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Damiano Tommasi

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Tommasi: la fede in Dio, il calcio, l’impegno sociale

Storia di un ex grande calciatore che rifiuta gli stereotipi e vive lo sport con passione autentica. Lunedì prossimo prenderà parte a un’iniziativa a favore dell’Unicef

La vita di Damiano Tommasi è una ridda di simboli che si collocano contro gli stereotipi. La sua folta chioma è il simbolo di una semplicità che contrasta con il cliché del calciatore ricoperto di tatuaggi e ingelatinato. La scelta di indossare la maglia numero 17 – per citare un altro esempio – è il simbolo di un legame che domina la scaramanzia.

Non può essere scaramantico, del resto, chi ha fatto della fede cattolica un pilastro della propria vita. Un pilastro che nasce e cresce lontano dai riflettori puntati su un mondo, quello del calcio professionistico, che Tommasi ha frequentato e continua a frequentare. Dopo “una vita da mediano”, per dirla come Ligabue, tra le fila di Verona, Roma e della Nazionale italiana, questo 41enne dai modi gentili è infatti oggi presidente dell’Associazione Nazionale Calciatori.

Ciò che rende Tommasi così affabile, tuttavia, è proprio l’aver mantenuto un legame saldo con il mondo da cui proviene. “La fede mi è stata trasmessa dalla mia famiglia e dal contesto sociale nel quale sono cresciuto, un paesino di montagna dove il ritmo delle settimane era dettato dalla liturgia”, spiega in un’intervista a ZENIT.

Il paesino in questione è Negrar (dove Tommasi è nato nel 1974, proprio nel giorno 17, del mese di maggio). È qui, nel veronese, che ha iniziato a dare i primi calci al pallone, facendosi notare per il suo talento nella compagine locale. Poi la chiamata del Verona, l’esordio in prima squadra molto presto, la convocazione nella Nazionale Under 21 e l’acquisto da parte della Roma.

Nella Capitale, Tommasi ha messo radici. Ha militato in maglia giallorossa dal 1996 al 2006. Un lungo periodo ricco di soddisfazioni, di successi personali e di squadra, tra i quali spicca la vittoria dello Scudetto nel 2001. E ai quali va aggiunto un gesto che, anch’esso, rende Tommasi diverso da uno stereotipo del calciatore, quello del ricco e viziato.

Nell’estate 2004 subì un grave infortunio nel corso di una partita amichevole. Ormai non più giovanissimo e in scadenza contrattuale, secondo molti il mediano romanista era destinato a mettere una pietra sopra la sua onorata carriera. Eppure, accadde l’inopinato. Tommasi, che a seguito dell’incidente sarebbe dovuto rimanere lontano dai campi per circa dodici mesi, propose alla Roma un contratto al minimo sindacale (1.500 euro al mese).

È con la semplicità che lo caratterizza che oggi racconta quella decisione: “Non avendo un contratto, non avendo garanzie di poter tornare a fare il mio lavoro nel migliore dei modi, non volendo danneggiare economicamente la società, ho proposto ai dirigenti di rischiare il meno possibile, ossia il minimo sindacale per poter mettere sul contratto la parola ‘calciatore’”.

Una parola che risplende del suo significato più autentico, quando ad esserne alfiere è un tipo alla mano come Tommasi. Un anno dopo l’infortunio tornò a giocare, garantendo alla Roma un’altra stagione all’insegna del suo peculiare e prezioso agonismo. E poi le esperienze all’estero: in Spagna, in Inghilterra, nella lontana Cina.

Un ampio girovagare, sempre mantenendo il cuore ben ancorato tra le mura domestiche. “La famiglia per ognuno di noi è il punto di riferimento, nel bene e nel male – spiega -. Nel mio lavoro sono state fondamentali sia la famiglia di provenienza – papà, mamma, fratelli e sorella – sia la famiglia formata con Chiara”. È per nome che cita sua moglie, conosciuta quando entrambi erano ancora ragazzini e con la quale oggi ha sei figli.

Famiglia d’origine e quella di provenienza che – aggiunge – “mi hanno aiutato e tuttora mi aiutano a non ‘scollarmi’ dalla realtà dove sono cresciuto e a dare il giusto peso alle vicende che mi sono trovato e mi trovo a vivere”. Scollamento che, nell’immaginario collettivo, appare invece inevitabile quando un giovane si immerge nella realtà patinata del calcio che conta.

In questo contesto, un calciatore che senza imbarazzo proclama la sua fede in Dio, radicandosi su valori profondi, è come un pesce fuor d’acqua. Ma essere cattolico e calciatore, secondo Tommasi, è “né più né meno difficile di vivere la propria fede in qualsiasi altro ambito lavorativo”. Piuttosto, rileva che “il rischio di un lavoro mediaticamente rilevante è quello di generare la ‘macchietta’ e di alimentare notizie non veritiere ma che stanno bene con il personaggio”.

Il presidente dell’Aic si riferisce alla voce, girata anni fa sulla stampa, secondo cui da giovane lui avrebbe meditato di entrare in seminario. Una menzogna che, appunto, serve a “generare la macchietta”. E non a prestare attenzione agli aspetti che la meritano davvero.

Come gli episodi che lui stesso definisce “insegnamenti sui rapporti umani” che lo sport gli ha offerto nella vita. “Ricordo un mio compagno di squadra già padre di un ragazzo pronto alla Prima Comunione che mi ha chiesto un consiglio su come riavvicinarsi ad una realtà, la religione, che per esigenze genitoriali era ‘costretto’ a rivivere – racconta -. Andò molto bene ed è la dimostrazione che alla fine ognuno è valutato per quello che è”. Senza stereotipi.

Quegli stereotipi – ancora loro – da cui deriva il giudizio secondo cui un calciatore è un mercenario ancorato soltanto al proprio conto in banca. Per Tommasi invece il calciatore di serie A “è soprattutto un grande appassionato del suo sport con grandi doti fisiche, tecniche e psichiche”.

Una descrizione cucita addosso a lui stesso, come testimoniano i fatti. L’estate scorsa, con 41 primavere alle spalle, Tommasi ha scelto di provare una breve esperienza in una competizione europea con la maglia de La Fiorita, squadra della Repubblica di San Marino. “Soprattutto per far provare qualcosa di nuovo ai miei figli più piccoli, ho accettato di tornare a competere in quella che per anni è stata la scena del mio lavoro”, spiega.

Tommasi ha avuto modo di lasciare la sua impronta nel piccolo club sanmarinese, segnando un gol, il primo nella storia de La Fiorita, contro una squadra straniera in una competizione internazionale. “È stato importante – afferma – perché ha confermato che non ero andato in passeggiata, bensì per metterci tutto me stesso”.

D’altronde, ammette che “se non avessi avuto la passione che ho per questo sport, sicuramente non avrei accettato la proposta de La Fiorita”. Quella stessa passione che riversa ogni fine settimana, nei campi di terra della II Categoria, insieme ai ragazzi dei Falchi di Sant’Anna d’Alfaedo. Tra le “sue” montagne venete, Tommasi continua a correre e a calciare con la stessa grinta che metteva all’Olimpico di Roma o al “San Siro” di Milano.

Proprio allo stadio Olimpico tornerà però lunedì prossimo, 21 dicembre, per giocare la “Partita dei campioni”. Un’occasione, condivisa con tanti suoi ex colleghi e patrocinata da Unicef Italia, per raccogliere fondi a favore dei bambini sfruttati nel mondo. Sono iniziative come queste che allontano gli stereotipi e fanno emergere l’umanità di gente come Tommasi, il calciatore che non si è “scollato” dalla realtà da cui proviene.

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