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Undicesima ora: Dio ama anche gli ultimi, di mons. Francesco Follo

Lectio divina sulle letture della XXV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) — 24 settembre 2017

Rito Romano

XXV Domenica del Tempo Ordinario – 24  settembre 2017

Is 55,6-9; Sal 144; Fil 1,20-24.27; Mt 20,1-16

Rito Ambrosiano

IV Domenica dopo il Martirio di san Giovanni il Precursore

Is 63,19b-64,10; Sal 76; Eb 9,1-12; Gv 6,24-35

1) Dio non è ingiusto, è generoso.

La prima lettura della Messa di oggi è composta dai vv. 6-9 dell’ultimo capitolo del libro di Isaia: il 55mo. In questi versetti il profeta è ispirato da Dio che dice:: “Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri” (Is 55, 6-9). Oggi, Cristo per farci conoscere il pensiero di Dio racconta una parabola magnifica che descrive un modo di pensare e di agire umanamente paradossale.

Infatti la parabola termina così: “Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anche loro ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone”.

Questo padrone li ha sconvolti perché gli ultimi sono pagati per primi, e ricevono per un’ora sola di lavoro la paga di un giorno intero. La generosità del padrone verso gli operai dell’ultima ora aveva suscitato negli operai delle prime ore l’aspettativa ingiustificata di ricevere una paga superiore a quella convenuta. Questi se ne lamentano, ma il padrone fa notare loro che lui ha rispettato la giustizia nei loro confronti, se poi vuole essere generoso con gli altri, è un suo diritto quello di dare quanto vuole agli altri.

Dio non è ingiusto, è generoso. Non toglie nulla ai primi, dona generosamente agli altri. E lancia tutti in un’avventura sconosciuta: quella della bontà. Che non è giusta, è oltre, è molto di più. La giustizia umana è dare a ciascuno il suo, quella di Dio è dare a ciascuno il meglio.   

Dio non solo è generoso, è bontà amorosa e infinita. Lui non paga, regala, dona con abbondanza gratuita. Lui è il Dio della bontà senza limite, vertigine nei normali pensieri, che trasgredisce tutte le regole dell’economia, che sa saziarci di sorprese. Nessun padrone farebbe così. Ma Dio non è un padrone, neanche il migliore dei padroni. Dio non è il ragioniere dell’umanità e non paga secondo ciò che è giusto nel senso distributivo del termine. Lui è il Padre che dai ai figli secondo ciò che è meglio per loro. La giustizia “distributiva” non rende all’essere umano tutto il “suo” che gli è dovuto. Come e più del pane, l’uomo ha bisogno di Dio. Sant’Agostino scrive: “Se la giustizia è la virtù che distribuisce a ciascuno il suo… non è giustizia dell’uomo quella che sottrae l’uomo al vero Dio. (La Città di Dio, 19, 21)

Se lui, il Padrone divino, agisce come agisce, non è perché trascura chi ha lavorato di più, ma perché ama anche gli ultimi. Non è violata la giustizia (il padrone dà ai primi chiamati quanto insieme hanno concordato), ma la proporzionalità distributiva. Lo spazio dell’agire di Dio è quello largo della bontà non quello ristretto del “tanto-quanto”. Il Dio del Vangelo non è senza la giustizia, ma non si lascia imprigionare nello spazio ristretto della proporzionalità. All’uomo la proporzionalità distributiva sembra essere l’applicazione la più giusta possibile di una legge, ma questo non vale per Dio. Se vogliamo entrare nel mistero amoroso di Dio, dobbiamo liberaci dallo schema della rigida proporzionalità nelle nostre relazioni.

Questo modo di pensare e di agire deve essere imparato e praticato da noi “per fedeltà a Colui che non si stanca mai di passare e ripassare nelle piazze degli uomini fino all’undicesima ora per proporre il suo invito d’amore” (Papa Francesco) e ricevere Cristo come “denaro”, come ricompensa del nostro lavoro nella vigna del Padre.

2) Giustizia e grazia.

La giustizia di Dio viene dalla grazia, perché non siamo noi, che ripariamo, guariamo noi stesso e gli altri. Il fatto che l’“espiazione” avvenga nel “sangue” di Gesù significa che non sono i nostri sacrifici  a liberarci dal peso delle colpe, ma è il gesto dell’amore di Dio che si apre fino all’estremo, fino a far passare in sé “la maledizione” che spetta a noi, poveri essere umani, per trasmetterci in cambio la “benedizione” che spetta a Dio (cfr Gal 3,13-14).

