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Timbuktù

La pellicola realizzata dal regista e sceneggiatore mauritano Abderrahmane Sissako è un’opera di denuncia contro tutte le interpretazioni violente o puramente rituali del Corano

In un villaggio non lontano da Timbuktù durante il breve periodo, alla fine del 2012, in cui il Mali del Nord fu controllato da jihadisti affiliati ad al-Qai’da, truppe armate si aggirano per le strade per far applicare le più rigide norme islamiche e i loro tribunali funzionano a pieno regime. Le donne debbono indossare sempre il velo e i guanti, è vietato cantare o giocare a pallone. Dei giovani vengono frustrati purché sorpresi a suonare la chitarra; una ragazza è costretta con la forza a sposare uno dei guerriglieri. Kidane, che vive pacificamente tra le dune con la moglie Satima, la figlia Toya e il pastore 12enne Issan, un giorno uccide incidentalmente un pescatore ed ora anche lui deve presentarsi davanti al tribunale jihadista.

Per quasi sei mesi, dall’estate del 2012 all’inizio del 2013, guerriglieri jihadisti gli Ansar Dine affiliati al gruppo di al-Qai’da, presero il controllo del Mali del Nord, proclamando lo stato indipendente dell’ Azawad. Al centro del territorio occupato, abitato da popolazioni tuareg, si trova la favolosa Timbuktu, dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità, una specie di Alessandria del Sahara, famosa per la sua biblioteca ricca di antichi manoscritti, retaggio di un periodo illuminato, in stridente contrasto con il periodo in cui è ambientato il racconto. Le truppe dell’Azaward vennero sconfitte da un intervento francese a supporto delle truppe regolari del Mali.

Il regista rimase colpito, all’epoca, dalla morte per lapidazione di due giovani accusati di avere rapporti fuori del matrimonio. E’ probabilmente a loro che si riferisce la sequenza della lapidazione di un uomo e una donna a metà del racconto, senza alcun commento.  Il film costituisce un’opera corale, esteticamente molto curata, con la fotografia di Sofiane El Fani (La vita di Adele) che cerca di comprendere e farci comprendere cosa ha significato, per la popolazione tuareg, questo regime imposto da formazioni militari per le quali jihad voleva dire solo lotta a chi è infedele e non certo combattimento interiore.

Fin dalle prime sequenze, uomini armati di mitra perlustrano incessantemente le strade del paese imponendo divieti, controllando e arrestando i dissidenti: le donne devono indossare il velo e i guanti, è vietato giocare a palla, fumare o cantare.  Bisogna parlare in arabo. Il regista evita la facile scappatoia di coinvolgere emotivamente lo spettatore in un racconto fatto di spietati carnefici da una parte e inermi vittime dall’ altra. Ogni personaggio, non importa da quale parte sia collocato, è visto nella sua umanità e tutti sono devoti ad Hallah e ligi alla Scahri’a. La differenza sta nell’interpretazione del Corano e le varie storie che avanzano in parallelo mostrano il contrasto fra le due impostazioni: una legalista e l’altra più umana e compassionevole, un’analogia forse voluta con il rigorismo farisaico e la buona novella portata da Gesù, presenti nel Nuovo testamento. “Dov’è la pietà, la clemenza, il perdono?” esclama l’imam locale che non esita a contrastare il capo jihadista, che ha imposto il matrimonio a una ragazza del luogo, contro la volontà di lei e della sua famiglia, con uno dei suoi miliziani in base a una sua presunta autorità.  In altri casi la legge islamica trova un’interpretazione univoca. Kindane, il protagonista, pio islamico, che durante una colluttazione ha finito per uccidere involontariamente un uomo, accetta le decisioni del tribunale jihadista perché in linea con quanto scritto nella Sahri’a: se riceverà il perdono dei familiari del defunto sarà salvo, altrimenti la morte andrà pagata con la morte. Significativa è la sequenza iniziale dove un gruppo di guerriglieri sta portando in un nascondiglio un occidentale che è stato sequestrato. Sono pieni di premure per lui: controllano che prenda le medicine di cui ha bisogno nei tempi prescritti. Il film non ci svela le sorti di quell’uomo: probabilmente sarà stato giustiziato. Sono tanti quadri che il regista mette insieme per dimostrare che il punto nodale non sta nell’avere un’indole buona o malvagia: si tratta di persone che cercano con diligenza di eseguire delle regole che sono sbagliate. “L’Islam è stato preso in ostaggio” ha dichiarato il regista in un’intervista. Lui, fedele di Allah,  assiste con sgomento a questa “cattura d’immagine” che è stata compiuta dagli jihadisti più violenti e che hanno fatto si che ad occhi estranei fosse questa l’immagine predominante della sua fede.

Dal film appare chiaro che il regista si è trovato emotivamente coinvolto in questa denuncia, ma non ha trasformato il suo lavoro in un pamphlet politico: al contrario il suo resta prevalentemente un linguaggio cinematografico. Più volte contrappone la bellezza della natura alla violenza umana. La famiglia di Kindane, lui, la moglie e una bambina, intenti a conversare gioiosamente nella loro tenda ,ad accudire pecore e mucche è espressione di una vita felice e pacifica che desidera solo restare tale. La sequenza iniziale, ripetuta anche a chiusura del film, di una inerme gazzella che fugge inseguita da un jeep di guerriglieri armati è stata assunta a simbolo di questa tragica storia.

Più volte abbiamo sperato, in questi tempi violenti, che si facesse sentire la voce di un Islam più umano e non violento. Questo film può costituisce, una prima forma di risposta.

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Titolo Originale: Timbuktu
Paese: FRANCIA, MAURITANIA
Anno: 2014
Regia: Abderrahmane Sissako
Sceneggiatura: Abderrahmane Sissako, Kessen Tall
Produzione: LES FILMS DU WORSO, DUNE VISION, IN COPRODUZIONE CON ARCHES FILMS, ARTE FRANCE CINÉMA, ORANGE STUDIO
Durata: 97
Interpreti: Ibrahim Ahmed (II), Toulou Kiki, Abel Jafri, Fatoumata Diawara

Per ogni approfondimento: http://www.familycinematv.it

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