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“Una famiglia cattolica ci nascose e ci salvò dall’Olocausto”

La 96enne Alberta Levi Temin ricorda la tragedia dell’occupazione nazista: “Per decenni non ebbi il coraggio di parlarne”

Ricordare il passato per costruire il futuro. Conoscere una delle pagine più buie della storia umana per comprendere l’orrore della guerra e l’importanza di tutelare la pace. Per sollecitare una riflessione su tali fondamentali temi, l’Istituto Nazareth di Napoli ha invitato i propri studenti ad un incontro con due tra le fondatrici dell’Amicizia Ebraico-Cristiana, l’Associazione che, dal 1950 in Italia e dal 1987 a Napoli, prosegue il lavoro di Jules Jsaac per decostruire i fondamenti della cultura dell’odio verso gli ebrei, promuovendone il dialogo con i cristiani e, da un decennio a questa parte, con i musulmani.

Diana Pezza Borrelli ha sottolineato come alle giovani generazioni sia affidata la speranza per l’approfondimento di tale confronto interreligioso, in un percorso di crescita da costruire insieme giorno per giorno: “Dialogare con l’altro è come fare sport – ha spiegato -. Se per conseguire vittorie sportive è necessario un allenamento fisico costante e rigoroso, parimenti ci si deve allenare al dialogo con chi sembra diverso, cogliendo tutte le occasioni per conoscerne la cultura. E in questo senso è determinante l’esperienza che ogni giorno si vive a scuola”. Per questo, l’Istituto Nazareth ha offerto ai suoi alunni, come osservato dalla coordinatrice delle attività didattiche, prof.ssa Elisa Rotriquenz, “un dono: la testimonianza di Alberta Levi Temin, che, raccontando e quindi rivivendo le sofferenze di un periodo storico in cui la discriminazione e la violenza contro ‘il diverso’ giunsero al potere, offre il più significativo invito a farsi promotori del dialogo nel rispetto dell’altro”.

“Nel 1938 vivevo a Ferrara con la mia famiglia – ha proseguito la relatrice – quando l’approvazione delle leggi razziali fece sì che sì che, di colpo, non fossi più un’italiana come gli altri, a causa della mia religione ebraica. Dopo il diploma magistrale, mi fu impedito di iscrivermi all’università, e iniziai ad insegnare in una scuola ebraica. Negli anni successivi le leggi divennero sempre più dure, e solo l’amicizia di chi mi voleva bene mi aiutò a non sentire l’emarginazione che il governo fascista perpetrava verso gli ebrei. E, con l’entrata dell’Italia in guerra nel 1940, subentrò, nella vita mia e di tutti, il costante terrore che ogni conflitto porta con sé – e che, a chi l’ha vissuto, rende inaccettabile la definizione di ‘guerra per la pace’ che ancor oggi tanti potenti del mondo usano”. Ma fu con l’occupazione nazista del 1943, ha ricordato Alberta Levi Temin, che furono scritte le pagine più tragiche, nella storia degli ebrei italiani e della sua famiglia. “La notte del 6 ottobre un questurino italiano e un giovane soldato tedesco perquisirono casa nostra, in cerca, per un equivoco anagrafico, un mio cugino ventenne. Non trovandolo, andarono via, lasciandoci incolumi, ma il rumore di quelle scarpe chiodate che avevano profanato la mia casa rimase incancellabile nella mia memoria”, ha raccontato la sopravvissuta.

