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“Ultramaratona” di 323 chilometri in onore di Alberto Marvelli

Dieci anni fa, Giovanni Paolo II proclamava beato un giovane ingegnere riminese, morto a soli 28 anni, vero gigante della carità

Il 5 settembre di dieci anni fa, Giovanni Paolo II, in pellegrinaggio a Loreto, proclamava beato Alberto Marvelli, un ingegnere riminese, morto nel 1946, a soli 28 anni, conosciuto come “l’ingegnere della carità”. Ora, per celebrare la ricorrenza decennale di quella data, i cattolici riminesi, che sono tutti molto devoti e molto affezionati a questo loro concittadino, hanno organizzato una manifestazione singolare e simpatica: una “ultramaratona” di 323 chilometri, che si corre dal 6 al 9 settembre, con partenza da Rimini e arrivo a Roma, in Piazza San Pietro.

Protagonista, Loris De Paola, 40 anni appena compiuti, celeberrimo ultramaratoneta di Santarcangelo di Romagna, di professione commesso presso il supermercato A&O della sua città e, per hobby, primo attore nelle più ardue “ultramaratone” che si tengono in giro per il mondo. Un campione straordinario, infaticabile, devoto del beato Alberto Marvelli.

«Lo scopo della mia impresa questa volta non è sportivo – spiega Loris De Palma -.  Ha un preciso significato spirituale e religioso. Qui, nella nostra diocesi, sta per iniziare una missione di evangelizzazione che durerà due anni. E io compio questa impresa per portare la maglietta “simbolo” della missione  a Papa Francesco. E’ una maglietta che ha sul davanti il volto del beato Alberto con uno slogan a lui tanto caro e molto significativo per i tempi moderni: “Una vita tutta di corsa”; e sul retro  il volto di papa Francesco accanto a quello di Alberto. Con questa iniziativa, desideriamo ottenere, all’inizio della “missione”, una benedizione speciale da parte di papa Francesco e una speciale protezione da parte del nostro concittadino, beato Alberto».

L’iniziativa, oltre che sulla missione di evangelizzazione di Rimini, richiama l’attenzione sul beato Alberto Marvelli, un santo moderno, affascinante, un esempio irresistibile per chi viene a conoscenza della sua vita.   

Come giornalista, mi interessai di Marvelli la prima volta nel 1969, intervistando sua madre, che era ancora in vita, i suoi fratelli, molte persone che lo avevano conosciuto bene, e da allora non l’ho più dimenticato. Ho scritto molto su di lui, e ogni volta è una profonda emozione ripercorrere le tappe della sua vita.

Nato a Ferrara, il 21 marzo 1918, crebbe a Rimini, dove la sua famiglia aveva una bella villa. Era figlio di un direttore di banca. La madre, Maria Mayr, apparteneva a una nobile famiglia ferrarese di origine tedesca, ed era figlia della marchesa Geltrude Granello di Casaleto.

Alberto ebbe un’infanzia serena, insieme ai fratelli Adolfo, Carlo, Lello, Giorgio e Geltrude. I genitori gli davano un continuo esempio di vita cristiana dedicata al lavoro, all’aiuto dei poveri, alla difesa della verità e della giustizia.

Soprattutto la mamma di Alberto si distingueva per un eccezionale amore per i poveri. In casa Marvelli succedeva spesso che metà del pranzo, una volta cucinato, sparisse senza essere stato servito. La mamma diceva ai figli: «È passato Gesù e aveva fame». Tutti comprendevano che parte del pranzo era stata data ai poveri».

Conobbi la signora Maria Mayr Marvelli nel 1969, e fu lei a raccontarmi la vita del figlio. Ma non con fanatismo di mamma. Iniziò col dirmi: «Tutti ora affermano che Alberto è un santo. Io non ci credo. Era molto buono, ma ci vuol ben altro per diventare santi! Aiutava i poveri, li amava, è vero. Ma questo è il dovere di ogni buon cristiano. A mio figlio avevo insegnato a vivere secondo il Vangelo, e lui lo faceva».

Esteriormente, la vita di Alberto sembrava ugua­le a quella dei suoi coetanei. Ciò che la rendeva diver­sa era un’ideale di perfezione interiore che Alberto si era imposto di raggiungere e che vivificava ogni sua azione, ogni suo comportamento.

Federico Fellini, il grande regista riminese, di due anni più giovane di Alberto, fu un suo amico fin dall’infanzia. «Ricordo che era un bambino biondo, molto dolce», mi disse il celebre regista». Le mamme lo indicavano a noi come un bambino bravo, uno scolaro modello. Più tardi, al liceo, non era della nostra compagnia di ragazzi irrequieti, scapestrati. Lui era buono, esemplare, e tutti noi avevamo una grande simpatia e un grande rispetto per lui».

