Dona Adesso

Tommaso e Giovanna: nel segno della mistica

Tra storia e profezia: l’incontro tra il cappuccino bergamasco e Bernardina Floriani

Aprendo l’antologia delle scrittrici mistiche italiane curata per l’editore Marietti nel ’88 insieme a Giovanni Pozzi, Claudio Leonardi osservava che “non c’è donna santa senza un sant’uomo, come non c’è uomo santo senza una donna santa”.

Ricordandoci che anche la santità vive di relazioni, i due maestri della storia della spiritualità appena citati avevano bene in mente non solo “coppie famose” come Francesco e Chiara d’Assisi, Giordano di Sassonia e Diana di Andalò, Caterina da Siena e Raimondo da Capua, ecc., ma anche quella -meno nota – del beato Tommaso da Olera e della venerabile Giovanna Maria della Croce.

Ora, la pubblicazione, con i tipi dell’editrice bergamasca Velar, di un volumetto di Barbara Veronica Salamon dal titolo “Venerabile Giovanna Maria della Croce”, ma soprattutto i volumi, sin qui apparsi con le edizioni del Galluzzo  che presentano gli scritti di questa figura femminile, ci spingono a dire qualcosa di più sul suo legame con il cappuccino beatificato in Duomo nel 2013. La loro storia – nel quadro della Guerra dei Trent’anni e della grande Peste, periodo  in cui la lacerazione della cristianità appariva irreversibile – comincia nel 1616, quando fra Tommaso incontra Bernardina Floriani, la futura Giovanna della Croce, a Rovereto, in quel Trentino dov’erano giunti tanti cappuccini pronti a fronteggiare l’avanzata del protestantesimo attraverso le regioni alpine.

Lui aveva cinquantatré anni, pastore di pecore e analfabeta fino ai diciassette anni, aveva indossato il saio come fratello laico nel 1580 nel convento di S. Croce di Cittadella, a Verona, dove aveva imparato a leggere e a scrivere, cominciando a questuare prima nella città scaligera poi in altri conventi e città: ad esempio a Vicenza, dal 1605 al 1612, e, appunto a Rovereto, dal 1613 al 1617.

Lei aveva… tredici anni, era di famiglia cattolica e poverissima. Si racconta che quando il rude frate le capitò davanti la prima volta le rimase “odioso”, anzi, lei pensò che fosse “un pazo” . Osserva la storica Alessandra Bartolomei “Forse, con l’istinto sicuro dei bambini, fiutò il pericolo. Tommaso, che da subito aveva capito con chi aveva a che fare, voleva per lei una vita non ordinaria, ma particolare…”. E invece la piccola sognava di sposarsi… Detto in breve: gli resistette un anno, ma alla fine “ la figlia di tante lacrime”, si affidò totalmente al cappuccino di Olera che la voleva “sposa di Cristo”.

Tommaso la condusse quasi per mano verso la consacrazione a Dio”, nota padre Rodolfo Saltarin autore della biografia Tommaso da Olera. Mistico del cuore di Gesù,  edito dalla Morcelliana. Così, quindicenne, la Floriani mise nelle sue mani il voto di verginità, rimanendo in casa sua come laica segretamente consacrata, occupandosi della sua famiglia e facendo scuola ai bambini. Tommaso fu la sua unica guida spirituale e continuò ad esserlo anche quando lasciò Rovereto per il convento di S. Croce a Padova (tra il 1618 e il 1619), poi quello di Conegliano dal 1619 , quindi, tra uno spostamento e l’altro in Italia (Udine, Ala di Trento, Roma, Loreto,Venezia…), in Austria, Germania, sino a quando approdò definitivamente – per volontà dell’arciduca Leopoldo V- a Innsbruck.

Là dove – mendicando pane, lavando scodelle, evangelizzando ricchi e popolino, nonché sostenendoli con l’esempio, la preghiera, la predicazione-visse sino alla morte, la mattina del 3 maggio 1631. E fu proprio la morte del cappuccino bergamasco a determinare , dopo la prima, cioè la conversione, la seconda svolta cruciale della Floriani, che uscì allo scoperto. “Sfidando  i benpensanti, lasciò la vita appartata e assunse in qualche modo un ruolo pubblico. Si prese cura degli appestati nella terribile epidemia che colpì il paese, fondò un educandato per ragazze povere, si batté per la realizzazione di un antico progetto di Tommaso da Bergamo, la costruzione, a Rovereto, di un monastero di clausura, il S. Carlo. La sua pietà personale la inclinava verso il Carmelo riformato, ma poi optò per le Clarisse. Ne avrebbe spiegato lei stessa il motivo: il Carmelo era allora all’apice della sua gloria, lei invece aveva scelto un ordine ormai corrotto, deteriorato dal tempo, come le aveva chiesto fra Tommaso: doveva lavorare per una riforma del francescanesimo femminile”, sottolinea Alessandra Bartolomei.

Insomma quello che si voleva da lei era quello che Teresa d’Avila – la santa della quale ricorre il 28 marzo il cinquecentesimo anniversario della nascita – aveva fatto nel Carmelo riportandolo alla sua essenza originaria. Sull’esempio del suo maestro Giovanna Maria della Croce esercitò una forma di apostolato attraverso le lettere, si interessò alla dottrina, alla politica… Tanto da guadagnarsi l’attenzione degli Inquisitori Già privata della protezione di Tommaso, fu dunque ridotta al silenzio, privata del confessore, sospettata di stregoneria e nel 1646 persino accusata di essere indemoniata.

Nonostante tutto fu impossibile fermarla e le accuse caddero. L’8 maggio 1650 prese l’abito monacale e l’anno seguente -con la professione solenne – prese il nome di Giovanna Maria della Croce. Nel 1655 venne eletta badessa, riconfermata nel 1659, 1662, 1665 e 1671 nonostante problemi di salute. Il suo intento era quello di fondare nuovi monasteri a Bolzano, Venezia, Mori e Borgo Valsugana.

Con breve di Clemente IX datato 12 giugno 1668 si iniziarono i lavori per il convento di Borgo. Purtroppo Giovanna non lo vide realizzato, morendo a Rovereto il 26 marzo 1673. Si chiudeva un percorso nella fede e nel carisma, costellato da fenomeni mistici e rivelazioni impregnate di delicatezza (la incarnazione di Gesù vissuta da Maria) e di crudezza (la passione di Cristo) raccontate in diverse opere.

Una vita volutamente annichilita quale condizione indispensabile al conseguimento dell’unione perfetta con Dio. Un’esperienza umana e spirituale, segnata da Tommaso da Olera, che ancora oggi, attraverso i suoi scritti, non fa altro che indicare un concetto: la misericordia di Dio. Una parola tornata al centro della vita ecclesiale e che campeggia anche nella frase sulla copertina del libretto edito dalla Velar: “Si veda che io sono quel medesimo Dio di misericordia che sono sempre stato”.

***

L’articolo è stato pubblicato anche sul Corriere della Sera (edizione di Bergamo) a p.13, di giovedì 26 marzo 2015

About Marco Roncalli

Share this Entry

Sostieni ZENIT

Se questo articolo ti è piaciuto puoi aiutare ZENIT a crescere con una donazione