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Un grimaldello insidioso contro il collegamento Bibbia, Magistero, Canone

E’ per ovviare ad equivoci e sbandamenti interpretativi dottrinali futuri che Gesù ha provveduto la sua Chiesa di una funzione magisteriale

Continuando il nostro discorso sulle insidie alla fede cattolica, escogitate da varie Sètte e Movimenti Religiosi Alternativi (MRA), ci imbattiamo in una sorta di “grimaldello” adoperato da  tutti i MRA di matrice cristiana ma di derivazione protestante, cioè da quelle denominazioni che fondano la fede sulla “sola Scriptura”, la Bibbia capita con libero esame. Esso consiste nella manovra di scollegare la dipendenza (sì, è la parola giusta!) della Bibbia, cioè del Libro Sacro, dalla Chiesa che, tramite il suo Magistero, custode e trasmettitore della rivelazione divina, lo ha individuato e codificato confrontando quegli scritti con la fede già trasmessa (lat. tràdita) e con tanto di interpretazione da quasi quattro secoli (cf il nostro precedente articolo su ZENIT del 20 dicembre scorso). Paragonando la Bibbia al gioiello e il Magistero al gioielliere esperto, abbiamo notato che sì il valore della Chiesa dipende dal gioiello-Parola di Dio, ma anche che, reciprocamente, sia il gioiello materiale giunto fino a noi (la Bibbia libro) che soprattutto il suo valore (la sua corretta interpretazione) dipendono dal verdetto del gioielliere. Ed è per ovviare ad equivoci e sbandamenti interpretativi dottrinali futuri (vedi lo sconcerto del libero pensiero protestante) – preconosciuti dal Divino fondatore della Chiesa – che Gesù ha provveduto la sua Chiesa di una funzione magisteriale che potesse esprimere il verdetto sulla interpretazione biblica. Cosa questa riconosciuta sin dalla remota antichità: si pensi alla massima “Roma locuta, causa finita est!”.

Ebbene i fautori della libera interpretazione biblica credono di trovare un avallo alla loro posizione – che poi protesta anche di essere umilmente in ascolto di ciò che “lo Spirito suggerisce alle Chiese” (Apocalisse 2,7) – dalle parole dei seguenti versetti da noi sottolineate.

14 Tu però rimani saldo in quello che hai imparato e di cui sei convinto, sapendo da chi l’hai appreso 15 e che fin dall’infanzia conosci le sacre Scritture: queste possono istruirti per la salvezza, che si ottiene per mezzo della fede in Cristo Gesù. 16Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona. (2 Timoteo 3, 14-16 – CEI)

Sembra cioè loro di poter concludere che sia la Bibbia stessa=libro, essendo ispirato da Dio, ad avere automaticamente il potere, l’efficacia, di trasmettere il pensiero di Dio in maniera non equivocabile, talché non si richiederebbe alcuna voce umana che ne faccia una funzione mediatrice.

E di qui si ricava il principio del “sola Scriptura” e la eliminazione della funzione magisteriale che il Magistero cattolico ha, con conferma storica, avocato a sé.

Tale tentativo di bypass vorrebbe far dimenticare che il Magistero cattolico ha già svolto la sua funzione fondante della Bibbia nello individuare quali libri fossero ispirati e quali no, e che il protestantesimo attinge (e perciò è dipendente) da questo suo verdetto per avere una Bibbia tra le mani. Vorrebbe anche far dimenticare che, se lo scritto fosse stato essenziale e sufficiente alla comunicazione della fede, Gesù avrebbe dovuto ascendere al cielo solo dopo che avesse lui stesso procurato la copia originale (oggi si direbbe l’editio typica!) della Bibbia a cui rifarsi per ogni inconveniente futuro. E gli apostoli avrebbero avuto, come compito primario, non quello di andare in giro a “predicare a tutte le nazioni” (Matteo 28,10) ma di mettere su una copisteria manuale per moltiplicare il libro da spedire ovunque. Né mai si sarebbe dovuto avere (come invece c’è stato e c’è tuttora nel protestantesimo) il fenomeno della nascita-elezione-nomina di maestri che “spieghino” la Parola di Dio, dovendo essa essere chiara e capace di donare lo stesso pensiero divino ad ogni lettore. E’ invece di esperienza universale il fenomeno che qualsiasi denominazione protestante, in palese contraddizione con il principio del libero esame, propone ai nuovi adepti l’interpretazione della Scrittura fatta propria dalla comunità che ha inviato loro gli evangelizzatori, la quale comunità – altra contraddizione – pur rifiutando un sacerdozio ministeriale gerarchico, di fatto elegge dei capi a cui assegna il potere sia dottrinale che giurisdizionale per chi traligna in materia di fede e di costumi. Abbiamo insomma a che fare con una sorta di verdetto che esiste e si applica ma non si vuole ammettere che ci sia.

