberto Palombi, che spaziando tra vecchie sentenze, il processo a Paolo Gabriele e il magistero di Leone XIII e Giovanni XXIII, ha evidenziato “l’incompetenza giurisdizionale dell’autorità vaticana” ricordando che lo stesso Tribunale escluse il giornalista nel 2012 dal processo penale contro il maggiordomo.

“Nuzzi – ha affermato affermato Palombi – non è un cittadino vaticano e non può essere accusato da un reato commesso in questo stato”. La pubblicazione dei documenti in Via Crucis è avvenuta tramite strumenti editoriali nello stato italiano e il libro, seppur dal “potenziale esplosivo”, non mette a repentaglio la pace e la sicurezza del Vaticano. “Stiamo difendendo un cittadino italiano che in Italia ha esercitato il suo diritto di cronaca” ha detto Palombi; inoltre, “qui parliamo di una nuova fattispecie di reato: un’associazione criminale di stampo giornalistico”. Un “castello accusatorio” che ha già ampiamente dimostrato la sua inconsistenza, secondo il difensore, che ha anche avvertito dal rischio di “avere una sentenza diversa dal fatto che ha avviato il processo”.

Il legale ha poi smentito qualsiasi ipotesi di minacce e pressioni da parte del giornalista a mons. Balda per ottenere il materiale. Lo dimostrano i Whatsapp tra i due, dal tono “pseudo amicale” in cui non si riscontra assolutamente una “dinamica estoriva”. Anzi, è come se una vittima avesse chiamato il suo estorsore per dirgli: “Come stai? Come va a casa? Come mai questo mese non sei passato a riscuotere il pizzo?”.

Secondo Palombi, è assente quindi “una condotta criminale”: “Non esiste nessun concorso, nemmeno morale, con gli altri imputati. Questo concorso, se vi è stato, è andato deserto per mancanza di concorrenti” ha detto. E per questo ha chiesto, a fine arringa, il riconoscimento da parte del Tribunale di difetto di competenza per carenza di giurisdizione e di assoluzione dall’imputazione di concorso nel reato di divulgazione con la più ampia formula liberatoria.

Da parte sua l’avvocato Lucia Teresa Musso ha chiesto l’assoluzione per il suo assistito Emiliano Fittipaldi dal concorso nel reato di divulgazione con formula piena perché il fatto non sussiste e in estremo subordine per insufficienza di prove. Il giornalista – ha detto – mai ha rivolto minacce al monsignore, anzi alcuni messaggi “sembravano un minuetto tra due innamorati: ‘Grazie’, ‘scusa’, ‘ma ti pare’”; mai, nonostante sia stato sottoposto a diversi procedimenti anche civili, ha ricevuto una condanna; mai gli è stata contestata la veridicità delle notizie pubblicate sull’Espresso o nei suoi libri, frutto di “un duro lavoro” e di un “puntiglioso accertamento della verità”.

Fittipaldi – ha rimarcato Musso – “è un giornalista 40enne con alle spalle una brillante carriera” che “si è recato spontaneamente negli Uffici della Gendarmeria dopo aver appreso dall’Ansa di essere coinvolto in un processo in Vaticano e che si è reso sempre disponibile, senza però violare principi deontologici”. Il cronista non avrebbe neanche citato Vallejo come fonte se non fosse stato lo stesso sacerdote ad ammetterlo.

Una “occasione ghiotta”, peraltro – ha osservato l’avvocato – per uno che si occupa di fatti vaticani dal 2008: “Uno come Balda entra improvvisamente in contatto con lui per consegnargli documenti… Diciamo: piatto ricco mi ci ficco”. L’imputato, ha aggiunto, “non ha partecipato ad alcuna azione lecita o illecita per reperimento del materiale e non sapeva neanche come la Chaouqui e Balda se lo fossero procurato”. Se ha pubblicato documenti riservati lo ha fatto “in linea di quella trasparenza richiesta dallo stesso Papa Francesco”.

Alle arringhe sono seguite le repliche dei Promotori di Giustizia. In particolare Zannotti ha voluto precisare che: “Questo processo non è contro la libertà di stampa, ma la contestazione ad un certo tipo di concorso. L’accusa ai giornalisti è di aver rafforzato con la loro disponibilità il prelievo e la divulgazione di documenti riservati”. “Non è un processo contro la libertà di stampa” ha ribadito il Pm, “altrimenti avrebbero ragione a parlare di Tribunale sovietico”.

Una frecciata contro certi articoli di giornale e le varie campagne #difendiamolalibertadistampa o #assolveteNuzzieFittipaldi lanciate in questi giorni sui social in vista della sentenza che si terrà domani, probabilmente nel pomeriggio, dopo le dichiarazioni conclusive dei cinque imputati e la Camera di consiglio. 

About Salvatore Cernuzio

Crotone, Italia Laurea triennale in Scienze della comunicazione, informazione e marketing e Laurea specialistica in Editoria e Giornalismo presso l'Università LUMSA di Roma. Radio Vaticana. Roma Sette. "Ecclesia in Urbe". Ufficio Comunicazioni sociali del Vicariato di Roma. Secondo classificato nella categoria Giovani della II edizione del Premio Giuseppe De Carli per l'informazione religiosa

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