Dopo il Liceo, Alberto si trasferì a Bologna per l’università. Era ospite in casa di una zia che aveva una domestica di nome Palma. Conobbi la signora Palma che mi raccontò: «Ricordo che Alberto era sempre “ammazzato” di lavoro per l’università e per l’Azione Cat­tolica. Qualche volta l’ho trova­to, al mattino, addormentato sui libri con il rosario in mano. Si alzava presto. Alle sei era già in chiesa e andava a fare la comunione. Se gli impegni gli impedivano di comunicarsi al mattino, restava digiuno fino a mezzogiorno, ma non tralasciava mai la Comunione giornalie­ra, In Quaresima faceva molta penitenza. Mi veniva da piangere quando lo vedevo trattarsi in quel modo. Era robusto, grande, e aveva un appetito formidabi­le. In Quaresima si nutriva po­chissimo, Per essere sicuro di osservare il digiuno completo, provvedeva da sé a prepararsi il cibo; mangiava noci, casta­gnaccio e poche altre cose».

«Sono stata sua compagna di università a Bologna e nell’Azione Cattolica»,  mi raccontò una signora riminese. «Tutti volevano bene ad Alber­to. Aveva una generosità d’ani­mo eccezionale. Soprattutto noi ragazze restavamo affascinate dalla sua figura. Era un giovane bellissimo e forte. Aveva il viso dell’uomo coraggioso e deciso e insieme possedeva modi gentili e garbati. Parlava poco, ma il tono della sua voce era caldo e infondeva fiducia. Sapevamo che Alberto era sempre profonda­mente sincero e nei momenti difficili della nostra vita andava­mo da lui per cercare consiglio».

A Bologna, Alberto  par­tecipava attivamente alla vita della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) e da Bologna dirigeva anche l’Azione Cattolica della sua parrocchia a Rimini. Organizzava scampagna­te e gite in montagna. Ogni sa­bato, quando tornava a casa, te­neva conferenze, andava a visi­tare i poveri, risolveva i proble­mi che i collaboratori gli pre­sentavano, preparava i program­mi per il futuro.

I giovani di azione cattolica di allora non avevano vita tran­quilla. Soprattutto nella Roma­gna. A Rimini c’erano dei gio­vani che combattevano aperta­mente l’azione di Marvelli e dei suoi seguaci. Alberto accettava la lotta a viso aperto e, quando fu necessario, difese le sue idee e i suoi diritti anche con le mani.

Era fortissimo e, quando pic­chiava, lasciava il segno. Un giorno i suoi nemici entrarono nella sede dell’Azione Cattolica e distrussero un grande quadro del Sacro Cuore che era appeso alla parete. Alberto, indignato e addolorato per l’affronto, cercò di frenare la sua collera. Mise un altro quadro al posto di quello distrutto e dimenticò l’episo­dio. La settimana seguente il ge­sto vandalico venne ripetuto. Questa volta la pazienza di Al­berto raggiunse il colmo. Scese in piazza, vicino al bar dove era­no soliti radunarsi i suoi nemici. Cominciò a invitarli, ad alta vo­ce, ad uscire dall’ombra e a far­si avanti. Li insultava con frasi di fuoco. Ad un certo punto si fecero avanti alcuni giovani. Il volto di Alberto si illuminò di soddi­sfazione. Si tolse la giacca, si fece sotto, deciso. Cominciò a far volare i suoi pesanti pugni. In pochi secondi si fece il vuoto attorno a lui. Da allora il qua­dro del Sacro Cuore della sede dell’Azione Cattolica non fu più toccato.

La caratteristica specifica della santità di questo giovane fu soprattutto l’amore e l’aiuto per i poveri. Lo aveva ereditato dalla madre e lo esercito in special modo durante la guerra. Si laureò nel 1941. Partì subito per il servizio militare, ma alcuni mesi dopo venne congedato perché aveva già altri due fratelli sotto le armi.

Rientrato a Rimini, venne eletto vicepresidente diocesano dell’Azione Cattolica. Al mattino insegnava in un istituto di scuo­le superiori, di notte si ritirava nel suo studio a disegnare pro­getti. Tutte le ore libere le de­dicava ai poveri e agli ammalati.

«Quando Alberto era in casa – mi raccontò sua madre – c’era gente che andava e veni­va continuamente. Tutti chiede­vano di lui. Alberto non lascia­va attendere nessuno. Se stava pranzando, interrompeva e cor­reva dai poveri. Spesso finiva il pranzo a ore molto tarde. Qual­che volta non mangiava affatto perché dava il suo pranzo al po­vero che era venuto a trovarlo».

