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Papa Francesco incontra un gruppo di poveri francesi @Servizio Fotografico - L'Osservatore Romano

“Testimoniare e pregare ‘a porte aperte’. Serve questo alle vocazioni”

Il discorso a braccio di Papa Francesco ai circa 800 partecipanti al Convegno promosso dall’Ufficio CEI per la pastorale delle vocazioni

Pregare “a porte aperte”. Ascoltare i giovani e metterli “in moto”. E, nella pastorale, dare testimonianza che è molto più importante di tanti convegni. Queste le raccomandazioni di Papa Francesco ai circa 800 partecipanti al Convegno promosso dall’Ufficio nazionale per la pastorale delle vocazioni della CEI.

Bergoglio ha consegnato il testo scritto preparato e si è rivolto a braccio ai suoi ospiti ricevuti ieri mattina in udienza in Aula Paolo VI, al termine dell’incontro svoltosi per tre giorni a Roma sul tema: “Alzati, va’ e non temere. Vocazioni e Santità: io sono una missione”. La vocazione è infatti il tema principale del Convegno che guarda all’Assemblea sinodale 2018 su “Giovani, fede e discernimento vocazionale”.

“Qualcuno – ha esordito Francesco – quando ha saputo che venivo da voi a parlare sulle vocazioni, ha detto: ‘Dica loro che preghino per le vocazioni, invece di fare tanti convegni!’. Non so se sia vero, ma pregare ci vuole, però pregare con la porta aperta! Con la porta aperta. Perché soltanto accontentarsi di fare un convegno, senza assicurarsi che le porte siano aperte, non serve”.   

La preghiera è infatti fondamentale perché con essa “le porte si aprono… Gesù ci ha detto che il primo metodo per avere vocazioni è la preghiera, e non tutti sono convinti di questo. ‘Io prego… sì, io prego, tutti i giorni un Padre Nostro per le vocazioni’. Cioè, pago la tassa. No, la preghiera che esce dal cuore! La preghiera che fa che il Signore dica più volte quell’’alzati!’: ‘Alzati! Sii libero, sii libera! Alzati, ti voglio con me. Seguimi. Vieni da me e vedrai dove abito. Alzati!’. Ma con le porte chiuse, nessuno può entrare dal Signore. E le chiavi delle porte le abbiamo noi. Non solo Pietro, no, no. Tutti. Aprire le porte perché possano entrare nelle chiese”.

Il Pontefice dice di aver saputo che alcune diocesi del mondo sono state benedette da vocazioni. “Parlando con i vescovi ho chiesto: ‘Che cosa avete fatto?’. Prima di tutto una lettera del vescovo, ogni mese, alle persone che volevano pregare per le vocazioni: le vecchiette, gli ammalati, gli sposi… Una lettera ogni mese, con un pensiero spirituale, con un sussidio, per accompagnare la preghiera. I vescovi devono accompagnare la preghiera, la preghiera della comunità – ha raccomandato il Santo Padre -. Bisogna cercare un modo… Questo è un modo che quei vescovi (tre o quattro che ho sentito) hanno trovato. Ma tante volte i vescovi sono impegnati, ci sono tante cose… Sì, sì, ma non bisogna dimenticare che il primo compito dei vescovi è la preghiera!”.

“Io – ha aggiunto Bergoglio – potrei fare il piano pastorale più grande, l’organizzazione più perfetta, ma senza il lievito della preghiera sarà pane azzimo. Non avrà forza. Pregare è la prima cosa”. E “quando si prega, il Signore ascolta, sempre, sempre! Ma pregare non come i pappagalli. Pregare con il cuore, con la vita, con tutto, con il desiderio che questo che io sto chiedendo si faccia. Pregare per le vocazioni”.

