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Terremoto in Ecuador: la Chiesa in prima linea

La drammatica testimonianza di monsignor Lorenzo Voltolini Esti, arcivescovo di Portoviejo, una delle zone più danneggiate dal sisma

Sabato scorso, poco prima delle 19, ora locale, un terremoto di 7,8 gradi della scala Richter ha colpito violentemente l’Ecuador. A seguito del dramma, ZENIT ha avuto modo raggiungere telefonicamente monsignor Lorenzo Voltolini Esti, 69 anni, recatosi per la prima volta in Ecuador come missionario 37 anni fa.

Oggi che ricopre l’incarico di arcivescovo di Portoviejo, portando come motto Ut vitam habeant, mons. Voltolini Esti ha illustrato la spaventosa situazione che si vive nel paese e la difficoltà per molti di tornare ad una vita normale. Il presule ha anche sottolineato lo sforzo della Chiesa di stare in prima linea e vicino alla gente, così come la religiosità del popolo che chiede la benedizione per i suoi morti, prima di ogni altro tipo di aiuto. Le parole di cordoglio e la preghiera del Papa, ha aggiunto l’arcivescovo, sono state accolte dagli ecuadoriani con grande gioia.

Eccellenza, qual è la situazione attuale nella sua arcidiocesi?

Molto drammatica. La distruzione è notevole, nessuno era preparato ad una catastrofe di queste dimensioni, simili a quella capitata ad Haiti nel 2010, perché, secondo alcuni esperti, il terremoto è stato di 7,8 gradi della scala Richter, però la potenza manifestata è stata maggiore. La distruzione è stata grande e c’è ancora gente sotto le macerie. I morti accertati sono quasi 600 e la zona più colpita è la regione di Manabí, la cui capitale è Portoviejo. È impossibile fare una stima dei danni, si sa solo che sono enormi.

La Chiesa è in prima linea affianco della gente in questo momento?

Sicuramente sì, perché tutto quello che riceviamo, lo destiniamo ai più bisognosi. Siamo vicini alla nostra gente, soffriamo insieme a loro. Ovviamente ha più risalto quello che fa il governo, essendo veicolato dalla pubblicità del sistema.

In due occasioni, il Papa ha detto di pregare per voi e di esservi vicino. Come sentite questo?

Sì, lo ha fatto per la prima volta domenica scorsa al Regina Coeli, quando il Papa ha annunciato quello che era successo in Ecuador. Tutto questo ci conforta e ci sostiene. Le parole del Papa sono state accolte con gioia. Ho fatto in modo di diffonderle il più possibile, perché la radio e la televisione trovano difficoltà nel trasmettere, sebbene il giorno successivo il fatto sia stato riportato in prima pagina.

Come si sta affrontando la catastrofe?

Il governo ha fatto la sua parte abbastanza bene, perché si sono mossi la difesa civile, la protezione civile, l’esercito e stanno arrivando i soccorsi. Nel frattempo, molti ricorrono alla Chiesa. Presso il centro di raccolta Paolo VI stiamo ricevendo le donazioni, che distribuiamo sia a Portoviejo che alla città portuale di Manta e a Pedernales. Le operazioni si compiono per mezzo delle parrocchie, con le loro Caritas che fanno giungere gli aiuti ai più bisognosi. Anche perché, se nessuno monitora la situazione, c’è il rischio che alcuni ricevano il triplo di quello di cui hanno bisogno ed altri nulla.

Avete ricevuto anche la solidarietà dei paesi vicini?

Sì, molti vescovi mi hanno chiamato, spiegando che stanno organizzando le loro Caritas, mentre sono tante le organizzazioni che stanno offrendo il loro aiuto. Nel momento della necessità, anche se da un lato si mettono in moto la carità e il volontariato, dall’altro si manifestano movimenti di disperazione che non favoriscono gli aiuti e la ribellione si fa sentire, perché a volte la distribuzione non si rivela equa.

Come si può spiegare alla gente questa catastrofe?

In questo paese i terremoti sono frequenti, la nostra gente è molto religiosa e la prima cosa che fa quando capitano è pregare il Signore. Quello che ci domandano prima di ogni altra cosa, non è il cibo ma la benedizione. Per contro, ora inizia il momento di tornare alla difficoltà e sentiamo che è una cosa difficile.

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