Dona Adesso

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Utero in affitto, un “incubo” che ha una parola chiave: egoismo

Ecco le ripercussioni psicologiche sulle donne che hanno “affittato” il loro utero

Sul tema della maternità surrogata torna ad intervenire Steadfast Onlus, organizzazione di cooperazione internazionale che opera nei Paesi in via di sviluppo per la tutela dei diritti umani. ZENIT ospita il parere al riguardo della dott.ssa Maria Cristina Del Poggetto, membro del direttivo di Steadfast Onlus, medico chirurgo specialista in psichiatria e in psicoterapia sistemico-relazionale, nonché mediatrice familiare.

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Essendo una psichiatra e psicoterapeuta mi rendo conto che gli aspetti sull’argomento di mia competenza siano quelli prettamente legati alla salute psichica dei soggetti in causa, ma come psicoterapeuta non posso far meno di fare una premessa, di sottolineare altri aspetti paradossali, che pur lampanti, in questo frangente storico di totale confusione vengono messi in discussione.

La prima vittima in gioco è in assoluto il nascituro; e solo a seguire le madri incubatrici, sfruttate in quanto bisognose e pertanto disponibili, più o meno volontariamente, a farsi usare, che rappresentano una nuova forma di tratta degli esseri umani. Chi sono i fruitori: donne e uomini single, coppie omo- ed etero-sessuali che esigono una maternità laddove non sia biologicamente possibile, ma anche persone senza scrupoli che commissionano una vita con determinate caratteristiche al solo scopo di usarla, finanche a sopprimerla per poterne usare gli organi, o a scopi pedo-pornografici .

Egoismo è la parola chiave di questo incubo, assieme a tratta di esseri umani e diritti umani. Dar voce a chi ancora non ce l’ha dovrebbe essere l’obiettivo, o a chi ce l’ha ma non può farsi sentire, ed è comunque portatore di diritti umani di cui il legislatore dovrebbe tener conto prima ancora di difendere chi quella voce ce l’ha e già si difende.

Fino ad oggi il benessere del bambino giustamente veniva anteposto dal legislatore al benessere dell’adulto. Basta confrontarsi con le migliaia di famiglie adottive, il diritto alla bigenitorialità era un caposaldo; le coppie vengono a tutt’oggi saggiate per verificarne la saldezza e da un punto di vista relazionale, ma anche di salute fisica (sarebbe assurdo dare ad un bambino un genitore che da lì a poco dovesse venir meno) e psichica. Alla base di ciò vi sono numerose evidenze scientifiche nelle quali emerge la necessità del bambino di crescere e relazionarsi con due figure genitoriali. Costituisce infatti un dato ampiamente stabilito e dimostrato che i bambini che crescono in una famiglia con un solo genitore biologico patiscono condizioni mediamente peggiori rispetto ai bambini che crescono in una famiglia con entrambi i genitori biologici . La professoressa Moore, direttrice del dipartimento dedicato allo sviluppo dei minori all’Università del Michigan, una dei massimi esperti della materia, sulla base degli studi afferma letteralmente che “non è la semplice presenza di due genitori, ma la presenza dei due genitori biologici che mostra di sostenere lo sviluppo dei bambini” . Il sociologo David Popenoe conferma questo ribadendo chiaramente che “il complesso delle evidenze della scienza sociologica sostiene l’idea che la genitorialità di genere differenziato è importante per lo sviluppo umano e che il contributo dei padri alla crescita dei figli è unico e insostituibile”. Studi recenti, anche se orientati favorevolmente a questa pratica, hanno mostrato che la surrogazione ha una reale ripercussione psicologica per i bambini .

Non posso non notare come invece in questo momento storico nonostante le numerose norme per i diritti umani, per l’egoismo di alcuni non si tenga di conto dei diritti sacrosanti di altri. Come il diritto di conoscere le proprie origini (riconosciuto anche nell’adozione). Il registro on line, Il Donor sibling registry, attivo dal 2000 ce ne dimostra l’importanza per i figli; serve a rintracciare tutti i figli nati dallo stesso donatore. In soli 5 anni ha permesso 11.050 collegamenti e il caso più grande è stato quello di 175 fratelli; il diritto di crescere con i propri genitori e non di essere creato per essere a loro strappato; il diritto alla salute; il diritto ad avere una mamma ed un papà. Certo, sappiamo che l’animo umano è capace di reagire alle difficoltà, una cosa che in gergo psicoterapeutico chiamiamo resilienza, ma non tutti ne sono dotati in pari misura e comunque per tutti le ferite lasciano cicatrici, per chi è più fragile talora esse sono devastanti e sfido chiunque a chiamare un atto di amore mettere un bambino in difficoltà contando sulla sua capacità di adattamento. Ma se è vero che il legame biologico è importante per il bambino, non è meno vero che esso sia importante anche per la madre. Tutte le mamme lo sanno bene, perché è proprio l’esigenza di preservare questo legame che le fa stare attentissime al fatto che al loro figlio appena nato venga messo il braccialetto col nome giusto.

