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Foto: Festa del Cinema di Roma

Un viaggio nel Cinema con Lorenzo Jovanotti

Nell’Auditorium di Roma, una serata con il celebre cantautore per la Festa del Cinema

L’incontro con Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, alla Festa del Cinema di Roma lo scorso lunedì è un viaggio nel cinema. Nel ‘suo’ cinema: quello che ha contribuito alla sua formazione, alla sua crescita, a farlo diventare la persona e l’artista così tanto amato dal pubblico. Ma allo stesso tempo è un viaggio per fare amare quel cinema ai tanti, più di mille persone, intervenuti alla Sala Sinopoli dell’Auditorium di Roma e a quanti tramite loro si appassioneranno alle proposte del cantante.

Un viaggio fatto di 15 spezzoni di film scelti da Lorenzo, che si presenta non definendosi come un cinefilo, ma semplicemente come “un ragazzo del ’66 cresciuto coi film”. Dal percorso che facciamo con lui, però, ci accorgiamo che c’è molto di più: nel dialogo con Antonio Monda, perfetto padrone di casa, vero ambasciatore della cultura italiana, il “ragazzo fortunato” mostra di conoscere registi, attori e linguaggi propri della comunicazione filmica come un grande esperto.

Si scusa fin dall’inizio per aver escluso dalla sua breve rassegna film o registi di grande spessore che pure ha molto amato, quali Sergio Leone, Roberto Benigni, Robert Lee Zemeckis, Alejandro González Iñárritu.

Il racconto per immagini parte da The Blues Brothers, di cui apprezza la gioia che trasmette, gioia che era evidentemente presente sul set, e continua con la trascinante camminata de La febbre del sabato sera, definita come una vera epifania musicale: una “improponibile macedonia” che però dà il via a qualcosa di nuovo e che solo lo spirito umano può percepire.

Di Quentin Tarantino, che apprezza tutto, mostra Kill Bill, che, al di là di tutti i piani di lettura tipici del regista e della giostra visiva che è in grado di creare, è «la storia dell’amore più grande del mondo, la storia di una madre alla conquista della figlia».

De I 400 colpi (François Truffaut), ricorda l’assonanza con la sua vita: il racconto dell’immensa solitudine di un bambino, che lo aiutava a sentirsi meno solo, e a trasformare la solitudine in una apertura a tutti i possibili: solitudine come libertà di un inizio.

Toccanti sono i passaggi a dedicati al recentemente scomparso Bud Spencer (Altrimenti ci arrabbiamo: la semplicità e la bellezza dei valori umani quali l’amicizia) e alla dolorosa vicenda di Francesco Nuti (Io, Chiara e lo Scuro: una delicata poesia). Attraverso questo breve viaggio troviamo dunque l’idea che il cantautore ha di sé, del mondo, dell’uomo, di Dio.

Come nella dolorosa vicenda di Stand by me (Rob Reiner, 1986) che ripropone con forza il dramma dell’uomo, la cui vita è apparentemente sottomessa al caso: perché non sembra esserci giustizia nel mondo? e come poter vivere di fronte a tale drammaticità? Ma la risposta che Lorenzo trova attraverso questa pellicola “non è rinunciare a vivere ma vivere il doppio”.

Stranamente, del grande Francis Ford Coppola Jovanotti propone un flop, Un sogno lungo un giorno; in realtà, nella lettura di Lorenzo, questo film prosegue il percorso del regista dopo Apocalypse Now. Infatti nello spezzone di film proposto, nel buio che sembra avvolgere la vita di un uomo, si accende una luce, ed “è solo la donna in grado di accendere una luce nella vita dell’uomo”;  e infatti non sarà più come in Apocalipse Now la parola “orrore” ad essere l’ultima parola, bensì è la parola “amore” ad avere la vittoria.

Cita poi Yuppi Du, il recente Timbuktu, Taxi driver, Mad Max. Unica animazione (ma Lorenzo testimonia pure grande amore per i capolavori Pixar) è La città incantata di Hayao Miyazaki; un racconto di formazione, la crescita di una ragazzina, che passa attraverso il dramma della scoperta della fallace umanità dei genitori, per accedere alla umana maturità proprio mediante questo disincanto: un film che Lorenzo non ha avuto remore di guardare e far amare proprio a sua figlia.

Del Rublëv di Andrej Tarkovskij, vera “poesia per immagini”, Jovanotti apprezza il disegno dell’umano che ne emerge, l’uomo come “potenziale inespresso”, che ricorda quell’uomo che è “sempre qualcosa in meno di un uomo”, e allo stesso tempo è sempre “qualcosa più di un uomo”, come lui stesso canta in un suo testo.

Il viaggio si conclude con Amarcord di Federico Fellini, «da cui ho preso l’ispirazione per la canzone Le tasche piene di sassi».

Il matto del film, lo zio Teo (Ciccio Ingrassia), afferma Lorenzo «come dice il nome, è una rappresentazione di Dio», il cui pensare non è il nostro pensare, le cui vie – potremmo dire –  non sono le nostre vie. E con molta confidenza racconta della presenza nella sua famiglia di una zia diversa, non autosufficiente,  rimasta bambina anche da adulta: un elemento di «destabilizzazione amorevole cui tutti volevamo molto bene, sorprendente come era. Vedendo Amarcord ho capito che la presenza dell’irragionevole in una famiglia è un dono che Dio ci fa».

Non a caso il percorso del cantante si ferma qui. Un viaggio nella sua vita ma anche il viaggio che ogni uomo deve fare verso le profondità di sé per poi proseguire verso l’altro, verso l’oltre, verso l’Alto.

 

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