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Una comunità abbracciata da Cristo

Commento al Vangelo della XXVI Domenica nel Tempo Ordinario (Anno B) — 27 settembre 2015

Gesù aveva appena preso un bambino e, abbracciandolo, aveva insegnato l’unico modo con cui si accoglie Lui e Colui che lo ha mandato. Ma niente, i suoi discepoli continuavano a non capire. Erano con Lui da tempo, gli camminavano dietro, ma non lo avevano ancora accolto. Nel loro stare con Gesù cercavano la propria identità come al tempo di Babele, quando gli uomini smisero di camminare nella precarietà e si stabilirono in una città per difendersi e così darsi un “nome”.

La città di Babele è immagine del principio di ogni corruzione, la stessa che segnava ancora il cuore di Giovanni e degli altri discepoli intenti a discutere su chi fosse il più grande, su chi avesse un “nome” più prestigioso da garantire il primo posto.

Per questo il “nome di Gesù” appariva loro come la torre che gli uomini tentarono di costruire proprio per darsi un nome, che significa un’identità, un senso nel mondo. Gesù, che, secondo la mentalità orientale era presente nel suo “nome”, era per loro il “brand” che distingueva il gruppo, nella perfetta mentalità del mondo.

Del resto i discepoli, invece di pregare e ascoltare, discutevano e litigavano proprio per scalare la “società”, come si fa in qualunque impresa, per poi competere con le altre. E così, proprio loro che si indignavano per “uno che scacciava i demoni nel nome di Gesù”, non riuscivano a scacciarli. “Le loro ricchezze”, infatti, erano “marce, i vestiti mangiati dalle tarme”.

Quel “nome”, pronunciato da loro, non aveva “potere” perché attraverso di esso cercavano la propria gloria; non era “dynamis”, il potere di muovere e far muovere, perché si erano installati ed erano entrati in competizione tra loro e con gli altri raggiunti dalla Grazia.

Avevano rotto la comunione in nome della carne, e così avevano finito per sbarrare le porte della Chiesa, che dovrebbero restare aperte giorno e notte per accogliere tutti. E’ ciò che accade a chi, come spesso anche noi, usa della Chiesa e della comunità per se stesso, per colmare i propri buchi affettivi.

Si può essere accanto a Cristo e ai fratelli ma seguire la volontà del demonio. L’amore e la comunione definiscono l’appartenenza a Dio e ai fratelli nella Chiesa, ma il demonio, principio di divisione, semina nei cuori l’invidia e la superbia che spinge a “vedere” l’altro come un nemico.

Esattamente come i discepoli hanno “visto” quello che scacciava i demoni in nome di Gesù. E così, proprio loro che non ci riuscivano, “impedivano” a chi “non era dei nostri” di lottare con il male e vincerlo in Cristo. 

Ecco il punto. Quell’uomo non seguiva loro! Per questo era da tagliare, escludere, disprezzare, scandalizzare: anche loro, avevano “condannato e ucciso il giusto” nel loro cuore, “ed egli non vi ha opposto resistenza”. Come? Facendo della comunità una cosa loro, mondana, nella quale vigevano le regole e gli usi di ogni gruppo umano, trasformandola così in un luogo di schiavitù.

Come accade nelle diocesi e nelle parrocchie che si chiudono ai carismi dello Spirito Santo, illudendosi che esso discenda solo sui settanta anziani. E invece no, lo Spirito Santo ispira la profezia anche dove spesso i pastori come Giosuè non si aspettano. Guai alla loro “gelosia” che impedisce al carisma di offrire una parola profetica scandalizzando i piccoli che credono in Cristo…

Ma ciò accade spesso anche nelle nostre famiglie, nei rapporti tra moglie e marito, tra genitori e figli, tra fidanzati e amici, al punto da assomigliare più al “board” di una multinazionale che a una comunione di fratelli: bisogna produrre i risultati prefissati, raggiungere determinati target, incrementare sempre i guadagni; solo così ci sono i dividendi e la comunità è salva, visto che ha ragione di esistere solo in funzione di questi.

Essere “dei nostri” significa essere ammessi nel proprio cerchio magico, tutto carne e passioni. Implica seguirsi a vicenda, e per questo litigare e giudicarsi, invidiarsi ed essere gelosi. Perché chi segue un uomo va dietro ai suoi limiti, e che fallimento diventa allora la vita…

Che stoltezza quando un prete vuole farsi seguire e lega a sé le persone, rubandole a Cristo di cui dovrebbe essere l’amico che gioisce nel diminuire perché chi possiede la sposa è lo Sposo. O quando un padre e una madre spingono i figli ad essere come loro, a ricalcarne le orme frustrando le loro personalità e disprezzando le debolezze; non si accorgono che li scandalizzano allontanandoli da Cristo, che li ama e li ha scelti peccatori e liberi, unici e irripetibili. O un fidanzato quando cerca di assorbire la fidanzata nel proprio tempo, nei gusti e nei desideri, obbligandola a servire le proprie concupiscenze, dando inizio così alla rovina certa del matrimonio.