Queste semplici e fino ad oggi ovvie considerazioni rimandano alla madre surrogata. Abbiamo ad oggi pochissimi dati al riguardo, tutti di infima qualità (e già questo la dice lunga su quanto ci preoccupiamo del loro stato di salute seguendo il principio di precauzione), ma per molte di loro è difficile prendere emotivamente le distanze dal bambino che hanno tenuto nel loro grembo per 9 mesi. Lo Iona Institute ci suggerisce come la maternità surrogata possa essere considerata al pari del traffico di esseri umani; vengono addirittura citati casi dove si arriva al sequestro di persona della donna cui viene poi fatta violenza per ingravidarla forzatamente.“I corpi delle donne diventano merci con cui altri possono acquistare ciò che desiderano possedere, le attenzioni vanno al bambino, esattamente come si fa con le merci che non devono sciuparsi se vogliono essere commerciabili, mentre la madre surrogata, appena ha partorito è abbandonata a se stessa” .

Anche senza arrivare a questi casi estremi la gravidanza è tuttavia un evento eccezionale nella vita di una donna e della coppia. Questa esperienza è modulata da fattori fisiologici, psicologici, sociali, ma anche economici. Gli studi sullo sviluppo fetale evidenziano come già nella vita intrauterina il bambino sia attivo e sensibile agli stimoli che riceve dal corpo della madre con la quale siamo in grado di rilevare una varietà d’interazioni. Nel secondo trimestre si sviluppa quel processo che definiamo “Bonding”, il legame, l’attaccamento e nella madre si instaura quella ipersensibilità che sussiste anche in epoca neonatale definita da D. W. Winnicott come “preoccupazione materna primaria”. Attraverso questa, che si fortifica e prosegue dal parto in poi, le neomamme si attivano per soddisfare i vari bisogni fisici ed affettivi del cucciolo. Probabilmente è a questo meccanismo che la Cirinnà si è ispirata quando ha varato a Roma il regolamento che proibiva per i cuccioli, ma solo di animale, la separazione dalla madre prima di due mesi. La gravidanza promuove uno stato di labilità ben conosciuta dai mariti, il “periodo delle voglie”, che è un’espressione psico-emotiva cui la donna va incontro sul piano fisiologico per l’aumento di processi metabolici, sul piano psicologico per l’aumento di ansie, frustrazioni e timori; ci sono due corpi vivi in gioco e questo stimola il percepirsi come “contenitore”, capace di accogliere.

E’ nel secondo trimestre, per le prime percezioni vissute, dovute ai piccoli movimenti del bambino, che la madre inizia ad avere un’immagine mentale del proprio figlio; ma soprattutto nell’ultimo trimestre, vuoi per l’aumento delle dimensioni del piccolo, vuoi per la presenza delle prime contrazioni, ed i cambiamenti fisiologici del proprio corpo che insorgono le prime ansie relative al parto ed al timore che qualcosa possa danneggiare la salute del bambino. A fianco di questi timori si associano altre due domande “riuscirò a partorirlo?” “ce la farò a separarmene?” queste sono le domande che sorgono in ogni madre. Ora pensiamo allo stato emotivo che si può scatenare nelle madri surrogate! dove la separazione è certa sin dall’inizio e definitiva.

Elisa Gomez è un esempio; ha utilizzato i suoi ovociti per dare alla luce una bambina destinata ad altri, ma quando questa è nata ha sentito un legame: “Mi sono accorta di aver fatto un terribile errore a pensare di poter dare la mia bambina, anche se con l’intento di poter essere coinvolta nella sua vita”. I rapporti con la coppia con cui doveva rimanere in contatto, per accordi prestabiliti, si sono deteriorati dopo la nascita della bambina; ciò ha portato ad una battaglia legale emotivamente dolorosa per tutti i personaggi in causa.

Le madri surrogate sono sottoposte ad una serie di rischi fisici, connessi alle complicanze varie, basti ricordare i casi di morte di cui tutti siamo venuti a conoscenza negli ultimi tempi nonostante fossero gravidanze comuni seguite in ambienti di alta specializzazione sanitaria; figurarsi cosa succede nei paesi del terzo mondo, dove per ridurre i rischi sul bambino si privilegia il cesario; inoltre le madri surrogate sono sottoposte a trattamenti medici in funzione della gravidanza che portano ad effetti collaterali non irrilevanti per la loro salute .