Nel novembre del 1943, a Rimini cominciarono i bom­bardamenti. In poco tempo, la città subì  più di trecento bombardamenti. La famiglia Marvelli si trasferì a Vergiano, un paese a sette chilometri. Da quel momento Alberto cominciò a condurre una vita randagia e sempre esposta al pericolo. Sfidava i bombardamenti per prov­vedere le cose necessarie alla sua famiglia e alle altre famiglie che erano sfollate a Vergiano. Scendeva in città al termine di ogni bombardamento per soccorrere i feriti e per aiutare quelli rimasti senza casa a trovare un nuovo tetto.

«A sera – mi raccontò la madre di Alberto – tornava a casa stanco, sporco, qualche volta imbrattato di sangue. Io temevo sempre che restasse ferito.  La sera, restavo in piedi fino a tarda ora, finchè non arrivava. Lui, allora, mi diceva sorridendo: “Di che cosa hai paura, mamma? Lo sai che torno sempre”».

Conosceva bene la lingua tedesca. Accettò di andare a lavorare nella T.O.D.T. (organizzazione di lavori alle dipendenze dei tedeschi). Aveva un incarico direttivo e si serviva di questo per aiutare gli italiani che venivano arrestati. Ne liberò moltissimi. Abusò in maniera eccessiva di questa sua posizione tanto che un giorno i tedeschi lo arrestarono.

In carcere si trovò accanto a tante persone piene di problemi. C’erano padri di famiglia che piangevano: parlavano della moglie, dei bambini piccoli che avevano lasciato soli. Alberto restava immobile ad ascoltare quei racconti dolorosi. Un giorno disse deciso: «State tranquilli, vi farò tornare a casa tutti questa notte». Organizzò una fuga. Si presentò alle guardie parlando in tedesco ed esibendo documenti falsi, usufruendo del cognome della madre, Mayr, che era di origine tedesca. Una volta uscito dalla prigione, ritornò, nel pieno della notte, a liberare gli altri che poterono così raggiungere le loro famiglie.

<p>«Spesso tornava a casa con qualche povero che aveva perso tutta la sua roba sotto i bombardamenti», mi raccontò la madre di Alberto. «Lo sfamava. Gli dava da vestire. Aveva donato alla povera gente anche il materasso del suo letto e lui dormiva senza».

Nel settembre del 1944, i rifugiati di Vergiano e dei paesi intorno a Rimini si trasferirono a San Marino perché i bombardamenti continui avevano reso impossibile la vita anche fuori città. Nella casa dove la famiglia Marvelli trovò alloggio c’era una stanza piena di materassi di lana che erano stati affidati ad Alberto da alcuni amici perché li custodisse. Una sera Alberto tornò accompagnato da alcuni uomini. Fece aprire la stanza e distribuì i materassi a quella gente. «Dormono per terra in gallerie sotterranee – disse a sua madre -. Se non si proteggono, finiranno per prendere i dolori». Quando i padroni dei materassi vennero a sapere che Alberto li aveva regalati, restarono male, però non ebbero il coraggio di protestare perché Alberto volle pagarli.

Un giorno si presentarono due soldati che erano fuggiti dai tedeschi e cercavano di raggiungere le loro famiglie in Lombardia, a piedi. Uno era senza scarpe. Nessuno dei presenti aveva scarpe di ricambio da dare a quel povero soldato. Arrivò Alberto. Gli raccontarono il caso. Egli diede un’occhiata ai piedi del soldato e disse: «Possono andare bene le mie scarpe». Se le sfilò immediatamente e le diede al soldato che lo guardava confuso. Alberto sorrise e tornò a casa scalzo.

Andava spesso a trovare un amico, un certo Roberto, che faceva il commerciante. Nelle casse di indumenti che costui aveva messo al sicuro, Alberto sceglieva molti capi di vestiario. Li comperava. Diceva che occorrevano ai suoi familiari. In realtà li portava ai poveri.

Terminata la guerra, la famiglia Marvelli tornò a Rimini. La città era un cumulo di macerie, senza acqua corrente, senza luce elettrica, senza fognature. Il comitato di Liberazione pose immediatamente gli occhi su Alberto Marvelli, che già prima della guerra si era laureato in ingegneria. Tutti parlavano di lui come di un gigante del lavoro. Gli affidarono l’ufficio alloggi. In seguito, Alberto divenne assessore del comune e ingegnere del Genio Civile.

Nel dicembre del 1945, andò a salutare il parroco di Santa Croce, che era a letto ammalato. I vetri della finestra della canonica erano andati in frantumi, nelle stanze si gelava. Quell’inverno era particolarmente rigido. Alberto disse al vecchio reverendo: «Domani provvederò io». Tornò a casa, fece togliere i vetri della sua camera da letto e mandò un operaio a installarli nella canonica del vecchio prete.