Di fronte a tale autoarrogata funzione magisteriale di tutti gli MRA esistenti, il nostro rilievo sulla funzione primaziale (tipo sine qua non) della Chiesa Cattolica per la individuazione del Canone (cioè della lista completa dei libri ispirati) resta criticamente valido anche se il protestante… “protesta”, facendo perno sul versetto 16 che dice che “tutta la Bibbia è ispirata e perciò utile a…”. Di fatto sembra proprio che la Bibbia da sola  non basti a…

“Tutta la Bibbia” comprende davvero tutti i libri della Bibbia?

Ma, oltre alla pretesa e inconsistente tesi della corretta interpretazione che sarebbe trasmessa dal testo stesso (accompagnato da una invocata funzione ermeneutica dello Spirito Santo che però non pare dica a tutti le stesse cose!), si pretende anche che sia la Bibbia stessa, intera come è oggi, ad autogiustificarsi quanto ad essere Sacra Scrittura. Ma, ricordando che la Bibbia in origine, prima della sua codificazione in 73 libri fatta nel Concilio Regionale di Cartagine, non era un unico libro con tanto di indice dei libri in esso contenuti, si deve opporre che sì, con quel versetto S. Paolo dichiara che tutta la Bibbia è ispirata ma non risolve il problema di sapere quali fossero all’epoca di Paolo i libri da considerarsi ispirati. Se, come storia attesta, si è dovuto aspettare fino al 400 per avere il verdetto su un Canone che da allora fu accolto da tutte le Chiese, vuol dire che in nessuna copia dei libri esistenti e già considerati Bibbia c’era l’elenco dei libri considerati inequivocabilmente Scrittura; non esisteva né per i libri del VT né per quelli del NT! E non si dimentichi che, ad aggravare il problema della individuazione, circolavano almeno altrettanti libri (i futuri apocrifi) che il “Principe della menzogna” voleva far passare per ispirati. Logica vuole quindi che, data l’incertezza di cosa escludere e, soprattutto dato che alcuni scritti del NT non erano ancora nati, l’espressione “tutta la Scrittura” non si riferiva a quella che in futuro sarebbe stata davvero la Bibbia contenente tutti e solo i libri ispirati. Dobbiamo anche notare che, dal contesto si evince che S. Paolo, parlando al giovane Timoteo, si riferiva solo alle Scritture dell’Antico Testamento, le uniche che esistevano “fin dalla sua infanzia”!

Altra strada battuta è quella di citare i versetti seguenti: “15 La magnanimità del Signore nostro giudicatela come salvezza, come anche il nostro carissimo fratello Paolo vi ha scritto, secondo la sapienza che gli è stata data; 16 così egli fa in tutte le lettere, in cui tratta di queste cose. In esse ci sono alcune cose difficili da comprendere e gli ignoranti e gli instabili le travisano, al pari delle altre Scritture, per loro propria rovina.” (2 Pietro 3,15-16 – CEI) Da questo raffronto con ciò che Paolo scrive si evince che S. Pietro considerava la “sapienza” manifestata da Paolo produttrice di Scrittura, giacché eguaglia le sue lettere alla Scrittura dicendo “al pari delle altre scritture”. Ma questo accenno non comprende né ciò che Paolo avrebbe scritto in futuro né ciò che avrebbero scritto gli altri Autori confluiti nel Nuovo Testamento; testi sui quali il giudizio che fossero scrittura fu dato appunto ufficialmente nel Concilio di Cartagine.
 Ma la curiosa argomentazione protestante che vorrebbe da quel versetto 16 ricavare la coonestazione anche della Scrittura esistente ma non da tutti conosciuta perché non codificata e soprattutto quella ancora inesistente, fa perno su un procedimento illogico che in filosofia si chiama “petitio principii” e consiste nel dare per certo, e utilizzare, ciò che ancora va dimostrato. Facciamo un esempio: se davanti alla mia abbastanza vasta biblioteca io dicessi a mio nipote che “tutti i libri scientifici sono utili per conoscere al meglio la realtà”, ciò non significherebbe che tutti i libri della biblioteca siano scientifici. Se io, dicendo quella verità, non indico al ragazzo anche il criterio per distinguere i libri scientifici da quelli di altro genere gli dico una verità inutile, non adatta a indirizzarlo alla individuazione dei soli libri che rispondano al criterio di scientificità. Applicando alla Parola di Dio, se dico che “tutta la Scrittura è utile per…” ma non indico con precisione quali tra i tanti libri della biblioteca sono da considerarsi Scrittura (si ricordi la cernita del Canone che ha dovuto analizzare i singoli libri e dire “questo sì e questo no…”) è come se mettessi mio nipote davanti al forziere ove i gioielli-Scrittura fossero mescolati alla paccottiglia. Quindi quella dichiarazione di S. Paolo è sacrosanta ma solo a condizione che da fonte infallibile ci venga detto quali libri siano da considerarsi Scrittura. E questo non è la stessa Bibbia a dirlo né lo potrà mai perché non lo ha mai fatto negli stessi scritti, ma ora non occorre più che lo faccia perché l’opera del… “gioielliere” è stata espletata, – e in maniera indubitabile per gli stessi protestanti! – da un organismo esterno alla Bibbia stessa.

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