Il lavoro che svolgiamo nella vigna del Signore ci “merita” la ricompensa non nel senso che Dio ci deve pagare, ma nel senso che con questo umile e lieto lavoro la nostra mente e il nostro cuore si aprono alla grazia che ci ricrea nella misericordia.

Se dicessimo che Dio è giusto se ci paga il denaro pattuito, come potremmo dire che la giustizia è là dove il giusto muore per il colpevole e il colpevole riceve in cambio la benedizione che spetta al giusto? Ciascuno non viene così a ricevere il contrario di quanto gli spetta? In realtà, la giustizia divina è profondamente diversa da quella umana. Dio ha pagato per noi nel suo Figlio il prezzo del riscatto, un prezzo davvero sproporzionato.

La giustizia della Croce mette in evidenza che noi siamo autosufficienti, autarchici e che per essere pienamente noi stessi ma abbiamo bisogno di un Altro.

Questo Altro è il Padre che esce di casa nelle varie ore del giorno per chiamarci a lavorare nella sua vigna e darci la felicità. Queste diverse ore del giorno – come scrive San Gregorio Magno, sono le differenti età della vita umana: “Le prime ore sono l’infanzia della nostra intelligenza. L’ora terza può essere paragonata  all’adolescenza, poiché il sole comincia a salire, per così dire, nel senso che gli ardori della gioventù cominciano a riscaldarsi. L’ora sesta è l’età della maturità: il sole vi si stabilisce come punto di equilibrio, poiché l’uomo è arrivato alla pienezza della forza. L’ora nona indica l’anzianità, dove il sole scende in qualche modo dall’alto del cielo, perché gli ardori dell’età matura si raffreddano. Infine l’undicesima ora è l’età che si definisce vecchiaia … Poiché alcuni conducono una vita onesta fin dall’infanzia, altri nell’adolescenza, altri nell’età matura, altri nell’anzianità, altri infine nell’età più avanzata, è come se fossero chiamati alla vigna nelle diverse ore del giorno”.

Dunque dobbiamo esaminare il nostro modo di vivere e guardare se abbiamo cominciato ad agire come gli operai di Dio. Facciamo l’esame di coscienza per vedere  se stiamo lavorando nella vigna del Signore lieti di essere suoi collaboratori. E, poi, il Santo Papa continua: “Chi non ha voluto vivere per Dio fino all’ultimo momento della vita è come l’operaio rimasto ozioso fino all’undicesima ora… “Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi?” E’ come dire chiaramente: “Se non avete voluto vivere per Dio in gioventù e nell’età matura, almeno pentitevi nell’ultimo tempo… Venite quanto meno sulle vie della vita”… Il ladrone non è forse venuto all’ultima ora? (Lc 23,39s) Non per l’età avanzata, ma per la sua condanna si è trovato alla sera della vita. Ha confessato Dio sulla croce, e ha reso l’ultimo respiro nel momento in cui il Signore dava la sua sentenza. Ed il Signore del posto, ammettendo il ladrone prima di Pietro nel riposo del paradiso, ha ben distribuito il salario a cominciare dall’ultimo” (San Gregorio Magno, Omelie sul Vangelo, n. 19).

Un esempio di come rispondere nei vari momenti della vita alla vocazione del Signore che chiama a lavorare nella sua vigna ci è dato dalle vergini consacrate. E’ vero che lo specifico del “lavoro” o ministero o servizio, a cui il Rito della Consacrazione le abilita, è quello di vivere la verginità come segno profetico della Parusia, di Cristo che viene definitivamente come sposo. Maè altrettanto vero che il suo servizio è quello di manifestare l’amore della Chiesa sposa verso il suo Cristo., “lavorando” con la preghiera (non dimentichiamo che liturgia vuol dira azione del popolo per Dio e che la litugia è chiamata anche Opus Dei, opera di Dio).  Va però tenuto presente anche che “le vergini consacrate nella Chiesa sono quelle donne che, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, fanno voto di castità al fine di amare più ardentemente il Cristo e servire con più libera dedizione i fratelli … loro compito è quello di attendere alle opere di penitenza e di misericordia, all’attività apostolica e alla preghiera” (Prenotanda al Rito di Consacrazione delle Vergini, 2). 

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Lettura patristica

San Giovanni Crisostomo (344/354 – 407)

In Matth. 64, 3 s.