La corruzione non può che generare corruzione. E disprezzo per i piccoli; chi si illude di dover essere seguito, chi scrive leggi ispirate dagli slogan, chi partorisce ideologie non si accorgerà dei piccoli che muovono i primi passi. Sarà geloso del proprio posto e guarderà tutti come a dei potenziali usurpatori.

Nella Chiesa, invece, è preservata la libertà di ciascuno, anche di sbagliare, perché tutti seguono Cristo che sale alla Croce, per entrare con Lui nel Cielo, in un’appartenenza nuova che trascende la carne. Nella Chiesa non si è “dei nostri”, ma tutti sono suoi, riscattati dal sangue di Cristo. Non c’è omologazione ma comunione nella diversità.

Per questo Gesù aveva preso un bambino e lo aveva abbracciato: per mostrare profeticamente che la Chiesa è una comunità abbracciata da Cristo, dove ciascuno è amato così come è, nella sua piccolezza, nelle sue miserie.

Per questo ci dice oggi con forza di stare bene attenti “a non scandalizzare uno di questi piccoli che credono in me”. Non scandalizzare innanzitutto te stesso, non metterti da solo inciampi sul tuo cammino. E non metterli agli altri con i tuoi atteggiamenti superbi e mondani travestiti da pietà e zelo per il Vangelo.

Fratelli, questa domenica il Signore ci annuncia senza dolcificanti che proprio per essere stati chiamati a seguirlo, ci attende ogni giorno un combattimento molto serio. Non possiamo scappare, perché è in gioco la nostra salvezza e quella dei “piccoli” nella fede, i lontani dalla Chiesa, coloro che vivono in situazioni terribili di peccato e che, nell’annuncio del Vangelo, hanno iniziato a vedere una luce, una speranza a cui appoggiarsi.

Siamo stati “piccoli” anche noi, o no? Anzi, lo siamo ancora, perché il posto dei cristiani è sempre l’ultimo della fila, il più insignificante, disprezzato e rifiutato. Quello di chi, come i bambini al tempo di Gesù, era considerato nulla.

Ma proprio per essere gli ultimi, i cristiani possono far breccia nel cuore dei superbi, destando in loro un frammento di compassione. Siamo mendicanti di un bicchiere d’acqua, portiamo ovunque nel nostro corpo la sete di Cristo crocifisso, per offrire a tutti la “loro ricompensa”.

Coloro che non conoscono Gesù hanno il diritto di incontrarlo nei suoi fratelli. La sete dei discepoli è l’occasione, la possibilità donata ad ogni uomo di partecipare dei beni che essi incarnano nel loro desiderio. Un cristiano è nel mondo per ricevere l’aceto dei peccati di ogni uomo; è Cristo che in lui ha sete del male per trasformarlo in bene.

“Piccoli” dunque, per salvare i “piccoli” della terra, non c’è altro modo con cui Dio ha scelto di salvare l’umanità che ha perduto la propria dignità. Per questo occorre “tagliare” senza pietà quello che il demonio cerca di far diventare grande in noi: mani, piedi e occhi dell’uomo vecchio che ci portano nel fuoco della Geenna, la valle accanto a Gerusalemme dove si bruciava la spazzatura.

Siamo chiamati ad essere la spazzatura, a scendere nella Geenna delle nostre città per offrire speranza e salvezza a chi ha ridotto la propria vita un rifiuto da bruciare, non ad esservi gettati anche noi per aver perduto il sapore del sale della primogenitura, lasciando così che il mondo muoia nei suoi peccati.

Sì fratelli, “è meglio” per noi che “venga messa una macina da mulino al collo” del nostro uomo vecchio e corrotto che cerca cibo nella carne per saziare anche nella Chiesa le sue concupiscenze, e che “sia gettato nel mare”, nelle acque del battesimo, cioè dei sacramenti.

Come Israele, infatti, anche il discepolo di Cristo è un eletto, contrassegnato per una missione: per questo sarà schiacciato, ferito. Per questo, quasi come un’eco delle parole di Gesù sulla violenza da fare alle proprie membra occasione di scandalo, Giacobbe sarà oggetto della violenza dell’angelo di Dio.

E ne uscirà zoppo, per entrare nella terra promessa insieme a quanti nel mondo gli sono affidati, cominciando dai più vicini. Meglio zoppo che con due piedi, meglio potersi appoggiare a Dio ed assolvere alla propria missione, che perdere la propria vita. Zoppo, cieco, monco, ma forte con Dio, ecco il mistero della nostra debolezza offerta e affidata a Cristo perché ne faccia l’altare dove possa offrire a tutti il suo amore. Il mistero dei fallimenti, delle malattie e delle persecuzioni che soffrono i cristiani, della Croce sulla quale Cristo abbraccia nelle loro membra deboli e povere i piccoli del mondo.

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