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Un pellegrinaggio per la pace sulla via della fiducia e del coraggio

Mons. Vincenzo Bertolone, arcivescovo di Catanzaro-Squillace, ha animato sabato 7 gennaio la marcia della pace

di Eugenio Fizzotti

ROMA, lunedì, 9 gennaio 2012 (ZENIT.org).- «Quella di stasera più che una marcia è un pellegrinaggio perché è nostra intenzione richiamare tutti, e in primo luogo noi stessi, al fatto che siamo pellegrinanti verso l’Assoluto e verso Dio». Rivolgendosi con queste parole alle centinaia di partecipanti alla marcia della pace la sera di sabato 7 gennaio, Mons. Vincenzo Bertolone, Arcivescovo di Catanzaro-Squillace, ha messo in evidenza che, considerandola esplicitamente come un continuo viaggiare, la vita manifesta che uno dei valori principali che essa trasmette è «la pace nel cuore», tenendo ben presente che «nella parola pace sono racchiusi tutti gli argomenti peculiari come la capacità di essere solidali, di perdonare, di pensare al rispetto delle leggi, di costruire cose buone».

Ed ha avuto un positivissimo effetto quando, riferendo che la famosa espressione di Roberto Benigni “dalla cintola in giù”‘ deve essere rivista e trasformata in “dalla cintola in su”, ha dichiarato che il senso dell’iniziativa era quello di «dire alla città di non limitarsi a privilegiare i piaceri e i beni della terra, ma di effettuare scelte massicce e significative che consentono di guardare a quel valore più alto e più bello che per i credenti è Cristo, il quale riempie la vita ed è l’approdo finale di ogni singola esistenza».

Aperta da uno striscione con la scritta “Giovani per strade di pace e di legalità”, la marcia ha avuto inizio dinanzi al Palazzo di Giustizia, richiamando ai partecipanti le problematiche della giustizia, delle carceri, della droga, della delinquenza minorile e delle numerose sfide sociali e istituzionali per il recupero di coloro che hanno sbagliato, soprattutto dei minori. E mentre la tappa successiva dinanzi al complesso monumentale San Giovanni ha favorito lo sguardo al mondo della cultura e dell’arte, quali strumenti preziosi di espressione e di formazione della persona umana, la tappa presso il Convitto Galluppi ha riportato l’attenzione ai temi della scuola e dell’educazione, mentre in piazza Prefettura si è fatto riferimento al ruolo delle istituzioni e della politica, che devono rivolgersi con estrema delicatezza e preciso realismo alle categorie più fragili presenti nel territorio.

Entrati nel Duomo di Catanzaro, dopo un rispettoso silenzio, i numerosi partecipanti alla marcia della pace hanno riascoltato la voce di Mons. Bertolone il quale, dichiarando che «commozione mista a gioia è il sentimento che in questo momento prevale nel mio cuore» ha ribadito che il popolo di Dio «è un popolo di “viatores”, in viaggio verso la città celeste, per cui la vita, specchio del viaggio, può trasformarsi in itinerario per innestare nella coscienza il desiderio di ritornare al principio, a quella che già sant’Agostino indicava come la necessità di passare dall’esteriorità dispersiva alle profondità intime e segrete dell’uomo, dove dimorano l’Io e Dio».

Un efficace, apprezzato e attuale riferimento Mons. Bertolone ha fatto all’Enciclica “Pacem in terris” nella quale Papa Roncalli nel 1963 «ricordava essere il mondo la nostra grande casa. Desiderio comune, oggi come allora, è che esso sia la casa della pace, senza più paure, risse e guerre, governato da quell’ordine che Dio ha dettato fondandolo su quattro pilastri: verità, giustizia, amore e libertà».

La realtà, purtroppo, non va in forma autorevole e servizievole in tale direzione perché «il mondo non solo si mostra incapace di accogliere il dono della pace, ma si ostina a credere e a vivere come se essa potesse essere ottenuta solo attraverso una guerra». Ecco perché il messaggio diffuso dal Papa Benedetto XVI in occasione della 45ª Giornata mondiale della pace, istituita da Paolo VI nel 1967, ha fatto emergere «la necessità di invertire la rotta e, avvertendo la paterna preoccupazione per quell’emergenza che si trasforma e si traduce in disoccupazione, sgomento, fuga dei cervelli, senso di frustrazione e di nichilismo, invita a essere coraggiosi nel favorire l’educazione dei giovani e far maturare in essi il rispetto etico della giustizia umana, cioè della virtù morale che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e agli uomini ciò che gli spetta».

Per arginare il male occorre, ha sottolineato Mons. Bertolone, «bloccare la catena dell’odio che si allunga con singoli atti di vendetta e lasciare che dilaghi l’acqua purificatrice e dissetante del perdono, della generosità e dell’operosità. Infatti, non costruisco la pace quando non perdono, quando non chiedo scusa, quando non faccio il primo passo per riconciliarmi, anche se mi sento offeso o credo di aver ragione; non costruisco la pace quando lascio chi soffre solo e mi scuso dicendo: “Non so cosa dire, cosa fare, non lo conosco”; non costruisco la pace quando chiudo la porta del cuore, quando non faccio niente per unire; non costruisco la pace quando taccio di fronte alla menzogna, all’ingiustizia, alla disonestà, perché non voglio noie; non costruisco la pace quando rifiuto la croce, la fatica; non costruisco la pace quando non mi metto in ginocchio per invocarla, per ottenerla, per viverla».

E facendo sua l’esortazione del Papa, l’Arcivescovo di Catanzaro ha detto ai giovani, ai loro genitori e a tutti gli educatori «di non sentirsi vinti e soli, ma di raccogliere il coraggio, dote che con l’ardore e l’entusiasmo contraddistingue l’età giovanile, facendosi così artefici di un’azione incisiva e corale di rinnovamento della società nonostante tutto e contro ogni atteggiamento autolesionistico».

Si tratta, con estrema evidenza, di «un’esortazione la cui attualità è ben evidenziata da un tempo, quale quello presente, fatto soprattutto di apparenze, incline all’ostentazione esteriore, attratto dalla superficie levigata dei corpi, votato alla frivolezza delle esperienze, sensibile solo alla leggerezza e alla futilità». Ciò vuol dire, ha ribadito Mons. Bertolone, che coloroche hanno a cuore la causa della pace non possono né devono considerarla come «un bene già raggiunto, ma una meta a cui aspirare quotidianamente, in ogni azione del proprio vivere, guardando con maggiore speranza al futuro, incoraggiandosi a vicenda, lavorando per dare al mondo un volto più umano e fraterno, e sentendosi uniti nella responsabilità verso le giovani generazioni presenti e future, in particolare nell’educarle ad essere pacifiche e artefici di pace». 

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