La famiglia Levi decise, allora, di lasciare Ferrara. Ospiti, pur clandestini, degli zii a Roma, Alberta, i genitori e la sorella sembravano poter ricostruire una serenità, spazzata via, invece, dai tragici eventi della notte del 16 ottobre. “Si ricorda quella data come ‘rastrellamento degli ebrei dal ghetto di Roma’ – ha ricordato la relatrice – ma fu un’azione ben più ampia: i soldati avevano gli indirizzi di tutti gli ebrei in città. Quella sera eravamo tutti in casa tranne mio padre, che, per mancanza di spazio, fu ospitato da una vicina. Quando il campanello suonò all’alba, ricordai subito quanto accaduto a Ferrara, e istintivamente corsi sul terrazzino, per non udire più quel passo che mi aveva terrorizzato. Mentre due giovani soldati tedeschi irrompevano in casa, rimasi pietrificata, udendo le voci dei miei familiari, cui veniva imposto di lasciare subito l’abitazione. Prima che uscissero, mio cugino, di soli 16 anni, riuscì ad aprire la porta finestra, e, quando calò il silenzio, faticosamente a mi ridestai dal terrore che mi aveva paralizzata. Trovai la forza di raggiungere mio padre, e solo nel riabbracciarlo si sciolse in lacrime il dolore per non essere riuscita a far nulla per i miei cari, che mi stordì per tutta quella giornata, e che, all’età di 96 anni, è rimasto il più grande di tutta la mia vita. Perché – ha ricordato con commozione – la vita comporta naturalmente dei lutti, ma è intollerabile vedersi strappare con la forza i propri parenti”.

I più stretti congiunti di Alberta Levi Temin riuscirono, infine, a salvarsi, ma ciò non cancellò il dolore per un’enorme strage. “Trovammo rifugio a casa di amici cattolici di mio padre, e lì, ormai contro ogni speranza, fummo raggiunti da mia madre e mia sorella, liberate dopo aver finto di essere cattoliche di famiglia mista. Ci testimoniarono che la sera prima, nel collegio militare di via Lungara, erano stati forzosamente trasferiti 1230 ebrei, di ogni sesso ed età, finanche persone malate o invalide, con la scusa che nei campi di lavoro ci fosse un’infermeria. Fino all’ultimo, infatti, nessuno aveva compreso cosa stesse succedendo ad Auschwitz, dove quasi tutti furono deportati, e dove si persero le tracce anche dei miei zii e del mio giovanissimo cugino, che ci avevano ospitato e aiutato a scappare”.

Alberta Levi Temin ha toccato il pubblico, sollecitandone, con una finale confessione, la riflessione sugli ancora attuali pericoli dell’intolleranza: “Per decenni non ho avuto il coraggio di raccontare ciò che mi era successo. Mi bloccavano, da un lato, il dolore e la vergogna per non essere riuscita a muovermi in quella drammatica sera, dall’altro il desiderio di non trasmettere ai miei figli l’idea che essere ebrei potesse rappresentare un rischio. Volevo, però, lavorare per affermare l’amicizia come valore sociale ed educare ad uno sguardo aperto ed accogliente verso le culture differenti dalla propria. Così ho contribuito a fondare l’Amicizia Ebraico-Cristiana; e, anni dopo, questa esperienza mi ha dato la forza di raccontare la mia storia. Ne ho compreso l’importanza, in particolare, nel 1990, quando ho appreso della diffusione di teorie revisioniste sull’Olocausto. Ho capito, allora, che sarebbe stato utile portarla nelle scuole, per insegnare ai giovani a guardare amichevolmente alle altre culture, vivendo secondo la regola di rispetto comune a tutti i testi sacri: non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te”.

Diana Pezza Borrelli ha voluto concludere l’incontro ribadendo proprio quest’ultima esortazione al pubblico degli studenti: “Provate sin da ora a sperimentare questa regola, a scuola, in famiglia, con gli amici, ogni volta che siete tentati di deridere o danneggiare gli altri. Scoprirete che metterla in pratica non è facile, ma se ci riuscite, guadagnerete un’amicizia più grande. Impariamo a giocare in squadra, una squadra allargata, perché è l’intera umanità”.

Un ultimo consiglio lo ha voluto rivolgere Alberta Levi Temin: “Non lasciatevi fare il lavaggio del cervello da nessuno. Se ripenso alla notte del 16 ottobre 1943, infatti, la mia pena più grande è per quei due giovani soldati tedeschi, complici di un’atrocità perché irretiti da un’ideologia dell’odio, che annientava qualsiasi umanità. Invece noi uomini siamo fatti ad immagine di Dio proprio perché abbiamo una coscienza: dobbiamo imparare ad ascoltarla e lasciarla parlare, giudicando costantemente se ciò che ci viene proposto sia rispettoso degli altri come di noi stessi”.

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