La signora Mancini, nella cui casa, in via Garibaldi, Alberto andava spesso a riporre la bicicletta, mi raccontò: «Ogni tanto il dottor Marvelli giungeva con una bicicletta diversa. “Dove l’ha messa l’altra, in­gegnere?”, chiedevo. “Non l’ho più”, rispondeva sorri­dendo. L’aveva regalata e ne aveva comperata un’altra usata».

Aveva regalato, uno dopo l’altro, tutti i vestiti nuovi che possedeva. Sua madre, vedendolo conciato male, con addosso i calzoni rattoppati, gli disse: «Alberto mi pare che tu stia esagerando. Pensa un po’ anche a te stesso». Lui, puntando l’indice verso la madre, rispose: «Senti da che pulpito viene la predica».

La professoressa Maria Massani, che fu insegnante di Alberto al liceo classico, e dopo la morte del giovane ne divenne l’indefessa biografa, mi raccontò: «Solo dopo la scomparsa di Alberto fu possibile conoscere quanto bene aveva fatto ai poveri. Al suo funerale c’erano centinaia e centinaia di persone che seguivano il feretro piangendo. Tutti avevano qualche episodio personale da raccontare. Ricordo che un uomo, in lacrime, mi disse: “Sono andato da lui disperato perché sono invalido di guerra e i bombardamenti mi avevano scoperchiato la casa e non avevo nulla da dare da mangiare alla mia famiglia. Alberto mi disse: `Ma non sono qui per aiutarvi? Perché vi disperate?’. Ha provveduto a coprirmi la casa e poi mi ha regalato questa bicicletta”».

Il fratello di Alberto, Carlo Marvelli, mi raccontò: «Era un caro fratello. Allegro e insieme posato e riflessivo. Studiava molto, senza essere uno sgobbone. Era affettuoso ma riservato. In casa non raccontava mai niente di quello che faceva fuori. Lo vedevamo indaffarato. La porta della nostra casa era sempre aperta ai poveri, ma a questo non facevamo caso: era una vecchia abitudine di famiglia. Alberto e la mamma andavano molto d’accordo in questo».

«Soltanto dopo la sua morte abbiamo saputo delle decine e decine di persone che egli aveva aiutato e ci siamo resi conto delle molteplici attività in cui era impegnato. Soprattutto un fatto mi ha sorpreso: la mole di lavoro che Alberto riusciva a sbrigare. Quando morì, mio fratello Adolfo ed io prendemmo il suo posto nello studio di ingegnere e nel suo ufficio di capo della Sezione alloggi. Faticammo, lavorando 14, 15 ore al giorno e anche di più per tre mesi, per tenere dietro a tutte le pratiche e a tutti i progetti che Alberto aveva avviato».

Morì la sera del 5 ottobre 1946. Era uscito di casa in bicicletta per recarsi a un comizio per le lezioni am­ministrative che si dovevano tenere il giorno dopo. Un camion alleato, che procedeva a folle andatura, lo investì e poi scomparve nel buio. Alberto era uno dei candidati più in vista di Rimini. Il giorno dopo molti cittadini, sbigottiti per la tragedia che aveva stroncato la vita di quel giovane buono, vollero ugualmente votare per lui. Al suo posto venne eletta la madre.

Al suo funerale c’era tutta Rimini, sindaco socialista in prima fila. Parteciparono numerosi anche i comunisti, suoi avversari politici, che egli aveva combattuto nei comizi fino a qualche giorno prima. Ma anche loro erano stati conquistati dalla rettitudine di quel giovane. I co­munisti di Bellariva, il suo quartiere, portarono al funerale una corona e diedero al parroco del denaro perché aiutasse i poveri in nome di Alberto Marvelli. Fecero inoltre affiggere un manifesto sui muri della città in cui si leggeva: «I comunisti di Bellariva si inchinano riverenti a salutare il figlio, il fratello, che ha sparso su questa terra tanto bene». 

About Renzo Allegri

*Renzo Allegri è giornalista, scrittore e critico musicale. Ha studiato giornalismo alla “Scuola superiore di Scienza Sociali” dell’Università Cattolica. E’ stato per 24 anni inviato speciale e critico musicale di “Gente” e poi caporedattore per la Cultura e lo Spettacolo ai settimanali “Noi” e “Chi”. Da dieci anni è collaboratore fisso di “Hongaku No Tomo” prestigiosa rivista musicale giapponese. Ha pubblicato finora 53 libri, tutti di grandissimo successo. Diversi dei quali sono stati pubblicati in francese, tedesco, inglese, giapponese, spagnolo, portoghese, rumeno, slovacco, polacco, cinese e russo. Tra tutti ha avuto un successo straordinario “Il Papa di Fatima” (Mondadori).

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