Da qui, un plauso ai tanti parroci, specialmente quelli italiani. “Mai ho visto in altre diocesi, nella mia patria, in altre diocesi, organizzazioni fatte dai parroci così forti come qui”, ha detto il Papa – pensate al volontariato: in Italia il volontariato è una cosa che non si vede altrove. È una cosa grande! E chi l’ha fatta? I parroci. I parroci di campagna, che servono uno, due, tre paesini, vanno, vengono, conoscono i nomi di tutti, anche dei cani… I parroci. Poi, l’oratorio nelle parrocchie italiane: è un’istituzione forte! E chi l’ha fatto, questo? I parroci! I parroci sono bravi”.

Tuttavia, “alcune volte si va in parrocchia e si trova una scritta sulla porta: ‘Il parroco riceve lunedì, giovedì, venerdì dalle 15 alle 16’; oppure: ‘Si confessa da questa a questa ora’. Queste porte aperte… Quante volte – e sto parlando della mia diocesi precedente – quante volte ci sono le segretarie, donne consacrate, a ricevere la gente, a spaventare la gente! La porta è aperta ma la segretaria fa loro vedere i denti, e la gente scappa! Ci vuole accoglienza. Per avere vocazioni, è necessaria l’accoglienza. È la casa nella quale si accoglie”.

Soprattutto bisogna accogliere i giovani. È una cosa “un po’ difficile”, ammette il Santo Padre, “i giovani stancano, perché hanno sempre un’idea, fanno rumore, fanno questo, fanno quell’altro… E poi vengono: ‘Ma, vorrei parlare con te…’. ‘Sì, vieni’. E le stesse domande, gli stessi problemi: ‘Io te l’ho detto…’. Stancano. Se vogliamo vocazioni: porta aperta, preghiera e stare inchiodati alla sedia per ascoltare i giovani. ‘Ma sono fantasiosi!…’. Benedetto il Signore! A te – ha detto il Papa, rivolgendosi soprattutto ai sacerdoti – tocca farli ‘atterrare’”.

Anche, tocca rischiare con i giovani. E serve la testimonianza. Perché “sono le nostre testimonianze quello che attira i giovani. Testimonianze dei preti bravi, delle suore brave“. “Un ragazzo, una ragazza, è vero che sente la chiamata del Signore, ma la chiamata è sempre concreta, e almeno la maggioranza delle volte, la più parte delle volte è: ‘Io vorrei diventare come quella o come quello’”, ha sottolineato il Papa.

Che ha raccontato un aneddoto: “Una volta è andata una suora a parlare in un collegio – era una superiora, credo una madre generale, in un altro Paese, non qui – ha riunito – questo è storico – la comunità educativa di quel collegio di suore, e questa madre generale invece di parlare della sfida dell’educazione, dei giovani che si stanno educando, di tutte queste cose, incominciò a dire: ‘Noi dobbiamo pregare per la canonizzazione della nostra madre fondatrice’, e ha passato più di mezz’ora parlando della madre fondatrice, che si deve fare questo, chiedere il miracolo… Ma la comunità educativa, i professori, le professoresse pensavano: ‘Ma perché ci dice queste cose, mentre noi abbiamo bisogno di altro… Sì, questo sta bene, che sia beatificata e canonizzata, ma noi abbiamo bisogno di un altro messaggio’. Alla fine, una delle professoresse – brava, era brava questa, l’ho conosciuta – disse: ‘Madre, posso dire una cosa?’ – ‘Sì’ – ‘La vostra madre non sarà mai canonizzata’ – ‘Ma perché?’ – ‘Eh, perché sicuramente è in purgatorio’ – ‘Ma non dire queste cose! Perché dici questo?’ – ‘Per avere fondato voi. Perché se tu che sei la generale sei tant sciocca, per non dire di più, la tua madre generale non ha saputo formarvi’”.

“Non è così?”, ha domandato Francesco. “È la testimonianza: che vedano in voi vivere quello che predicate. Quello che vi ha portato a diventare preti, suore, anche laici che lavorano con forza nella Casa del Signore. E non gente che cerca sicurezza, che chiude le porte, che spaventa gli altri, che parla di cose che non interessano, che annoiano i giovani, che non hanno tempo… ‘Sì, sì, ma sono un po’ di fretta…’. No – ha concluso – Ci vuole una testimonianza grande!”.

[A cura di Salvatore Cernuzio]

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