A quale scopo, dunque, è stata composta questa parabola, e che fine vuol conseguire? Essa mira a incoraggiare gli uomini che si sono convertiti e hanno cambiato vita in età avanzata, e a evitare che si ritengano inferiori. Questa è la ragione per cui il Signore presenta altri che mal sopportano il fatto che costoro ottengano quei doni; non tanto per mostrare che quelli siano realmente rosi e consumati dall’invidia. Dio ci liberi da tale pensiero; quelli vengono introdotti solo per farci comprendere che gli ultimi arrivati godono di tale onore, che può anche causare invidia. La stessa cosa facciamo anche noi molte volte, quando diciamo ad esempio: Il tale mi ha rimproverato d’averti fatto tale onore. Con ciò noi non vogliamo dire che realmente siamo stati rimproverati, né pensiamo di screditare quell’altro, ma vogliamo dimostrare la grandezza del dono che abbiamo fatto all’amico.

Ma voi ora mi domanderete perché il padrone non fa venire gli operai tutti insieme a lavorare nella vigna. Per quanto dipende dal padrone, egli li ha chiamati tutti insieme, alla stessa ora; però non tutti hanno obbedito subito, e ciò per le diverse disposizioni dei chiamati. Per questo alcuni sono chiamati di buon mattino, altri all’ora terza, altri alla sesta, alla nona, fino all’undicesima ora, ciascuno nel momento in cui è pronto ad ascoltare la sua chiamata. La stessa cosa dichiara anche Paolo dicendo: “Quando è piaciuto a Dio, che mi ha separato dal ventre di mia madre” (Ga 1,15). E quando a Dio è piaciuto? Quando Paolo era pronto ad obbedirgli. Il Signore avrebbe certo desiderato chiamarlo fin dall’inizio della sua vita, ma sapendo che allora Paolo non avrebbe ceduto, ha atteso a chiamarlo nel momento in cui sarebbe stato disposto. Per questo, chiamerà il ladrone all’ultimo momento, ché altrimenti costui non avrebbe risposto alla chiamata. Paolo non gli avrebbe risposto prima, e molto meno, gli avrebbe obbedito il ladrone.

Orbene, se gli operai dicono qui che nessuno li ha presi a soldo, non bisogna pretendere, come già vi dissi, di esaminare e di spiegare ogni minimo dettaglio nelle parabole. E non dimentichiamo che non è il padrone a dire queste parole, ma gli operai dell’ultima ora: il padrone non li rimprovera per non turbarli, e per indurli a lavorare anch’essi nella vigna. Infatti, che egli abbia l’intenzione di chiamarli tutti dal principio lo dimostra la parabola stessa, quando dice che il padrone di casa uscì la mattina di buon’ora ad assoldare operai.

Da ogni parte, quindi, risulta evidente che la parabola è indirizzata sia a coloro che dalla prima età, sia a quelli che in età avanzata e più tardi si danno alla virtù. Ai primi, perché non si insuperbiscano né insultino coloro che vengono all’undicesima ora; agli ultimi, perché sappiano che possono, in breve tempo, recuperare tutto. Siccome, infatti, il Signore aveva in precedenza parlato di fervore e di zelo, di rinuncia delle ricchezze, di disprezzo di tutto ciò che si possiede – il che richiede grande sforzo e un ardore giovanile – per accendere negli ascoltatori la fiamma dell’amore e dar tono alla loro volontà, dimostra ora che pure quelli che sono giunti tardi possono ricevere la ricompensa di tutta la giornata. Tuttavia, non dice esplicitamente questo, per timore che questi si insuperbiscano e siano negligenti e trascurati; mostra invece che tutto è opera della sua bontà e, grazie ad essa, costoro non saranno trascurati, ma riceveranno anch’essi beni ineffabili. Questo è lo scopo principale che Cristo si prefigge nella presente parabola.

Né meravigliatevi se il Signore aggiunge che “saranno primi gli ultimi e ultimi i primi e molti saranno i chiamati e pochi gli eletti” (Mt 20,16). Egli non afferma ciò deducendolo dalla parabola, ma vuole far comprendere che come è successo questo succederà anche quello. Perché qui i primi non sono diventati ultimi ma tutti hanno ottenuto, al di là di quanto potevano aspettarsi e sperare, la stessa ricompensa. Orbene, come è accaduto questo contro ogni speranza e aspettativa e gli ultimi furono messi alla pari coi primi, così accadrà un fatto ancor più grande e straordinario, vale a dire che gli ultimi saranno i primi e i primi saranno dopo di essi.

Monsignor Francesco Follo è osservatore permanente della Santa Sede presso l’UNESCO a Parigi.

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Monsignor Francesco Follo è osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi.

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