Brook Brown era una madre surrogata di soli 35 anni, è morta quattro giorni prima del parto di 2 gemelli, per complicanze, nel Regional Medical Centre di San Luca a Boise, nei civilissimi Stati Uniti, nel silenzio dei media. Sì, perché anche nella ricca America troviamo storie di disperazione e bisogni economici, come nel caso di Crystal Kelley, madre surrogata americana, che per necessità economiche ha stipulato un contratto con la Surrogacy International. La bimba che porta in grembo ha gravissimi problemi, le chiedono di abortire, lei rifiuta. Le offrono una somma aggiuntiva (10.000dollari), ma lei rifiuta nuovamente, si sposta in Michigan dove partorisce e dà in adozione la bambina ad una coppia che si è presa cura di lei.

Nei contratti americani non a caso si vedono numerosi obblighi per la madre surrogata che arrivano ad essere invasioni di campo nella sua vita privata e veri e propri attacchi alla sua autodeterminazione, contemplando il libero accesso alle sue cartelle cliniche fino a vere proprie regole di comportamento . Ma “in altri casi, come quelli delle cliniche indiane, la madre surrogata non è nemmeno interpellata su decisioni che riguardano la sua salute”. E’ facile intuire da ciò cui abbiamo accennato che le madri surrogate siano a rischio anche sotto il profilo psicologico; Nove mesi durante i quali nonostante meccanismi psico-fisiologici di attaccamento, la donna deve farsi violenza per prepararsi al distacco. Le agenzie americane ne sono ben coscienti e prevedono un percorso psicologico di supporto. Vi sono dati che indicano che l’insoddisfazione di queste donne è maggiore quando non prendono parte a una psicoterapia.

Dobbiamo stare attenti alle suadenti parole usate nell’ambito della maternità surrogata. La parola “gestante” usata dalle agenzie e da chi sostiene queste pratiche rientra nelle tecniche moderne di alterazione della percezione di significato della realtà, è un eufemismo, che riduce la gravidanza a semplice “gestazione” del bambino, ma abbiamo visto che così non è. Pensiamo al fenomeno del “fetomaternal microchimerism”, cioè dello scambio di cellule tra la madre ed il bambino, come pure all’arrampicata immediata del bambino sul corpo della madre in cerca del suo seno. Pensiamo al fenomeno della sincronia del battito cardiaco tra madre e il figlio che vive nell’utero, così come allo sviluppo dl gusto che si sviluppa nel bambino in relazione all’alimentazione materna. Concordo con chi, anziché parlare di “gestazione surrogata” o del “magico dono della vita”, suggerisce di usare l’espressione “abbandono programmato” e “legalizzato” aggiungerei. Una recente pubblicazione sulla rivista ufficiale della società europea della riproduzione (ESHRE) ha concluso che le madri non hanno danni dalla surrogazione. Pur volendo sorvolare sul fatto che il campione era tutt’altro che rappresentativo e numericamente insufficiente, non si può tacere sul fatto che soltanto il 59% ha risposto al follow-up. Qualsiasi ricercatore si domanderebbe: “Che fine ha fatto l’altra metà delle madri surrogate, come stanno le donne che non hanno risposto? E perché sono sparite se stanno tanto bene e sono grate a questa pratica?”. Mi viene il sospetto che quando il business è lucroso, anche gli scienziati sappiano chiudere un occhio.

E’ curioso come nella libera Francia proprio le madri surrogate firmino la petizione contro la maternità surrogata, infatti tra i moltissimi nomi si leggono quelli di alcune di esse, come Gail Robinson, Tanya Lynn, Elisa Anne Gomez, e persino Gary Powell attivista lgbt, oltre il filosofo ateo Michel Onfray: “Non c’è modo migliore per trasformare in merce tanto il corpo della donna, quanto la vita del bambino”.

Comprensibile ed umano il desiderio di genitorialità, ma questo bisogno non può venir prima dei diritti umani dei veri soggetti in causa. La surrogazione altro non è che un mercato, la nuova tratta degli esseri umani. Legittimare questo mercato è una sconfitta per il diritto internazionale. È fondamentale attivarsi contro questa nuova forma di schiavitù con la stessa determinazione con cui chi ci ha preceduto ha combattuto contro la schiavitù delle popolazioni del Sud America e dell’Africa.

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